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Johann P. Eckermann

Curatore: E. Ganni
Traduttore: A. Vigliani
Editore: Einaudi
Collana: I millenni
Anno edizione: 2008
Pagine: XL-708 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806168667
Ogni riflessione sulle Conversazioni con Goethe negli ultimi anni della sua vita del "fedele" Eckermann parte dalla stupefacente e provocatoria apologia di Nietzsche che lo considerava "il miglior libro tedesco che ci sia". Poiché Nietzsche non è mai convenzionale né banalmente retorico, quanto piuttosto eccessivo e partigiano nei suoi amori e nei suoi rifiuti, possiamo presumere che tale giudizio fosse fondato su una lettura certamente personale e quindi acutamente originale.
Infatti, le Conversazioni (che ora ritornano in una nuova, accurata versione e in una pregevolissima edizione a cura di Enrico Ganni, purtroppo non priva di sviste tipografiche) sono una delle più frequentate e affidabili chiavi di lettura che meglio ci introducono nell'universo goethiano. Si tratta di un'amplissima raccolta di argomentati commenti espressi da Goethe sulla sua opera, sulla propria attività artistica, intellettuale e politica e sul suo tempo, sulla civiltà e la storia europea tra Sette e Ottocento. Tutto filtrato dal "fedele" Johann Peter Eckermann (1792-1854), che era giunto, a piedi, privo di mezzi, senz'arte né parte, a Weimar nel giugno del 1823, pieno d'entusiasmo per Goethe, il suo idolo, cui aveva dedicato un libro colmo di fervore devoto. Il poeta, ormai anziano (era nato nel 1749 e morì nel 1832), e più che mai bisognoso di validi e dediti collaboratori, intuì immediatamente che il povero Eckermann era l'uomo giusto, e infatti il breve soggiorno si trasformò in una scelta di vita che fece del giovane una sorta di ombra di Goethe, di segretario sottomesso, di famulus sempre disponibile, di deferente confidente e talvolta perfino di amico fidato e sempre rispettoso dell'abissale distanza tra lui, il genio, per giunta nobilitato e uomo pubblico di Weimar e vate ormai di fama mondiale, e l'umile segretario che per tutta la vita non riuscì a godere di una posizione sociale stabile. Goethe, in realtà, fu un vero sfruttatore, che diresse autoritariamente l'esistenza del suo segretario-scrivano. Ma alla sua scuola, spesso dura, Eckermann divenne il memorialista fondamentale del suo "principale" e le sue Conversazioni si trasformarono in un meraviglioso commento interpretativo dell'opus goethiano e inoltre in un vademecum unico di umana sapienza, di prudenza e di audacia.
Malgrado le aggiunte e le integrazioni di una successiva edizione, la prima stesura del 1836 è quella che trattiene tutta la freschezza della parola goethiana, risultando una lettura avvincente di un dialogo squisito ed elegante tra un maestro – talvolta un autentico sapiente, talvolta un raffinato uomo di mondo e perfino di corte – e un ingenuo discepolo che gioisce, cresce e si trasforma alla luce della sapienza maestosa di Goethe. Ed è il Goethe maturo quello che parla, quello impegnato a concludere il Faust e Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister, quello della rottura decisa con il soggettivismo romantico, che tuttavia conservava intatta l'ammirazione per il genio, per l'uomo eroico, sia esso lord Byron o Napoleone, insomma ancora concentrato sul primato del "superuomo", che gli era balenato già nella giovinezza nell'evocazione magica di Faust. Ed è questo il fil rouge, fedelmente testimoniato da Eckermann, che a mo' di medium riproduce la voce del padrone, edificando un incommensurabile monumento al maestro e alla civiltà europea e componendo "il miglior libro tedesco", come riconobbe generosamente Nietzsche.
Marino Freschi