Il convitato di pietra

Andrea Perrucci

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1998
In commercio dal: 1 gennaio 1997
Pagine: 170 p.
  • EAN: 9788806141202
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Descrizione

Sospeso tra la tragedia e la commedia, tra il popolo e la nobiltà, questo nucleo originario del mito di Don Giovanni presenta già tutti i caratteri e le tematiche propri della letteratura da esso scaturita: tanto la sfida del coraggio e dell'esuberanza vitale agli ombrosi misteri della morte e della religione, quanto la rovinosa e definitiva sconfitta dell'orgoglio.

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Perrucci, Andrea, Il convitato di pietra, Einaudi , 1998
Neiger, Ada, Il vampiro, don Giovanni e altri seduttori, Dedalo, 1998
recensioni di Raffaelli, R. L'Indice del 1999, n. 04

Benché nessun altro anno possa uguagliare lo straordinario 1787, in cui vide la luce a Praga il Don Giovanni di Mozart e Da Ponte, assieme ad almeno altre tre versioni in musica della vicenda del dissoluto punito (Gardi-Foppa, Venezia, San Samuele; Gazzaniga-Bertati, Venezia, San Moisé; Fabrizi-Lorenzi, Roma, Valle), non si può negare che quello appena trascorso sia stato, per il principe dei seduttori, un anno piuttosto fortunato. Il Don Giovanni è infatti andato in scena in molti teatri prestigiosi, anche se non sempre con risultati pari alle attese, e l’assidua presenza in teatro di Don Giovanni, personaggio "teatrale" come nessun altro, è il massimo segno della sua vitalità e dell’importanza grandissima che la sua figura ancora riveste per tutti noi.

Anche sul versante librario il 1998 è stato un anno assai fertile, a riprova ulteriore del profondo interesse che il "cavaliere estremamente licenzioso" e il suo ultraterreno antagonista – il "convitato di pietra" – continuano a esercitare nella nostra fantasia e nella nostra cultura. In quest’ambito, si dà qui conto di due libri, l’uno diversissimo dall’altro.

Il primo è infatti un "testo", una delle numerosissime versioni della vicenda di Don Giovanni che le amorose e appassionate cure di Roberto De Simone hanno sottratto a polverosi scaffali di biblioteche per proporlo a un giro più largo di lettori. Si tratta del Convitato di pietra di Andrea Perrucci, un nome che ai non esperti di teatro forse dice poco, ma che agli esperti, oltre ad altre sue opere teatrali, rievoca subito un suo trattato famoso, Dell’arte rappresentativa premeditata e all’improvviso (Napoli, 1699), fondamentale per chiunque si occupi di Commedia dell’arte. Di questa "opera tragica" la Drammaturgia dell’Allacci (che cito nella ristampa anastatica – Torino, 1961 – dell’edizione "accresciuta e continuata fino all’anno mdcclv" di Venezia, 1755) dà le seguenti informazioni: "Convitato di Pietra. Opera tragica (in prosa). – in Napoli, per Francesco Mollo. 1678 e 1684 in 12 ad istanza di Francesco Massari. – di Andrea Perucci di Palermo. – Ridotta in miglior forma, ed abbellita, e riformata sotto nome di Enrico Preudarca. – in Napoli, per Gio. Francesco Pace, 1690 in 12". È questa edizione napoletana del 1690, rivista dallo stesso Perrucci (Enrico Preudarca è l’anagramma di Andrea Perruccio), che De Simone ora pubblica, dopo averne già offerto una stampa anastatica nel programma di sala del Don Giovanni di Mozart e del Convitato di Pietra di Tritto del Teatro di San Carlo per la stagione 1994-95 (Napoli 1975, pp. 99-204).

Il Convitato di Perrucci, dopo la menzione dell’Allacci, è stato utilizzato da G. Gendarme de Bévotte (La légende de Don Juan, Paris 1906) e citato da molti altri (Farinelli, Kunze, Pirrotta). Andrà perciò un poco ridimensionato l’entusiasmo che promana dall’introduzione: "Del suo Convitato nulla si sapeva fino ad epoca recente; se ne ha notizia per la prima volta da Jean Rousset che nel suo scritto Le Myte [scil. Mythe] de Don Juan [del 1978] ne riporta un dialogo tradotto in francese". È innegabile, in ogni caso, che grazie alle cure di De Simone il testo di Perrucci viene riproposto utilmente non solo agli studiosi, ma soprattutto agli innumerevoli curiosi della vicenda di Don Giovanni. Oltre a rendere comprensibili a tutti, traducendole sistematicamente in nota, le parti in dialetto napoletano dei personaggi servili (Coviello, servo di Don Giovanni, Pollecinella, servo del Duca Ottavio, Rosetta e Pimpinella, la figlia del Dottore il quale, secondo tradizione, parla invece in bolognese), il curatore ha infatti messo in luce l’importanza di questo testo nella "storia della tradizione" del Don Giovanni. La sua fortuna riguarda eminentemente l’ambito napoletano, in cui a distanza di circa un secolo troviamo ancora testi che risentono moltissimo del Perrucci (è il caso del Convitato di pietra di Lorenzi, musicato a Napoli dal Tritto nel 1783 – e dato in prima rappresentazione moderna al San Carlo di Napoli nel febbraio 1995 per la regia dello stesso De Simone – e a Roma, come s’è accennato, dal Fabrizi nel 1787) o che addirittura lo copiano: è il caso del Nuovo Convitato di pietra di Francesco Cerlone (Bologna, 1789).

