Conversazione in Sicilia

Elio Vittorini

Collana: Contemporanea
Anno edizione: 2012
Formato: Tascabile
  • EAN: 9788817079280
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    n.d.

    11/11/2017 09:52:21

    edizione curata e ricca. Devo ancora leggerlo. Prima ho dovuto prestarlo a mio figlio che lo cercava nelle librerie da quasi un anno.

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    Luca Aquadro

    05/08/2017 13:08:55

    Si dice che in letteratura la rivoluzione si faccia non tanto con i contenuti quanto con la forma. Credo che nella maggior parte dei casi questa affermazione sia corretta, se è vero che la forma - ovvero il linguaggio, lo stile - da mezzo di comunicazione di un contenuto si può fare essa stessa contenuto e da mero significante diventare (anche) significato. Nel caso di "Conversazione in Sicilia" sono proprio le innovazioni formali a colpire: il ricorso a un linguaggio ora più ricercato ora scarnificato e addirittura quasi infantile, l'oscillazione continua tra realismo descrittivo e fuga nel fantastico, il passare dal dialogo in presa diretta ma allucinato e ripetitivo alla prosa lirica di alto livello; ma, più di ogni altro elemento, il fare del romanzo il punto d'incontro di possibilità interpretative multiple. E così il viaggio del protagonista Silvestro è al tempo stesso viaggio reale dal Nord alla Sicilia e soprattutto viaggio allegorico nella memoria e nel ricordo, la Sicilia è insieme luogo geografico, archetipo della giovinezza e discesa agli Inferi, i tanti personaggi incontrati sono ora carne, sudore e povertà ora simbolo nascosto e surreale della condizione umana, della miseria e del sogno di cambiamento. "Avevo letto le Mille e una notte e tanti libri là, di vecchie storie, di vecchi viaggi, a sette e otto e nove anni, e la Sicilia era anche questo là (...) Poi avevo dimenticato, nella mia vita d'uomo, ma lo avevo in me, e potevo ricordare, ritrovare. Beato chi ha da ritrovare!" (p. 286) "Era notte, sulla Sicilia e la calma terra: l'offeso mondo era coperto di oscurità (...) e io pensai alle notti di mio nonno, le notti di mio padre, e le notti di Noè, le notti dell'uomo, ignudo nel vino e inerme, umiliato, meno uomo d'un fanciullo o d'un morto." (p. 324) "Conversazione in Sicilia" è un romanzo allegorico di condanna del fascismo e sul sogno della rivoluzione. Ma "rivoluzione" nel senso etimologico di "voltarsi indietro" e riscoprire il proprio passato.

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    Gianluca

    26/09/2016 17:40:31

    Strano che non ci sia alcun commento a questo libro di Vittorini. Io ho persino timore di rileggerlo, tanto è completamente rifuso nella mia esperienza adolescenziale. Lo lessi in uno stato di totale rapimento lirico. Forse oggi lo troverei insopportabile, o forse ne rimarrei inghiottito perdutamente una seconda, fatale, volta. Di certo non è un 'romanzo' ordinario, o un libro dozzinale. La prosa poetica di Vittorini è unica. E' un viaggio metafisico, con tutti i rischi e le bellezze e le delusioni che può comportare. Ma va fatto, almeno una volta nella vita.

