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Tiziano Scarpa

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2003
Pagine: 215 p.
  • EAN: 9788806165307

Disintossicarsi dall'allitterazione, mi si creda sulla parola, non è cosa facile. "Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi", ammoniva Umberto Eco in apertura di un suo paradossale normario; ma la retorica pletorica è a rischio dipendenza e non c'è metadone adatto per la metaletteratura: "Ci sono delle persone che hanno questa mania, esultano per le allitterazioni, per le ripetizioni aritmetiche, ritengono che grazie ad esse potranno riordinare il caos del mondo. Non dobbiamo biasimarli, è gente ansiosa" (José Saramago).

Ansia destinata ad aumentare, per quanto mi riguarda, vedendo che uno dei miei amati manieristi ha ormai deciso di smettere: allora si può?... si deve? Le certezze vengono meno, crollano i muretti eretti per immaginare un'architettura della narrativa anni novanta: tu quoque, Scarpa? Tu, il fiero vessillifero della lingua ipermedia, quello della "ghignante provincia della digrignante regione veneta" (Amore®); quello del Ponte delle gomme, "grandiosa Autobiografia del Gustolungo, emozionante Trionfo del Bigbàbol, sesquipedale Apoteosi del Vivident" (Venezia è un pesce); quello che ha esordito con Occhi sulla graticola, "il romanzo più interessante e più bello che sia uscito in Italia da qualche decennio (...) con qualità di scrittura che, per un esordiente risulta assolutamente eccezionale" (Edoardo Sanguineti).

Emancipato dal mantra della paronomasia, affrancato dalla schiavitù degli omoteleuti e degli ipnotici poliptoti, l'edonistico sostenitore del "piacere del significante" (Cos'è questo fracasso?) si orienta adesso verso un'ascetica asciuttezza. In effetti, già un paio d'anni fa - rivolgendosi ai suoi colleghi scrittori - Scarpa ebbe ad affermare: "A differenza degli 'artisti', non possiamo fondare la nostra autorevolezza su un talento dimostrabile, non padroneggiamo nessuna tecnica tangibile" (in Scrivere sul fronte occidentale). Parole strane, dette da chi della tecnica aveva fatto spudorata ostentazione - "il più colto e vertiginoso (sulla pagina) dei narratori dell'eccesso" (Severino Cesari) -, al punto da diventare un lemma del Lessico elementare per parlare di libri in società: "Scarpa, Tiziano. Ha una cultura mostruosa" (Giulio Mozzi). Ma forse questa parabola ha qualcosa da insegnare ai parabolani che fanno dell'affabulazione il loro piffero da incantatori: dietro a tutti i talenti - anche a questo dello stile - c'è un'altra faccia della medaglia; un debito pesante, che può trasformarsi in una taglia.

"Bravo Scarpa, a lei le parole non mancano": dopo qualche anno di latitanza, lo scrittore si ripresenta nelle vesti di un personaggio fuori scena. In uno di questi dodici racconti (non tutti inediti) si fa addirittura tu - lei - montaliano della propria voce narrante ("capisce, Scarpa?"). In un altro, da gaudente Godot, si trasforma nel Lucignolo che porta il giovane protagonista a finire in riformatorio: "Io e Scarpa volevamo fare uno scherzo". I titoli dei racconti ricalcano quasi sempre - secondo una tecnica usata anche dal De Carlo di Pura vita - l'inizio della narrazione. Una scelta che ben si sposa con l'andamento "eccentrico" di questi racconti senza baricentro, nei quali la narrazione si autoalimenta, rampollando da blocco a blocco, fino a disegnare una figura ad anelli che si sviluppa in lunghezza molto più che nelle alle altre due dimensioni (carente, in specie, la profondità). Racconti-fuga, li si potrebbe definire: ma - viene da chiedersi - da che cosa scappa Scarpa?

Nella brillante quarta di copertina si annunciano storie di coppia tutte "batticuori e battibecchi, fantasie e fantasmi, tribù di miraggi, harem di fisime", perché "due persone che si amano (...) si scambiano umori spirituali e fisici". Ma, ahimé, si tratta soltanto di un paratesto paracadute, pensato per riservare al lettore un atterraggio più morbido. Basta voltare le prime pagine e la delusione è lì in agguato: questi amori avranno pure il marchio registrato, ma gli umori restano quasi sempre secrezioni sessuali. Forse, per affrontare davvero il tema, bisognerebbe trovare il coraggio di ammettere la banalità intrinseca dell'amore, il suo essere irrimediabilmente sentimentale, comunque un po' patetico. Invece lo Scarpa folgorato sulla via di Moresco si è disintossicato dall'allitterazione ma non dalla sessuolalìa. Eloquente, in proposito, il titolo/ incipit del racconto chiave: Mi tolgo subito le mutande così facciamo prima, allusiva e sofferta dichiarazione di poetica che culmina nella scena simbolica dell'autoevirazione. Facile ricondurre il tutto a un rito di passaggio, sentendo il protagonista proclamare: "Niente più doppi sensi, niente più doppi fondi: (...) ci sguazzi lei nei suoi giochi di parole, Scarpa! Alla lettera, d'ora in poi voglio essere preso alla lettera!".

