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Una raffinata e inquietante storia nera, che riesce a trasfigurare l’orrore della realtà in una commovente odissea di riscatto.
«La storia vera di un incubo che oscilla tra sordido romanzo verista e fiaba.» - Mirko Zilahy
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complimenti a Giannubilo per essere riuscito a plasmare la tragedia di un uomo in un lavoro che, con quell'essere a metà tra cronaca e romanzo di formazione, risulta alla lettura fresco ed interessante. Complimenti per aver descritto l'etos di una terra, quella da cui egli, ed il sottoscritto, proviene, in tutto il suo misticismo e la sua barbarie, che le derivano da un paganesimo latente, che pervade, tuttora, alcuni riti ed alcuni giorni. quattro stelle, perchè alcuni passaggi sono risultati un tantino noiosi, anche se ciò non sottrae nulla al grande valore dell'opera.
Mi complimento per la finezza stilistica con cui ha reso su carta il dolore di un uomo, che è il dolore dell'uomo, alla fin fine. La sua storia vivifica emozioni morbose e domande sull'esistenza, senza fornire risposte, come io penso debba fare l'arte. Nessuna, spero, intenzione didattica nei confronti degli umani, col suo libro, ma solo uno sguardo scabroso e dissezionante. Complimenti. Avevo però anche qualche perplessità: ma non sull'opera, bensì sull'autore di essa. Ho letto l'intervista su Il Centro, rilasciata al bravo Di Tanna, e mi ha colpito qualche passaggio, per me di gusto non ottimale. Il primo, quando lei parla di "fortuna" (per due volte) relativamente all'essere venuto a conoscenza di questa terribile storia: ora, il termine "fortuna" mi sembra di scarso tatto, considerando che si parla di una storia vera, e di un essere umano vero e vivente. Sarebbe come dire che se io avessi avuto la possibilità di assistere alle stragi nei campi di concentramento e di scriverne, sarei stato "fortunato". "Fortunato" se il mio intento fosse stata l'ambizione personale, "addolorato" se il mio intento fosse stato quello raccontare una tragedia che potesse essere utile al prossimo, per non dimenticare (perdoni l'abusata locuzione). Ma lei usa la parola "fortunato" per due volte, per cui traggo le mie conclusioni sull'ambizione personale. Secondo passaggio che mi ha colpito: lei dice di voler mantenere la vittima nell'anonimato (per proteggerla), ma pure senza dirne il nome fornisce tutti gli elementi a chi lo desiderasse (penso a un giornalista curioso) per rintracciarla e risalire all'identità (veda appendici finali, etc.etc.). Un po' come quei giornali che per tutelare le persone nei fatti di cronaca, invece del nome, sotto la loro fotografia mettono solo le iniziali. Come mai non ha deciso di tutelare al 100% la vittima, omettendo TUTTI i riferimenti al reale? Scusi per i miei dubbi e la mia eventuale maleducazione. Alla prossima, e comunque sinceri complimenti per l'estetica della sua narrazione.
Tremendo e scioccante, bello.
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