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    sandro landonio

    28/12/2011 01:33:02

    E' difficile ammettere di non riuscire ad interpretare le allegorie di uno scrittore, lo é ancor di più se il livello culturale del lettore é elevato, questa almeno é l'idea che mi é balzata in testa, in modo irriverente, dopo la lettura della complessa introduzione alla "Conversazione" del prof. Falaschi, che documenta, fra le altre amenità critiche, la controversa interpretazione dell' "Ehm", che, per le sue difficoltà, ricorda la caccia dello Snark di Lewis Carroll. Mi ritrovo invece molto più a mio agio nel commento critico di Moravia, che, fra le altre cose, sottolineava come il viaggio e lo svolgersi del lavoro della madre di Silvestro, siano le parti più riuscite e poetiche. Nella prima parte (il viaggio) la prosa di Vittorini é spettacolare, sia nella descrizione dei paesaggi, che in quella degli uomini; fra tutti il Gran Lombardo, che ci lancia un messaggio adatto anche ai nostri tempi: "Non proviamo più soddisfazione a compiere il nostro dovere, i nostri doveri. Compierli ci é indifferente. Perché sono doveri troppo vecchi e divenuti troppo facili, senza più significato per la coscienza." La terza parte (il giro delle iniezioni) invece lascia, con la sua malizia venata di umorismo, un senso di naturalezza, su argomenti tabù per l'epoca (vedi Popolo d'Italia del 30/7/1942). Si tratta poi di pagine in genere che saranno particolarmente gradite a chi, pur non essendo siciliano, ha frequentato la Sicilia a lungo, con la volontà di scoprirla.

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    Roberto

    18/03/2007 17:18:55

    Tanti temi,tanti valori e insegnamenti per uno stupendo viaggio più spirituale che fisico. Silvestro,divelto fisicamente dalla sua Sicilia ormai da quindici anni,in preda ad una "strenua inertia" per dirla con Orazio,decide il suo ritorno ala terra natia,alla sua origine,ad un mondo ancora esistente,ricco di storia,di sapori e profumi di terra di Sicilia che però per lui sono terminati,almeno solo profondamente rimossi dal suo animo causa la lontananza anche fisica dalla mamma Sicilia. La Sicilia per Silvestro è la madre,è l'approdo per ritrovare il suo equilibrio,per riscoprirsi gran lombardo anche lui,figlio di suo padre e nipote di suo nonno. Ad attenderlo una Sicilia offesa,un mondo offeso,stanco di soprusi e derisioni,una Sicilia che antica nelle sue tradizioni e simbolicamente rappresentata dall'arroccato paesino dove abita la madre Concezione invecchia sapendo di passato. La guerrra è passata? Senz'altro no. I dolori permangono,anzi si fanno più aspri,sotto il gelido cielo notturno trapunto di stelle sapide di gelsomino. Bellissimo l'incontro con la madre,due volte madre, doppiamente madre,invecchiata,ritrovata da Silvestro che ricorda una madre giovane,fresca ora invecchiata e di qui un terribile sentimento di morte interiore, di sconfitta di quindici anni di distanza dalla propria cara madre,ancora presente,vecchia. Tanti altri gli spunti di riflessione per un viaggio senza pari.

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    ColdWrite

    08/10/2005 19:43:56

    La Sicilia è solo in realtà una delle tante possibili ambientazioni in cui Vittorini avrebbe potuto/voluto descrivere il dramma dell'"umanità tutta" offesa dalla seconda guerra mondiale: "E' solo per avventura; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela", scrive Vittorini nella nota finale. Accanto al duro sfogo sui mali del mondo, descritti in chiave allegorica attraverso le figure (in realtà universali) dei poveri operai siciliani, il protagonista-autore rivela la velleità di cambiare le cose. E con lui il Gran Lombardo, il maniscalco Ezechiele, l'arrotino e il panniere Porfirio sono turbati da medesimi "astratti furori", dal voler perseguire "nuovi doveri" a cui si contrappone, però, l'incapacità di agire . In questi anni Vittorini si converte pienamente all'operaismo e non è difficile dedurre che i nuovi doveri di cui parla siano collegati alle speranze di una "rivoluzione socialista". La parte quinta esprime una dura e accorata opposizione al fascismo, che nella guerra aveva visto la possibilità di realizzare le proprie velleità imperialistiche. E per la morte di uno dei suoi figli in guerra, la madre del protagonista è definita "madre fortunata", secondo il comune credo fascista. "Come la madre dei Gracchi", aggiunge con amarezza e sarcasmo il protagonista. Già, lo rimbecca però la madre, ma i Gracchi "non morirono sul campo" (cioè in una guerra d'aggressione)ma furono fatti uccidere dall nobiltà romana perché volevano distribuire la terra ai poveri contadini. Non vi fate fuorviare dal titolo, in realtà non credo che la Sicilia sia il centro dell'opera, solo l'ambientazione. Divino, ad ogni modo, divino Vittorini.