Ancor più, forse, della fortuna successiva del Perrucci, è interessante esaminare quanto il suo testo conservi di una tradizione anteriore, anch’essa interamente napoletana. L’interesse nasce dal fatto che la prima diffusione del Burlador de Sevilla di Tirso de Molina in Italia si ebbe proprio per il tramite di compagnie spagnole che operavano nel Regno di Napoli. Nel Convitato di Perrucci ci sono alcuni elementi (come la lettera di Donna Anna per Don Ottavio intercettata da Don Giovanni) che risalgono direttamente a Tirso e che non risultano presenti fuori dell’area napoletana. In Perrucci inoltre si trova una scena (I 14,
p. 31 sg. De S.) in cui avviene un buffo corteggiamento tra due servi vecchi e brutti, Coviello e Rosetta. Il corteggiamento non ha alcun seguito, e si conclude con improperi assai pesanti (a Rosetta, che invitandolo ad andarsene, lo chiama "brutto puorco fetente", Coviello replica "Scriaténne da ccà, porca pezzente"), ma c’è in esso una frase, rivolta da Coviello alla donna, che ci rimanda a un’altra versione della storia di Don Giovanni, e precisamente all’Empio punito di Acciaiouoli (ma il testo fu largamente rivisto dall’Apolloni) messo in musica da Alessandro Melani e rappresentato a Roma, nel palazzo Colonna in Borgo, nel febbraio 1699 per l’interessamento di Cristina di Svezia. Nell’Empio punito – il cui maggiore interesse è nell’essere il primo Don Giovanni in musica che si conosca – ha uno sviluppo relativamente ampio una tresca tra Bibi (servo di Acrimante, il personaggio che corrisponde a Don Giovanni) e la vecchia serva Delfa (nutrice di Ipomene, personaggio che corrisponde a Donna Anna).

Questo "amorazzo" del servo di Acrimante con un’altra vecchia "buffa" non ha riscontri nelle altre versioni della vicenda di Don Giovanni: è dunque motivo di viva curiosità constatare che, seppur in forma abbozzata, una situazione simile è anche nel Convitato di Perrucci, e la curiosità si fa ancora più viva quando ci si accorge di una corrispondenza verbale che difficilmente può essere giudicata casuale: infatti, come nell’Empio punito (I 8: il testo è stato pubblicato da Giovanni Macchia, Vita avventure e morte di Don Giovanni, Einaudi, 19783), Bibi si vanta con Delfa dicendole "rimira il mio bel fusto / forte, lesto e gagliardo", così nel Convitato di Perucci (I 14, p.31 De S.) Coviello chiede a Rosetta "che te pare de sto fusto?".

L’altro libro, come dicevo, è di genere diverso. Si tratta infatti di una raccolta di relazioni presentate a un convegno, svoltosi a Trento nel 1994 per cura di Ada Neiger, dedicato al tema Il vampiro, don Giovanni e altri seduttori. L’accostamento è di quelli che, a chi abbia una formazione filologica, fanno subito venire qualche brivido. E i brividi non cessano leggendo l’incipit della curatrice, che assegna ai convegnisti il compito non lieve di "ricomporre in un retablo profano il fascinoso labirinto della seduzione".

In raccolte come questa imperversano di solito saggi di taglio psicoanalitico in cui, invece di analizzare i testi che hanno creato, tramandato, variato la vicenda di Don Giovanni, si affrontano – e spesso con pomposa supponenza – topici falsi problemi, come la presunta omosessualità latente di Don Giovanni o il conflitto irrisolto col padre, che quasi sempre coinvolge, assieme ai personaggi di Don Giovanni stesso e del Commendatore, anche le persone fisiche di Wolfgang e Leopold Mozart, e quasi mai invece – chissà poi perché – Lorenzo Da Ponte e il suo non altrettanto noto padre, anch’egli, tuttavia, un autentico patriarca.

Uno dei contributi del volume che stiamo discutendo, di cui è autore lo psichiatra Felice Ficco, è dedicato a Seduzione e distruttività nel "Don Giovanni" di Molière. In esso l’autore ricorda che Molière perse la madre all’età di dieci anni, ritenendo che questo lutto abbia "certamente influito sul suo carattere [e sia] un motivo rintracciabile anche nell’opera del Don Giovanni". "Nella lingua francese – argomenta Ficco – un lapsus frequente è tra la parola morte e la parola madre. Nel Don Giovanni di Molière la madre non compare mai, anche se viva. È ricercata proprio per questo ritorno nel grembo materno. ‘Essa [la madre] terrorizza perché simboleggia la morte, il tornare indietro, l’essere aspirati da una matrice avida’ (Badinter)".

Ora, anche a voler tralasciare l’aureo precetto di occuparsi di quello che c’è, nei testi, piuttosto che di quello che non c’è, non si può proprio fare a meno di osservare che l’assenza come personaggio della madre di Don Giovanni non è un tratto peculiare di Molière, ma risale a Tirso de Molina ed è comune a tutta la tradizione successiva.

Non intendo, con questo solo esempio, dare un giudizio complessivo sul volume. Non mancano infatti in esso alcuni contributi che possono definirsi utili e probi. Nell’insieme, tuttavia, si ha forte l’impressione che i veri competenti non abbondino: sempre a proposito dei contributi su Don Giovanni, è piuttosto desolante constatare che tutti quelli che ne parlano attribuiscano piuttosto superficialmente la "nascita" del Burlador de Sevilla di Tirso de Molina all’anno 1630, (che peraltro è solo l’anno del frontespizio del volume miscellaneo in cui fu inserito il Burlador, strappato da un altro libro stampato due o tre anni prima) mentre è risaputo che la commedia circolava già da almeno un decennio (ed era già giunta a Napoli) prima d’essere stampata. Ma a proposito di Tirso c’è di peggio: in uno dei saggi il frate mercedario autore del Burlador è trasformato inopinatamente in "gesuita". Nel buio tutti i gatti appaiono bigi.