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Giovanni De Luna

Editore: Einaudi
Collana: Einaudi. Storia
Anno edizione: 2006
Pagine: XXVIII-302 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806178598
Allo studioso che abbia il coraggio di accettare questa sorta di sfida – di fatto poi non eludibile per chi voglia dare compiutezza al proprio percorso di indagine – si aprono orizzonti del tutto nuovi tra i quali ad esempio il penetrare l'analisi della violenza e della morte nella guerra contemporanea attraverso l'analisi della vicenda del corpo del nemico ucciso. Un corpo la cui valenza simbolica si costituisce nell'immaginario individuale e collettivo di ogni società in conflitto e si fa a sua volta fonte un corpo che può essere interrogato oltre che attraverso le narrazioni di scrittori e giornalisti militari storici e cronisti anche spingendosi tra le righe delle schede anamnestiche e autoptiche dei medici legali e soprattutto tra le strutture visive delle immagini nelle quali quei corpi sono nella loro stragrande maggioranza "messi in posa sceneggiati esposti alla luce per essere fotografati".
Il saggio si sforza di parlare di guerra di morti e di corpi tracciando un percorso che dalla Cina di inizio Novecento teatro della "rivolta dei boxer" giunge fino al conflitto in Iraq di questi giorni passando attraverso tutte le guerre del secolo che hanno stroncato cento milioni o forse più di esistenze. "Quella che ci si propone – scrive De Luna – di fatto è una morte di massa che non ha precedenti nella storia sia per l'imponenza delle cifre sia per le coordinate al cui interno essa si inscrive". Il dato di assoluta novità è il porre al centro di questo percorso le immagini per quanto la scelta si riduca poi a proporre quattordici esempi – tredici nel testo e uno in copertina – e a raccontare invece attraverso le parole centinaia e forse migliaia di altre immagini.
Ben sappiamo del resto che dal loro apparire le cosiddette nuove fonti storiche (immagine e suono) hanno posto in modo sempre più pressante il problema della loro reale divulgazione nella saggistica. Non si possono cioè raccontare a parole immagini o descrivere i suoni senza al tempo stesso dare a essi uno spazio adeguato e significativo di riproposizione delle loro effettive peculiarità comunicative e informative. In tutta evidenza appaiono così alla lettura del saggio le difficoltà di indagare adeguatamente i caratteri della nuova documentazione per cui agli storici oggi accade di frequente ad esempio di sovvertire le intenzionalità del fotografo (chi ritrae il corpo dell'ucciso spesso non lo vive affatto come nemico bensì come vittima); di non entrare nel merito delle strutture visive delle immagini e del loro occhieggiare modelli di rappresentazione spesso consolidatisi da secoli; di rinunciare a interrogarsi sistematicamente sulle talvolta inesplicabili ragioni per cui una certa immagine sia venuta a trovarsi in un determinato archivio; o più banalmente per citare un'immagine proposta dal volume di scambiare per una messa in scena la posa intorno al patibolo del boia e dei testimoni ufficiali dell'esecuzione come nel caso dell'immagine di Cesare Battisti impiccato dagli austriaci nel fossato del castello di Trento il 12 luglio 1916.
Rimane comunque intatta per chi ha la volontà di scegliere questo percorso la forza metodologica derivante dall'interrogare in modo nuovo e diverso le immagini non relegandole a un ruolo di cornice illustrativa. Fatto questo sicuramente ancora non comune. E vorremmo sottolinearlo richiamando un ulteriore esempio: la curiosa coincidenza dell'uscita del saggio con l'arrivo all'attenzione degli studiosi ad esempio dei volumi di un'imponente opera dedicata alla Storia della Shoah affidata alla cura di un qualificato comitato scientifico internazionale (Utet 2005). In quest'ultima Storia però la riflessione sulle immagini non è affidata a uno storico o alla cura delle istituzioni scientifiche di conservazione dei materiali a cui si attinge bensì a una agenzia fotografica nota anche per la molteplice attività editoriale ed espositiva dei materiali che distribuisce ma il cui compito istituzionale o ragion d'essere rimane quella di vendere immagini. Curiosa coincidenza certo ma al tempo stesso contrasto che non è possibile immaginare ricomposto.

De Luna con generosa ingenuità a proposito di questo tipo di immagini non a caso scrive: "Il caso più struggente e inquietante è certamente quello legato alla documentazione fotografica attualmente disponibile sui lager nazisti. Lo storico che si avvicina a quelle immagini lo fa con una sorta di timore reverenziale consapevole che si tratta di un corpus documentario che appartiene alla storia dell'umanità e di trovarsi ai margini di un ‘buco nero' in cui rischia di precipitare sia il suo abito professionale che la propria dimensione esistenziale: al confronto con quei documenti non è consentita nessuna ingenuità metodologica nessun compiacimento narrativo; in questo caso la stessa verifica del ‘vero' e del ‘falso' l'asse portante di ogni ‘critica delle fonti' tende a superare il significato che le si attribuisce all'interno della metodologia della ricerca storica per assumere una portata molto più ampia legata a un dibattito che sfiora le ragioni ultime della nostra civiltà".

Gli impulsi alla riflessione ma al tempo stesso il disagio per una proposta che spesso si fonda su un linguaggio non ancora condiviso in pieno e quindi facile a generare fraintendimenti credo caratterizzeranno inevitabilmente la discussione intorno alle tesi di De Luna. È importante insomma che intorno a questi temi si apra un serio dibattito. Il saggio pone infatti indirettamente anche un altro importante problema di metodo.

