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Le cose da salvare - Ilaria Rossetti - copertina
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Le cose da salvare Ilaria Rossetti
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Descrizione


Proposto per il Premio Strega 2020 da Wanda Marasco - Finalista al Premio Wondy per la letteratura resiliente 2021

Romanzo vincitore della quarta edizione del Premio Neri Pozza, Le cose da salvare tratta di un tragico evento reale come soltanto la letteratura può fare: mostrando le crepe e le ferite, e le vie di salvezza, che lascia nell'anima degli individui e nel cuore di una comunità.

«Se il ponte come forma metaforica, nella possibilità di ristabilire relazioni anche dopo un disastro emotivo, punteggia il romanzo, nel finale a sorpresa il libro svela un'inattesa circolarità che giustifica anche la posizione ambigua del narratore, in prima persona quando è Petra a muoversi, in terza quando riguarda gli alti personaggi» - Alessandro Beretta, la Lettura

Il Ponte è appena crollato. È venuto giú in un vortice di calce e blocchi di cemento. Affacciato alla finestra della cucina, il sessantaquattrenne Gabriele Maestrale osserva incredulo la voragine che si spalanca ai piedi del suo condominio, un edificio scheletrico con cinque balconi su cui incombe l'ombra spezzata del Ponte. Dal baratro si levano grida, deboli, incredule. Voci angosciate echeggiano nella tromba delle scale. Durante la loro corsa a precipizio, alcuni si fermano a picchiare alla sua porta: «Forza, raccolga quel che può e scenda, qui potrebbe venire giú tutto!». Gabriele, però, non riesce a muoversi, preda di un dilemma che non lo fa respirare: quali sono le cose da salvare? Gli oggetti utili, prima di tutto: il portafogli, i documenti, la giacca cerata, un paio di scarpe... Poi, forse, le fotografie, il cellulare, il libretto degli assegni, quel romanzo di Pavese appartenuto a Elisabetta, prima che se ne andasse... Che cosa salvare di una vita intera, quando tutto crolla, quando il mondo è ingombro di rovine prive di senso? Incapace di decidere che cosa portare con sé, Gabriele si lascia cadere sul divano; non si alzerà. Non si alzerà nemmeno all'arrivo dei vigili del fuoco, della polizia, di chiunque venga a intimargli di abbandonare la sua casa e mettersi al sicuro. Un anno dopo, la giornalista Petra Capoani viene incaricata dal direttore della Voce, una piccola testata di provincia, di scrivere la storia dell'uomo che dal crollo del Ponte vive asserragliato nella propria casa, circondato dalla desolazione e dalla solitudine. Da poco rientrata in Italia dopo diversi anni di lavoro a Londra, Petra accetta l'incarico senza entusiasmo, ma dovrà ricredersi quando Gabriele Maestrale le aprirà la porta della sua casa e, insieme, della sua esistenza. Tra quelle mura pericolanti, la giovane apprenderà, incontro dopo incontro, quanta vita è racchiusa in un appartamento e come la memoria di «tutta la tragica bellezza di ciò che è passato» – come scrive Cristina Campo nella frase che fa da esergo a queste pagine – sia piú importante dell'insensatezza della Storia.

Proposto per il Premio Strega 2020 da Wanda Marasco: «La tragedia del crollo di un ponte, nel testo di Ilaria Rossetti, è metafora potente di una disgregazione che investe la società e contemporaneamente l'interiorità umana. Il racconto è un'indagine in cui prevalgono l'affondo nelle vite e il flusso di coscienza dei personaggi, ritmati e descritti mirabilmente nelle tensioni, nel crogiolo di illusioni e fallimenti. Il ponte crollato è l'evento che induce a riflettere sulle lacerazioni umane, sulla nuova “peste” di un presente che ripete e riecheggia nelle vite i mali del mondo. Tra corruzione sociale e corrosione delle esistenze non c'è differenza. Sono le psicologie che dicono la meditazione sullo stato delle cose e assegnano all'introspezione lo sforzo della verità, l'analisi dell'angoscia e della speranza di una rinascita. La scrittura della Rossetti, intensa e a tratti poetica, usa il registro della cronaca che rivolta le coscienze, ne dice il deserto e ne stana la ferita come l'ultima paradossale forma di difesa e di resistenza.»

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Dettagli

2020
12 marzo 2020
202 p., Brossura
9788854520448

Valutazioni e recensioni

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Margherita
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C'è un ponte che crolla, con quello tutte le certezze. Bisogna trovare il coraggio di guardare tra le macerie per scegliere le cose da salvare. La scrittura di Ilaria Rossetti é emozionante, asciutta, precisa, composta da parole scelte con cura. Sicuramente un libro da salvare.

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paola g
Recensioni: 4/5

Bello, direi quasi 4 stelle e mezzo. Un argomento di attualità ma sviluppato in modo non scontato, come anche le dinamiche familiari presenti. Scritto bene, essenziale, senza pagine per allungare il brodo, come spesso in altri libri succede. Meritava almeno la dozzina Strega. Consigliato

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elide apice
Recensioni: 5/5

Le cose da salvare sono nell'animo, sono difficili da vivere, ma sono lì, pronte ad accompagnarci nei passaggi che la vita ci presenta. E' bello e intenso il libro di Ilaria Rossetti che riesce con rara maestria ad intrecciare diversi piani temporali, diverse emozioni, diversi sentimenti. Da una parte il crollo del Ponte di Genova e l'ultimo resistente abitante di una casa che è troppo piena di vita passata da poter abbandonare, dall'altra la storia di un uomo che ha perso la moglie e ritrova una vecchia amicizia che poteva diventare qualcosa di più. Nel mezzo una storia di migrazione, di solitudine e di accoglienzae la vita di una città ferita che prova a rinascere. Un intreccio memorabile che fa di questo libro un piccolo capolavoro della narrativa contemporanea e che rimarrà, tra le mie letture, tra "le cose da salvare".

