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Fabrizio Paone

Editore: Marsilio
Collana: Iuav. Documenti
Anno edizione: 2009
Pagine: 383 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788831797245
Le date dei progetti sono le uniche informazioni certe: i cantieri aprono, si interrompono, si riaprono. Qualche volta si attrezzano per abbattere, non per costruire. Anche le delibere amministrative si susseguono negandosi. Difficile la contabilità degli abitanti in alloggi che vengono spesso occupati abusivamente. Il Biscione a Genova, il Gallaratese a Milano, le Vele a Scampia, Rozzol Melara a Trieste, lo Zen a Palermo e il Corviale a Roma. Nomi che godono di una cattiva fama. Interventi di edilizia sociale, pensati e costruiti tra gli anni sessanta e il decennio successivo, progettati da architetti al centro del dibattito architettonico italiano del dopoguerra: Luigi Carlo Daneri, Carlo Aymonino, Aldo Rossi, Francesco di Salvo, Vittorio Gregotti, Franco Purini, Mario Fiorentino. Grandi interventi: 540 metri di lunghezza il Biscione; il doppio il Corviale; 89.000 metri quadrati di superficie il meteorite alle porte di Trieste. Edifici pensati per migliaia di abitanti: 2.700 al Gallaratese, il più piccolo, quasi 13.000 allo Zen. Questo libro è un invito a osservare le sei architetture al di fuori dell'esibizione muscolare dei numeri e al di fuori dalla cattiva fama. Così da sottrarle alle rituali prese di distanza di chi gioca facile con la nozione di periferia. Qui è un po' il contrario. Fabrizio Paone prova ad assumere le sei architetture come esempi di una cultura aggiornata, capace di guardare a modelli europei e di filtrare attraverso di essa alcuni grandi figurazioni spaziali. Quelle del piano di Algeri, o dell'Unité d'habitation, quelle dei quartieri dimostrativi del razionalismo milanese e comasco, delle esperienze costruttiviste, delle grandi megastrutture inglesi e giapponesi. Fino alla fascinazione nordeuropea attorno al tema del quartiere, riportata, con una certa utopica determinazione, nel cuore del nostro Sud. Rimandi e suggestioni piazzano i sei casi bene al centro del dibattito architettonico occidentale, e muovono temi rilevanti entro un fare che si vuole implicato addirittura "nella costruzione della società".
Muovono innanzitutto il tema abitativo. O meglio, la trascrizione spaziale dell'idea che l'abitare sia diritto di ciascuno. Entro un approccio non residuale, orientato ai più svantaggiati (come era stato nell'Italia un po' paesana dell'Ina), ma piuttosto individualistico, esteso all'intera popolazione: diretta derivazione, si direbbe oggi (entro una diversa discussione sui diritti), da una visione laica, illuminista del diritto individuale. Quello, per intenderci, della Carta del 1798. Un approccio dunque lontanissimo dalle velate o meno velate allusioni comunitarie dell'Ina. E poi il tema della grande dimensione entro il quale si vuole tenere una dinamica urbana che si intuisce poco governabile. O, ancora, quello dell'invenzione di uno spazio "per il pubblico" diverso da quello di matrice ottocentesca, circoscritto all'ombra dell'albero di Cracovia, piuttosto che racchiuso nella piazza, nel pub, nel circolo letterario. Uno spazio libero. Il grande spazio aperto dei progetto moderno: accessibile a tutti, nel quale individui di tutti i tipi possono muoversi liberamente, vedersi, incontrarsi, discutere. Come nelle prefigurazioni habermasiane declinate entro una diversa idea di città.
I temi che il lettore rintraccia, più o meno dichiarati nel testo, nascono da una sorta di visita alle sei architetture. La visita è un dispositivo tradizionale. Quasi riturale nel discorso sull'architettura. Permette una descrizione a suo modo libera. In questo testo c'è un tentativo evidente di forzarne la formula. A volte compiaciuta (come il linguaggio). Altre volte più aderente a ciò che descrive. Altre ancora dilatata imprudentemente alla città. O contratta fino a lasciare qualche curiosità sospesa. Non, in ogni caso, una descrizione tradizionale. La forma del discorso rimane aperta. Senza neppure essere quella del racconto, formula breve, compatta, che non ammette divagazioni. Ciò che l'autore tenta, dichiarandolo fin dall'inizio (con richiamo a Tolstoj) è di comprendere un oggetto "attraverso la ricostruzione dell'attività delle persone che vi hanno preso parte". Esperimento interessante che genera ibridi facilmente criticabili, a loro modo fertili. Come fertile è la ricerca iconografica.
Nell'ultimo capitolo le carte sono rimescolate. Non più i casi e non più i loro racconti-descrizioni. Ma il tentativo di riprendere le molte fila di un fare e discutere di architettura entro un periodo che non regge, parrebbe, una sola periodizzazione. Almeno nel senso che al termine danno gli storici, e nonostante la chiusura netta del titolo agli anni 1962-74. Qui stanno, insieme, retoriche legittimanti dei protagonisti, assunte con troppa fiducia; descrizioni di eventi che indicano una condizione economica, sociale, istituzionale profondamente mutata; svolte culturali: mosse e contromosse della critica. Uno sfondo a tratti troppo affollato, nel quale un posto importante (né potrebbe essere altrimenti) è affidato agli esperimenti dell'architettura radicale. Beninteso, fino alle severe critiche di Tafuri. Quelle che tacciano gli esperimenti radicali di un'"ironia che non fa ridere": diversa forse dal solo carattere ironico richiamato da Paone. Il quale è più convincente nell'individuare nella stretta economica (e nel radicalizzarsi del conflitto sociale) la soglia che chiude le sperimentazioni degli anni sessanta. In modo netto e duro. Più di quanto non abbia potuto fare l'aprirsi, con il postmoderno, di una diversa fase anche per l'architettura. Una fase nella quale queste stesse esperienze verranno rilette entro l'unica chiave del fallimento. Questo il punto centrale del libro che, al contrario, rivendica alla cultura tecnica di quegli anni una capacità di immaginazione e di elaborazione importante. E comunque maggiore di quanto non sia stata la capacità di immaginazione e di elaborazione della politica. Benché i giudizi sul Biscione, il Gallaratese, le Vele, Rozzol Melara, lo Zen e il Corviale possano essere liquidatori, è sempre possibile, scrive Paone, sottolineare il carattere esornativo che questi edifici hanno assunto su di sé: un invito a pensare nuove, più adeguate configurazioni spaziali per la società contemporanea.
Cristina Bianchetti