"Il Novecento – vi si afferma – è stato il secolo della violenza di massa ma è stato anche il secolo della produzione di massa dei consumi di massa dei mezzi di comunicazione di massa della partecipazione politica di massa. È proprio il condividere la specificazione ‘di massa' che rende inestricabile il groviglio tra violenza produzione consumi mezzi di comunicazione forme della partecipazione politica ideologie attribuendo a questo intreccio i tratti di una ‘contemporaneità' dalle linee marcatamente identificabili e irriducibile anche alla contigua ‘età moderna'". Ora dal punto di vista della centralità in questa analisi della documentazione visiva la riflessione condotta sul corpo del nemico ucciso può costituire il promettente avvio il punto di partenza forte per un indispensabile approfondimento intorno agli immaginari visivi individuali e collettivi in cui le peculiarità e le specificità delle singole fonti devono essere affrontate con piena consapevolezza. Si tratta infatti di indagarne con sistematicità le interazioni reciproche e di contestualizzarle correttamente nei processi di conoscenza e nei meccanismi di costruzione della comunicazione.

Al termine di questo cammino che non sarà né semplice né breve si potrà forse considerare finalmente compiuto il percorso di costituzione dei singoli statuti di fonte per tutta la cosiddetta documentazione contemporanea (immagini suoni e memorie artificiali) e soprattutto si potrà considerare non solo doverosa e naturale una scrittura dell'elaborazione storiografica che sappia dispiegarne le specificità utilizzare e valorizzare le singole fonti nella stessa pienezza con cui esse interagiscono con l'esperienza personale e con quella dei tessuti sociali.

Adolfo Mignemi

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    MC

    21/12/2011 11.48.43

    Dai commenti mi pare che nessuno abbia colto il senso più ampio di un'opera che non pretende certo di elaborare letture inedite del nesso morte-guerra, ma semmai evidenziare la forza di un'altra dicotomia (più contemporanea e meno indagata, almeno fino all'epoca), quella tra Storia (la sua lettura) e immagine fotografica.

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    Texas79

    12/07/2006 14.15.56

    Mi pare che, più che sul nesso scontato tra Guerra e Morte, l'autore tenda a mettere in evidenza quello tra Guerra e Crudeltà gratuita. Tutte le guerre sono crudeli, ma non tutte le crudeltà sono gratuite. In un tempo in cui siamo spettatori così distratti dei tanti dolori del mondo, non credo faccia male cercare di scuoterci un pò dal torpore, per ricordarci che uccidere "il nemico" e infierire su di esso senza rispetto non sono propriamente la stessa cosa. Un buon libro, ben scritto e di agevole lettura, nonostante il tema

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    Filippo

    10/05/2006 12.06.11

    Da Omero a Platone ("solo i morti hanno visto la fine della guerra") fino alle vignette satiriche del 1914 in cui la Morte conficcava una spada nel cuore dell'Europa, la guerra è sempre stata considerata come l'estrema jattura dell' umanità, e mai a nessuno era venuto in mente finora di presentare il "nesso indissolubile" tra la guerra e la morte come una novità cui dedicare un saggio. Ma anche questo è un sintomo dei tempi: i "lettori colti" di un tempo sono sempre piu' rari e gli autori si trovano nelle condizioni di dover spiegare potenzialmente tutto a chi non sa potenzialmente niente. A proposito degli autori, comunque, potrebbe essere loro d'aiuto la massima do Goethe: "tutti i pensieri geniali sono già stati pensati: proviamo a ripensarli", invece di inventare l'acqua calda.

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    Carmen

    25/03/2006 21.48.33

    E' tutt'altro che ovvio ribadire il nesso tra Guerra e Morte; è tutt'altro che superfluo riaffermare che il fine ultimo di ogni guerra è la morte del nemico. La storia ridonda di pretesti agitati come clave per dare giustificazione e, perchè no, lustro ad ogni sorta di atrocità. Il dominio dell'uomo sull'uomo ha assunto nel tempo denominazioni le più fantasiose possibili, abilitando se stesso (quasi percependosi in tutto il suo orrore), autoassolvendosi sempre, con legittimazioni impastate di nobili intenti, atti dovuti, necessità... E i morti che ne seguono sempre, a centinaia, a migliaia? Un male necessario. Per trovarne esempi non occorre andare molto lontano nel tempo, appartiene alla storia recente la guerra condotta per un fine ufficiale a dir poco bizzarro: l'esportazione della democrazia di matrice occidentale in Paesi "canaglia". Stando così le cose, non vi sarebbe nesso indissolubile tra la guerre condotte in Afghanistan e in Iraq e la Morte. Ma si diceva che tra Guerra e Morte il nesso è "ovviamente" indissolubile, lapalissianamente indissolubile. Qualcosa non torna. Bene ha fatto De Luna a ribadire un concetto che a qualcuno appare scontato, ma che ora meno che mai lo è: la guerra non pratica sconti, nemmeno se la chiami pace.

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    Marco

    03/03/2006 13.36.56

    "Esiste un nesso indissolubile tra la Guerra e la Morte. Perché il fine ultimo della guerra consiste nell'uccidere il nemico": non è una citazione dallo "Stupidario" di Flaubert, ma l' incipit della presentazione editoriale Einaudi al libro di De Luna nonchè, piu' in generale, un esempio della desolazione mentale in cui versano le attuali scienze "umane" (ma sarebbe meglio dire "disumane"). A chi è interessato al significato della guerra consiglio la lettura dell'Iliade: certo, Omero non era - come il prof. De Luna - "autore di fortunate trasmissioni radiofoniche e televisive", ma sapeva e sa parlare al cuore di tutti, senza doverci ricordare il "nesso indissolubile" tra il fuoco e l'acqua calda.

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