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Anno edizione: 2025
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Al primo posto della classifica di qualità dell'Indiscreto 2026 - Sezione Narrativa
Libro presentato da Vittorio Lingiardi nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2026.
Un patto tra ex compagni, una roulette col destino: ogni 22 luglio si brinda al futuro sperando che tocchi agli altri.
Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro.
«Le angoscianti cene di classe. Mari e la sua perfida commedia.» - Beppe Cottafavi, Domani
«Con il gusto divertito per la deformazione, Mari carica la realtà inchiodando ogni personaggio a una stranezza; a una passione totalizzante; a un vizio; a una nomea.» - Cristina Taglietti, La Lettura
Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto? È questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l’esame di maturità, siglano il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all’ultimo giorno. Del resto il tempo della scuola è l’unico a rimanere immobile: anche dopo trent’anni non saranno le rughe o i chili in più a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco. Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E così un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il più possibile. Michele Mari ha scritto un romanzo commosso e giocoso, svelando con perfido divertimento le pulsioni che si nascondono dentro l’amicizia. Perché in questa storia, prima di un imprevedibile finale, vale il contrario di quanto recita il proverbio: chi perde un amico trova un tesoro. 22 luglio 1975: la data fatidica in cui una classe del liceo, festeggiando con una cena il primo anniversario dell’esame di maturità, decide di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ognuno dei trenta ex alunni verserà tutti gli anni una cifra, e il capitale sarà investito in modo da generare – col trascorrere dei decenni – un’autentica fortuna. Il meccanismo è semplice: la riffa terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno godere del montepremi… Ma i rancori sopiti, gli amori taciuti, le promesse e le invidie nate sui banchi di scuola s’infiammano un anno dopo l’altro. E quando ogni 22 luglio si rivedranno a cena, si informeranno dei malanni altrui per prevedere il prossimo di loro che passerà a miglior vita. Fino a trasformare i protagonisti di questa storia in giocatori seduti al tavolo di un’immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare». E si sa che ogni gioco ha le sue regole e i modi per aggirarle: scommesse clandestine, tresche, sospetti, tentativi di omicidio, improbabili macumbe e soprattutto il Caso, che agisce scompigliando anche il piano meglio architettato. Michele Mari, mai così divertito e divertente, segue i suoi personaggi fino al 2050 e oltre, grazie a un ingranaggio affabulatorio che inchioda il lettore alla pagina. Del resto tutti noi abbiamo vissuto la singolare ambiguità delle cene di classe, fatte di momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi arrestato, anche se appena si scrosta la nostalgia quello che rimane è il disincanto di individui che poco hanno da spartire fra di loro. Senza rinunciare alle ossessioni che lo hanno fatto amare dal suo pubblico (i fumetti, il cinema, la mania tassonomica), questa volta Mari racconta la giovinezza, l’epoca in cui ci si crede immortali, e prendendo la rincorsa si sofferma a indagare le inquietudini della vecchiaia. Tra “Compagni di scuola” e “Final Destination”, un romanzo a orologeria, il cui ticchettare incessante riflette sul tempo a nostra disposizione. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro».
Proposto da Vittorio Lingiardi al Premio Strega 2026 con la seguente motivazione:«La scuola è un tempo fuori dal tempo, possiede il futuro delle nostre vite. Un’epoca che tutti vorremmo osservare, alcuni conservare, nella sua forma sospesa, apparentemente compiuta. La figura che sostiene il romanzo di Michele Mari è quella dei compagni di scuola, convitati di pietra al tavolo infinito degli amori e delle malattie, del denaro e dell’azzardo. Mari inventa una scrittura spietata capace di pietas, tempera ogni parola senza manierismo, gioca con i vocaboli e ci fa giocare con loro, fin dai cognomi dell’appello che, come quelli delle squadre di calcio, popolano in ritmo di lista o di cantilena le anamnesi delle nostre esistenze. Ossessivo e toponomastico, intrapsichico e filmografico, “I convitati di pietra” è un romanzo nero che si fa gioco del tempo che passa. Un libro comico e corale che sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda.»