Liberato dai "metafori aulenti", il nuovo Scarpa sembra indirizzarsi verso una palomarizzazione della scrittura che metta al centro il corpo e la nudità (non necessariamente letterale): "Quando si fa copia dal vero con le parole, lo sguardo diventa più intenso". La sensazione, però, è che non abbia ancora trovato la strada: la pressione di essere una grande promessa lo rende facile preda di quella che lui chiamerebbe "ansia da prestazione", e così stenta a tradurre le sue grandi potenzialità nell'atto compiuto del libro che tutti aspettano. Quello, per intendersi, a cui è giunto Niccolò Ammaniti con Io non ho paura (Einaudi, 2002): bisognerà infine dare ragione alla sospettosa dietrologia di chi in ogni libro vuole vedere una trama?

Testi citati

Severino Cesari, Narratori dell'eccesso, "Tuttolibri", supplemento della "Stampa", 12.12.1996.

Andrea De Carlo, Pura vita, Mondadori, 2001.

Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani, 2000.

Giulio Mozzi, Lessico elementare per parlare di libri in società, "L'Indice", 1999, n. 7.

Edoardo Sanguineti, Buoni & cattivi, "Tuttolibri", supplemento della "Stampa", 12.12.1996.

José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis, Einaudi, 1996.

Tiziano Scarpa, Amore®, Einaudi, 1998.

Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce. Una guida, Feltrinelli, 2000.

Tiziano Scarpa, Occhi sulla graticola, Einaudi, 1996.

Scrivere sul fronte occidentale, a cura di Antonio Moresco e Dario Voltolini, Feltrinelli, 2002.

Niccolò Ammaniti, Io non ho paura, Einaudi, 2002.


«Quella sera stessa sono andato a dormire da solo nel monolocale, fuori Marghera. La mattina dopo sarei ripassato all'agenzia, chissà che lavoro interessante mi avrebbe procurato questa volta. Ma a mezzanotte è passato a prendermi Scarpa, il resto si sa.»

Le declinazioni dell'amore sono tantissime. Le richieste nelle copie possono essere infinite, così come infinite sono le possibili coppie. Cosa voglio da te? Tutto dipende dal tipo di rapporto che si instaura tra un uomo e una donna (e viceversa). Si può desiderare la treccia bionda di una commessa a tal punto da impazzire per un amore passionale ricambiato solo dalla capigliatura e non dalla ragazza. Si può sperare, dall'alto degli spalti di uno stadio, nel dono di una margherita, difesa dalla brutalità dei compagni e poi raccolta nel campo di rugby da un giocatore (che riserva delle sorprese) nel pieno di una partita. Si può chiedere di innamorarsi di una femmina speciale come la Cinghiala, una donna giovane che "non poteva dire di essere andata a male con l'età", e scoprire che anche una come lei può essere già fidanzata. È possibile anche innamorarsi di un uomo infedele, bugiardo, inaffidabile e desiderarlo tutto per sé facendo scomparire la sua fidanzata... anche se si è un pappagallo. Così come una zitella, brutta e cinquantenne può rimpiangere di non avere avuto un figlio dal proprio padre (che poi forse proprio il padre non è) per "migliorare la razza". La Creatura può ricevere da Lady Frankenstein un cuore nuovo: cinico o sentimentale? Non è una scelta da poco. Insomma, si può chiedere tutto, ma senza sperare di ottenere necessariamente ciò che si vuole... Tra i tanti racconti, Popcorn rappresenta un piccolo capolavoro, una lettura vorticosa, una partitura per voci e rumori che intreccia le parole di Luciana, una ragazza innamorata, con quelle di Loreto, un pappagallo intelligentissimo in grado di ripetere interi dialoghi come un registratore, imitando anche i timbri delle voci, per diventare un testo corale con l'inserimento di Antonio, il fidanzato e di João, una figura immaginaria invocata e materializzata all'improvviso. Attraverso forme narrative differenti e con l'abituale capacità di manipolare la lingua per creare testi di eccezionale qualità espressiva, Scarpa, che compare tra le righe ogni tanto in veste di amico dei molti protagonisti, crea un coro polifonico di voci che rimangono nella mente del lettore, come il fischio acuto della musica permane nell'orecchio dopo una piacevole serata in un locale affollato.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

