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“Cosa succede in città”, che arrivò due anni dopo “Bollicine” e due anni prima di “C’è chi dice no”, è un album ibrido, figlio di una fase molto particolare della vita di Vasco, non ancora il re degli stadi che conosciamo oggi - al primo concerto a San Siro mancano ancora cinque anni - ma già un fenomeno della cultura pop italiana. I giovani lo amano: di quella «generazione di sconvolti senza santi né eroi» che segna gli Anni ’80 è il perfetto cantore. Per lui fanno le code fuori dalle discoteche e dai negozi di dischi non appena esce un suo ellepì. Ma in un'Italia ancora bacchettona e moralista per i media il Blasco è un modello negativo, diseducativo. Le opinioni sulla sua figura si erano polarizzate ulteriormente un anno prima dell’uscita del disco, quando il 20 aprile del 1984 la voce di “Vita spericolata” era finita dietro le sbarre. Due carabinieri gli si erano avvicinati in una discoteca di Bologna, poi insieme a lui si erano recati a Casalecchio di Reno, dove viveva e suonava con la sua band - quella del 1985 comprende Maurizio Solieri e Massimo Riva alle chitarre, Claudio Golinelli al basso, Lele Melotti alla batteria, Ernesto Vitolo al pianoforte, Fio Zanotti ai sintetizzatori - dentro a un capannone. Il rocker aveva consegnato agli agenti ventisei grammi di cocaina in proprio possesso. Portato nel carcere di Pesaro, aveva trascorso in prigione 22 giorni, di cui 5 in isolamento. Un’esperienza, quella del carcere, che nei mesi successi avrebbe ispirato i testi di “Cosa succede in città”. «Certo che sei un bel fenomeno anche tu a farti prendere così», canterà Vasco in “Cosa c’è”, scritta pochi giorni dopo essere tornato in libertà.
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