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<p>245 p.&nbsp; &nbsp; 20 cm</p>
Bernard Cooper, il più giovane di quattro figli, è nato nel 1951 in California, famiglia ebrea, i nonni emigrati dall'Europa in America, il padre avvocato. Dopo un corso di studi e un inizio di professione nel campo delle arti visive, si dedica alla scrittura, esordendo con Maps to Anywhere nel 1990, raccolta di pezzi diversi, a cavallo fra memorie, saggi, e anche favole. Il conto di mio padre è il suo quinto libro, un memoire, come dal titolo originale. È il tentativo di capire in pubblico la figura del proprio padre; Cooper parla in prima persona, si rivolge a un voi che è prossimo al pubblico di un cabaret, in un'alternanza di tasti melanconici e divertenti, lunghe diversioni, playback, salti temporali. Tre fratelli e la madre sono morti, in una lunga e slegata successione di lutti, che lasciano superstiti Cooper padre e figlio, l'ultimo a portare il cognome che i nonni assunsero sbarcati in America da immigrati al posto di quello originario, che solo il padre ormai conosce, e non lo rivelerà al figlio. Il racconto è così anche la costruzione di una transizione fra due famiglie, quella originaria, in dissoluzione, e quella formata dal narratore e dal suo compagno, Brian, psicoterapeuta della cui presenza e voce Cooper ci dà rare testimonianze, ad accennarne una funzione stabilizzatrice e rasserenante in opposizione alla personalità del padre, eccentrica e sfuggente, vicino alla follia e infine perduta nella demenza senile e nella morte. Avvocato divorzista a Los Angeles, famoso negli anni sessanta e settanta, il padre è per il figlio un enigma irrisolto, al quale tutta la vita sarà legato da un rapporto ossessivo, continuamente interrogante, che mina alla radice la percezione di sé. E tale resta anche consegnato a chi legge. Qui sta l'abilità, persino irritante, del testo. L'affastellarsi discontinuo degli episodi, coerenti nella loro intenzione di essere rivelatori più che nell'equilibrio fra le parti, rende bene l'impotenza decifratoria del figlio che è trasmessa intatta al pubblico, nell'aderenza perfetta allo sguardo del narratore, che è parziale, cieco a molta della sua stessa materia.
Federico Novaro
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