Abitavo a due passi da un negozio di cravatte

Abitavo a due passi da un negozio di cravatte, in una via secondaria di una città del nord. La via era dedicata allo scienziato sacerdote Lazzaro Spallanzani, che il settembre 1788 sali sul monte Etna fino ai bordi del cratere, dove meditò a lungo dinanzi al ribollire della lava.
Nel negozio di via Spallanzani lavorava una commessa. Aveva i capelli biondi come un tizzone di braci. Di solito li raccoglieva in una treccia, ma almeno una volta alla settimana li teneva sciolti sulla schiena. Le arrivavano sotto la cintura.
Passavo ogni giorno davanti al negozio di cravatte, ma non osavo fermarmi davanti alla vetrina. Sbirciavo i capelli della commessa, rapinosamente, senza smettere di camminare. Le ricadevano dietro le spalle accarezzando morbidi maglioncini. Mi guardavo intorno, stupito dell'assenza di alveari. Come mai dentro quel negozio non volava nemmeno un'ape? Com'era possibile che gli sciami golosi di miele non dimorassero accanto a quella capigliatura?
Ogni giorno passavo e ripassavo davanti al negozio di cravatte. Non avevo il coraggio di soffermarmi davanti alla vetrina. Adocchiavo la commessa tutta sola, intenta a leggere un libro, senza dubbio un romanzo d'amore. Ogni tanto, nel negozio s'intravedeva un cliente. Si provava decine di cravatte per strozzarsi davanti a lei.
Rincasavo. La immaginavo nuda, diritta, con i capelli di miele che le colavano lungo la schiena. Ai suoi piedi, decine di signori in camicia e mutande la imploravano cantando inni gutturali. Si annodavano una cravatta di magma intorno al collo, la stringevano a strattoni.
— Non è la mia misura, non è la mia misura! — rantolavano i signori in mutande, strabuzzando gli occhi. Si strangolavano.
Immaginavo la commessa nuda, in piedi, avvolta nella sua cascata di capelli. Con le dita formavo un cappio intorno al mio sesso, lo tenevo stretto nella mano. I signori in mutande vacillavano sulle gambe pelose, stramazzavano al suolo tutti quanti insieme. La commessa nuda mi porgeva la sua capigliatura e la annodava gentilmente intorno al mio collo, attirandomi a sé. In quel momento mi sentivo pungere da uno spasmo acuto. Dal mio sesso sbolliva un fiocco liquoroso.
Scrissi una poesia dedicata alla commessa. La intitolai: Ai tuoi capelli. La rilessi. Era una poesia commovente. Immaginai la mia commessa che la leggeva, nuda, in piedi. Intorno a lei, i cadaveri dei signori pelosi si rodevano dall'invidia. Mi masturbai. Ne scrissi un'altra. La intitolai: Ai tuoi capelli. Ne scrissi un'altra ancora. La intitolai: Ai tuoi capelli. Si intitolavano tutte: Ai tuoi capelli. Scrivevo e mi masturbavo, mi masturbavo e scrivevo. Mungevo l'amore da me stesso. Fantasticavo.
Scelsi la poesia più ispirata. Comprai un foglio di carta di canapa cruda. Lo piegai e lo ripiegai, con il tagliacarte ne ricavai decine di biglietti della grandezza di una banconota. Intinsi il pennino nell'inchiostro dorato, distillato dalla fabbrica di pigmenti Windsor & Newton. Copiai e ricopiai la mia poesia. Scelsi la copia con la calligrafia che dava l'impressione di essere la più spontanea.
Attesi il giorno in cui la commessa indossava i suoi capelli sciolti. Mi feci coraggio. Per la prima volta, entrai nel negozio.
La commessa mi guardò negli occhi. Mi sorrise.
Non riuscivo a parlare. Strinsi i denti. Mi feci capire a gesti. Indicai la cravatta più costosa, la cravatta di seta viola. La comprai senza provarla. Lasciai scivolare sotto le banconote il biglietto di canapa cruda istoriato dai miei versi d'oro.
Corsi fuori dal negozio. Boccheggiavo.
Mi barricai in casa. Sprangai la porta e rinserrai le finestre.
Per una settimana non ebbi il coraggio di uscire dalla mia stamberga. Non mangiai pressoché nulla. Non avevo fame. Non abusai sessualmente di me stesso, né del fantasma della commessa. Bevvi molto vino.
L'ottavo giorno telefonai al fido Scarpa, l'amico che mi dava qualche soldo in cambio delle autoradio e dei fanali di bici che riuscivo a rimediare per le strade. Gli illustrai la situazione. Lo mandai in avanscoperta.
Attesi accanto al telefono. Sospiravo.
Mi richiamò quella sera stessa. Era passato davanti al negozio, aveva investigato attraverso la vetrina.
- La tua bella biondona — mi riferì il fido Scarpa - non c'è più. Al suo posto lavora un tipo con i capelli rasati.
Mi sentii mancare.
Per tutta la notte restai come stordito. Feci incubi da sveglio, con gli occhi sbarrati nel buio.La mattina dopo decisi di porre fine alla mia clausura. Barcollando, mi feci strada verso la luce. Aprii la porta dell'appartamento che dava sul pianerottolo, all'ottavo piano. Affrontai il capogiro delle scale, il sozzo travaglio dell'atrio.
Un lembo di chiarore abbacinante, poggiato sulla cassetta della posta accanto al portone, mi ferì gli occhi. Era un pacchetto di carta bianca. C'era scritto: "Al compratore di cravatta viola".
Lo aprii.