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    luca82

    11/12/2004 11:46:30

    Bellissima opera allegorica, che andrebbe letta e riletta per capirne fino in fondo tutti i significati, non sempre così chiari ma proprio per questo ancor più stimolanti.

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    Bartolomeo Di Monaco

    27/09/2003 20:52:38

    “Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori” e “ma mi agitavo dentro di me per astratti furori”, sono le frasi che danno l’abbrivo alla scrittura, e si collocano, mosse da una cocente delusione (“un genere umano perduto”), in un desiderio di astrazione che ricerca come esito finale e liberatorio l’assoluto del nulla: “quieto nella mia non speranza.” Per il protagonista del romanzo di Vittorini, Silvestro Ferrauto, che di mestiere fa il tipografo, il percorso obbligato è il ritorno alla Sicilia della sua infanzia. Una inaspettata lettera del padre Costantino, offre l’occasione di una scelta che altrimenti non sarebbe stata compiuta, come a dire che il caso o le circostanze, uomini e cose, insomma, non ci abbandonano mai e lo stesso cammino verso il nulla, o anche verso, chissà, una riscoperta e una redenzione, non è mai solitario, come si è portati a credere. Le rovine causate dalla guerra e dal fascismo fanno da sfondo tormentato a questa storia. Sono esse che producono nel personaggio quegli astratti furori da cui si è tentati di uscire con “la fuga nel” o “la conquista del” nulla, i quali traggono dalla realtà gli umori nascosti, talché parole e gesti escono dalla normalità per apparire marcati da una esaltazione (ma sarebbe meglio, in questo caso, parlare di disperazione) che li trasforma in simboli. La scrittura si muove e si fa strada come un vomere che tracci il solco; nello scavo si frantuma tutta l’arsura del dolore, e ciò che viene rivoltato porta i segni di un’afflizione non ancora estinta. È l’avvio di un lento tragitto di sofferenza per una umanità perduta, timoroso, il protagonista, di scoprire che lo sia sempre stata: “l’umanità era nata per delinquere.”, come sente dire dai due poliziotti, “Coi Baffi” e “Senza Baffi”, che sono sul suo stesso treno che lo sta riportando in Sicilia. Finché la scrittura diventa un canto, un lamento, come nelle tragedie antiche, e quel lento intendere che il protagonista esercita in più di una occasione (come, ad esempio, capire lo scopo e il significato della

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    Marta Costanza

    30/11/2002 22:49:42

    Questo libro ha segnato un mutamento nella prosa del Novecento.E' un'opera scritta in una prosa poetica.Le frasi spesso ripetute sono come dei ritornelli,che vogliono fare imprimere nella mente del lettore la condizione disperata dei siciliani.Le vicende narrate inoltre assumono la forma di situazioni mitiche.Vittorini infatti parla di una Sicilia che vive ancora nel mondo del mito,cioè al di fuori della storia e della evoluzione scientifica,ma proprio lì sta il fascino di un ritorno in Sicilia,è un ritorno alla madre ,all'infanzia ,in un mondo dove tutto è più autentico e vicino ai nostri affetti e ai nostri istinti più ancestrali.

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    Franco

    05/11/2001 20:02:11

    Ho appena finito di leggere il libro e posso ritenermi soddisfatto. Vittorini è molto bravo a ricreare il carattere dei Siciliani in generale. Credo che sia un libro indirizzato a un grande pubblico di lettori. Lo consiglio in modo particolare ai ragazzi di sadici anni anche perchè io stesso ne ho sedici. 05/Novembre/2001 Franco

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