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
Trama molto originale, costruita sulla decisione di una classe di maturandi, al termine del loro percorso di studi, di versare ogni anno una somma che andrà a costituire un capitale destinato agli ultimi tre sopravvissuti. Quando rimarranno in tre, però, prenderanno la decisione di proseguire ad oltranza, in questo modo a ricevere il premio sarà l’ultimo superstite. E’ il “patto sciagurato”, la scommessa, la “riffa” che li legherà dal luglio 1975 al 19 gennaio 2053, data di morte di Elisabetta Bathory, avvenuta all’età di novantasette anni e centotrentanove giorni. A questo punto resterà un solo sopravvissuto, il vincitore. Lo stile è molto coinvolgente e tiene alta l’attenzione del lettore con un susseguirsi di eventi incalzante; la lettura è piacevole e nel procedere si riscontrano più chiavi di interpretazione. Una buona, originale, iniziale ed ingenua intenzione, quella di non perdersi di vista, poco alla volta lascia spazio a sentimenti meno puri. A mano a mano che il numero dei partecipanti si riduce, i sopravvissuti cominciano a contarsi, scrutarsi e valutare la possibilità di incassare il premio finale: come dire, chi perde un amico trova un tesoro. E così sarà, i quasi ottanta anni di durata della scommessa trascorreranno tra morti naturali, accidentali, provocate e suicidi: un rocambolesco susseguirsi di avvenimenti che ricorda quello della vita, con le sue gioie ed i suoi dolori. Si passa dalla giovinezza, quando ci si sente invincibili ed al riparo da qualsiasi pericolo alla vecchiaia, piena di inquietudini, dopo aver passato una vita tra gioie, soddisfazioni e sconfitte.
Ho sempre provato una certa tristezza al pensiero di eventuali ritrovi di ex compagni di classe. Adesso so perché... 😀
Ho trovato questo libro molto divertente e cinico al tempo stesso. Ma quello di Mari è cinismo venato di nostalgia che, letteralmente indica il “dolore del ritorno”: desiderio e rimpianto di un passato al quale (più o meno consapevolmente) si vuole tornare. In questo senso, credo, l’autore interpreti il sentimento di ognuno. Gli anni del liceo, infatti, vengono ricordati come un periodo indimenticabile: caratterizzato da amicizie profonde come mai più nella vita, da prime esperienze, da amori, sfide e momenti memorabili; un’esperienza che ripensata appunto con nostalgia, commuove per la sua unicità. Ma si può “congelare” tutto questo? Si può per così dire “cristallizzare” un tempo passato? Il tempo della scuola è forse l’unico a rimanere immutabile. Il primo pensiero, leggendo il libro, va a “Dieci piccoli indiani” della Christie (ma si possono trovare anche altri rimandi), e così sappiamo fin da subito come andrà a finire la perversa “riffa”, l’espediente inventato per ancorarsi a un passato che non è più e non può più essere. E non potrebbe essere diversamente perché il passato, come ci dice lo stesso Mari “non è dietro di noi ma dentro”. E così ognuno diviene il “convitato di pietra” alla cena annuale: ciascuno è presenza minacciosa e inquietante per tutti gli altri. Ed ecco che gli ex alunni cominciano a giocare ad un gioco fatto di raggiri, truffe, inganni, e “macumbe”. E l’autore si diverte e ci diverte a raccontare le loro vite, sospese in attesa dell’annuale cena, attraverso il lungo catalogo delle malattie, degli amori e delle avventure, degli avvenimenti tragicomici che costituiscono la sinossi dell’esistenza, di tutte le esistenze. Un libro che fa riflettere anche sulle debolezze umane e la caducità della vita, un libro che diverte ma lascia anche un po' di amaro in bocca.
Recensioni
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