Recensioni dei clienti

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    brigidino

    24/01/2006 19.45.21

    carissimo lucio benedetti, parlo di delusione fin dal primo libro. non so se mi sono spiegato. fin dal primo libro scarpa ci ullude che il suo talento prima o poi incontrerà il grande romanzo o la grande raccolta di racconti che in italia manca da anni, e invece al libro successivo siamo punto e a capo: grande talento, poco arrosto. non si può salvare scarpa solo perché è diverso dal piattume generale. mi scusi sa, ma la diversità di per sé non è un merito letterario.

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    Lucio Benetti

    01/10/2004 14.03.47

    Questo libro parla di amori di coppia, molto litigiosi. Mantiene le promesse del titolo, parla di quel che ci aspettiamo dal partner. Lo consiglio a fidanzati e coniugi, li farà ridere e riflettere. Poi non sono d'accordo con Brigidino. Questi sono racconti avvincenti e appassionanti, sono storie raccontate bene, piene di colpi di scena, dialoghi frizzanti, idee estrose. Forse non è il libro più importante di Scarpa (io ho amato di più "Kamikaze d'Occidente" e "Corpo"), ma anche in questo si conferma un narratore originalissimo, e uno scrittore forse unico in Italia oggi. Non capisco in che senso Brigidino parli di "delusione": fin dal suo primo libro Scarpa ha raccontato storie in maniera non conformistica: era già particolare in "Occhi sulla graticola", continua a esserlo oggi: non ha iniziato come narratore convenzionale, per cui non capisco in che senso si possa parlare di "delusione". Se Brigidino desidera che Scarpa si conformi a una maniera di raccontare diversa, ortodossa (o qualsiasi altra maniera che ha in mente lui), bene, è un desiderio suo, è un problema suo: ma non venga a parlarci di delusione. Per fortuna esistono gli scrittori come Scarpa che scrivono (e raccontano) in modo diverso dal piattume generale!

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    magnifico quarantenne

    08/07/2004 23.34.36

    con questo testo ha raggiunto l'olimpo della letteratura

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    brigidino

    12/10/2003 09.48.43

    scarpa non è capace di narrare storie. di più, di congegnarle. è evidente la mancanza di una storia che funga da rete o collante alle sue continue invenzioni, siano esse concettuali o linguistiche. soprattutto la lingua pare fare scintille, a volte, proprio per nascondere questa più che evidente miseria narrativa. pare dire il fidato scarpa: non racconto niente, ma lo faccio così bene... scarpa è uno scherzo della natura. gli è stata data una testa pensante, uno stile che rapisce, ma sembra non essere fornito di quello spirito di sacrificio che comporta elaborare una storia... con queste brevi improvvisazioni spacciate per racconti, a quasi 40 anni, rischia di diventare la maggiore delusione letteraria di questo principio di secolo italiano.

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    Giovanni

    30/05/2003 11.58.10

    Molto deludente!!! Sono d'accordo con Morena: Scarpa crede di essere un narratore, invece è un saggista molto bravo a "trattare" in modo narrativo cose di saggistica, cioè a scrivere articoli e pezzi di commento impostati come veri racconti. Lì, è irresistibile. Non mi piace nessuno dei suoi libri di narrativa, e questo è proprio un disastro: cerebrale, pieno di inutili contorsioni mentali, senza respiro. Aspettiamo il prossimo libro di saggi brillanti ed efficaci come li fa lui.

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    Morena

    26/05/2003 15.22.42

    A mio avviso Scarpa è molto più bravo quando si arrabbia o quando si propone in veste polemica. L'ho trovato pungente in "che cos'è questo fracasso" e molto divertente in "venezia è un pesce". In tutta onestà quest'ultimo lavoro è al di sotto delle sue capacità. E' decisamente irresistibile negli altri due libri che ho citato e che invece consiglio.

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