La comunicazione crudele. Da Baudelaire a Beckett - Carlo Pasi - copertina

La comunicazione crudele. Da Baudelaire a Beckett

Carlo Pasi

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Anno edizione: 1998
In commercio dal: 20 novembre 1998
Pagine: 390 p.
  • EAN: 9788833911151
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La comunicazione crudele. Da Baudelaire a Beckett

Carlo Pasi

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Gaia la libraia

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Baudelaire, Artaud, Bataille, Céline, Michaux e Beckett sono autori che tutti, in un modo o nell'altro, si sono scontrati con il rischio del silenzio, della impossibilità di comunicare, e che ne sono venuti fuori producendo alcune delle opere più significative dei tempi moderni. Come nel caso emblematico di Antonin Artaud che, subito dopo la guerra, ci ha trasmesso l'impossibilità cui è stato condannato il poeta, e i suoi sforzi di testimoniare: ridotto a corpo recluso, il poeta è diventato la vittima sacrificale che invia segnali della propria agonia, con una identificazione del manicomio con il forno crematorio dei campi di sterminio, per cui il nuovo teatro della crudeltà esprime le torture del secolo.

recensioni di Rampello, L. L'Indice del 1999, n. 09

Lo spasmo disperato che sta fra parola e silenzio è il sole nero che incendia la scrittura di Carlo Pasi in questo testo dedicato a un'importante costellazione di autori, Baudelaire, Artaud, Bataille, Céline, Michaux e Beckett, illuminandoli di una luce che viene dal profondo della loro scrittura. È il primo segno positivo di un lavoro critico che sa aderire appassionatamente alla parola dell'altro senza lasciare che la propria si confonda. La forte problematizzazione di un fuoco d'indagine subito dichiarato, la comunicazione crudele, apre una prospettiva a rete dentro alla quale il lettore è messo nelle condizioni di ritematizzare, collegare vie secondarie, far schizzare dall'impianto, proprio in ragione della sua solidità, una molteplicità di suggestioni e diversi scenari.

Due autori, immediatamente convocati nell'introduzione, e poi presenti sempre, sottotraccia, il Freud di Al di là del principio di piacere e il Benjamin lettore di Baudelaire e Proust, teorico dello shock e della contrapposizione tra esperienza vissuta ed esperienza vera (creativa), chiariscono il senso della necessità della parola "comunicazione" attribuita a scrittori che si sono piuttosto "scontrati con la minaccia del silenzio"; senso di una comunicazione che sarà aggettivata: non solo crudele, ma, via via, disturbata, destabilizzante, alterata, parossistica, profonda, corporea, autentica.

Crudeltà e autenticità tendono l'arco di un'avventura creativa che non si tiene più alla limpidezza chiara della logica, alle armonie di un fare artistico sereno, ma affonda nella "ferita" del proprio tempo storico, la guerra, penetra l'interno inconfessabile delle dinamiche pulsionali più oscure e devastanti, cerca le forme convulse d'espressione, di una possibile espressione, del corpo. Eccolo in scena, il corpo, e nulla sarà più uguale a prima. Staccata dal corpo la parola non sa e non dice l'essenziale. Verità già viva nel "duello" baudelairiano, il corpo con Artaud "esprime lo stato di dissociazione del pensiero" (al corpo dell'attore, ad Artaud attore, Pasi si era già dedicato nel 1989 in un libro edito da Ponte alle Grazie), attraversa con Bataille l'esasperazione dell'erotismo, la "sessualizzazione" del pensiero, si "infetta" con Céline, si offre come "fisicità perturbata" con Beckett.

Questo corpo "sfracellato", "frantumato", "disseminato", viene inseguito in sei densissimi capitoli che legano e slegano le articolazioni della scrittura e della poetica di autori costretti a sfidare il dolore del delirio, con una maestria di cui non è possibile rendere conto, qui, minutamente.

Scelgo allora di interrogare lo sfondo iterato sul quale Pasi disegna le figure dei suoi poeti aggraffando giustamente il corpo muto al desiderio. Non solo desiderio di parola, ma più indietro desiderio immenso, smisurato, che ha il nulla per oggetto e si spalanca dunque sulla nera scena del rimosso (l'incesto) che solo prevede l'eccesso di un erotismo mortifero. Poeti ossessionati (e ossessi) dalla morte, morte voluttuosa che nega la nascita vera per rovesciarsi in ri-nascita metaforica: nascita dell'opera, della scrittura, della creazione. Confondendo per sempre, ed è questa la grande e vera maledizione, il corpo della donna e il corpo della madre. Indistinguibili e confuse sul piano simbolico del linguaggio cui il dispositivo metaforico non dà, di per sé, accesso. "Così il poeta diventa madre di se stesso, nasce dal proprio vomitato dolore" (Baudelaire); "Il 'genitale innato' è colui che non cessa di concepirsi e procrearsi da se stesso con dolore" (Artaud); "Un corpo suppliziato anche dalle doglie femminili della partoriente" (Bataille); "Tramite il contatto con il sesso della donna la creazione diventa autocreazione, nasce a scrittura. Esplorando le zone dell'ignoto, il parto è notturno" (Céline); "La donna diventa così la più usurante delle alterità poiché mette in moto il desiderio, sorgente implacata di uno spreco energetico" (Beckett).

Potrei continuare, ma tanto basta a indicare l'orrendo pendolo che oscilla tra presenza e assenza in uno spazio che si riempie di tutte le altre polarità oppositive (alto/basso, giorno/notte, accettazione/rifiuto, altro/medesimo...) per dare vita a una poesia che dal buio nero della morte cerca esistenza. Poesia de-generata perché si vuole testardamente in-generata (auto-generata). Poesia del corpo che, ribelle, nega la propria origine corporea, affonda la propria radice nel matricidio indicibile. E rischia, o è, follia. Perdita di misura. Uomini-figli, uomini-bambini, perduti, disperati. Parole che si fanno "nere", in bilico tra eros nero e parto nero, all'inseguimento di fantasmi che possono annichilire. Uno sfondo così chiaramente delineato non può non esibire il suo nucleo più oscuro, la tragica paura che l'uomo ha della donna. Prometeo sconvolto dai piedi d'argilla, il poeta delira.

Restituire con partecipata attenzione il percorso accidentato e intricato di questo delirio, di questi "dispositivi perturbati", tra analogie e differenze dei singoli scrittori, è merito indiscutibile del libro di Pasi, che dal suo interno, poi, tira altri interessanti fili. In filigrana, velocemente, ne seguo un altro che mi ha colpito per gli innesti proposti: il Proust di Bataille e di Beckett. Ritorna, opportunamente, la lettura benjaminiana, a chiudere quasi un cerchio ideale introduttivo, ma soprattutto si dà al saggio da Beckett dedicato a Proust un posto centrale (certo per "la condanna alla non reciprocità del dialogo affettivo", certo perché "la dialettica unità-separazione è il battito primario che collega il desiderio amoroso al suo indissolubile tormento" e il sapere è crudele ma, se affiora involontario, "ha una segreta forza costruttiva", certo per un'acutissima indagine sul tempo), quale modello con cui confrontarsi in quanto "racconto di una vocazione". Ma se per Proust la "vera vita è la letteratura", Bataille vedrà nella Recherche "il travaglio sotterraneo della morte", lui, tutto teso a dichiarare che "l'impossibile è la letteratura" (segreto della filosofia), mentre Beckett ne farà "il tramite verso quella visione del fare poetico ossessivamente radicato nell'assenza". Interessante esempio dell'uso della lettura da parte dei poeti.

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