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Voce della critica

Notti magiche, il film del 2018 diretto da Paolo Virzì, si chiude con quello che vorrebbe essere una specie di testamento a tutti i giovani che oggi si mettono a scrivere storie – che siano film o romanzi ha poca importanza. È un testamento breve, contenuto in una sola frase attribuibile, a quanto pare, a Furio Scarpelli, uno dei più grandi sceneggiatori del cinema italiano, che in coppia con Agenore Incrocci ha scritto capolavori immensi come I soliti ignotiLa grande guerraC’eravamo tanto amatiLa terrazza – giusto per citarne alcuni. La frase è questa: “Guardare fuori dalla finestra, sempre”.

Sarebbe un invito: giovani, fate attenzione, non chiudetevi in voi stessi, non indugiate a raccontare quei due o tre fatti irrilevanti della vostra vita, là fuori è pieno di cose molto più grandi – e diciamolo: più interessanti – di voi. È il manifesto, se vogliamo, di un certo modo di fare cinema, quello tipico della commedia all’italiana – che oggi non esiste quasi più – ma anche, volendoci spostare alla letteratura, di molti tra i più grandi scrittori della seconda metà del Novecento che oggi studiamo e cerchiamo invano di eguagliare. Mi riferisco ai cultori del cosiddetto Grande Romanzo Americano, quell’idea di un romanzo-mondo che contenga una rappresentazione di tutti i livelli di una certa società in un certo momento storico.

È chiaro che la scelta di porsi questo obiettivo sta solo a chi scrive, e che se uno ci crede non lo si può e non lo si deve criticare. Ogni volta che penso a questa aspirazione però mi viene subito in mente il suo risvolto, il rischio duplice che si corre quando ci si butta a raccontare grandi eventi della storia recente, ovvero da un lato quello di incappare in soluzioni banali e fiacche – scrivere un romanzo che racconta il viaggio di un migrante solo perché il tema sembra uno dei più scottanti: ma quanti ne sono stati scritti di romanzi così?, quale sarebbe la novità proprio del mio?, che cosa ho di davvero intelligente da dire su questo fenomeno? –, dall’altro lato il rischio di esporsi ai criticoni che la pensano malissimo di chi fa questo tipo di operazione, e che tendono a definire questi autori furbi quando vendono un sacco di copie, senza spina dorsale quando ne vendono poche.

Insomma, è un rischio, può andare bene o può andare male: la linea che separa un libro attualissimo da un libro insignificante è sottile. Ne era consapevole Jonathan Safran Foer, per esempio, quando ha scritto il suo struggente secondo romanzo, Molto forte, incredibilmente vicino, pochissimo tempo dopo la tragedia dell’11 settembre, in un momento in cui il mondo non aveva ancora digerito quello che era successo – noi eravamo ancora lì a cercare di capire, a mettere insieme i pezzi, e lui se n’era uscito con un romanzo su quella faccenda. È stata una mossa incosciente o molto coraggiosa, a seconda di come uno decida di vederla; è stato come cercare di prendere un toro imbizzarrito per le corna: puoi uscire come un eroe, ma puoi anche rimetterci la vita.

Il toro che ha provato a prendere per le corna Ilaria Rossetti invece è il crollo del Ponte Morandi di Genova: quel fattaccio a cui abbiamo assistito nell’estate del 2018, un evento terribile che sembra ancora dietro l’angolo, anche perché l’ultima campata del nuovo ponte è stata posata ad aprile, quindi un mese fa. Invece il romanzo della Rossetti, Le cose da salvare, già nel 2019 vinceva il Premio Neri Pozza, bruciando le tappe della ricostruzione, raccontando quella ferita prima ancora che fosse stata letteralmente rimarginata: avrà iniziato a scriverlo, considerando i tempi, pochissimi giorni dopo il disastro, e quindi probabilmente con totale incoscienza, senza chiedersi troppo cosa stava facendo – oppure illuminata da una fulminante intuizione.

Credo di non essere stato l’unico ad approcciare questo libro con curiosità ma anche con forte sospetto: le probabilità che si rivelasse un buco nell’acqua erano alte. Ero scettico, e legittimamente. Non sapevo ancora che la Rossetti ha una scrittura intensa e torrenziale – emotiva, verrebbe da dire, proprio come quella del già citato Foer – e a parte quella ha avuto la maturità e la grande intelligenza di raccontare la storia di quel crollo a partire dal basso, a partire in sostanza dai crolli intimi, privati, di alcuni personaggi che intorno a quel ponte hanno costruito i loro affetti e accumulato le loro esistenze.

Insomma, come ogni grande storia quella della Rossetti non è una storia di attualità ma di intimità: una storia di vite che crollano e che si ricostruiscono. A parte il ponte, dentro ci potete trovare l’immobilità e la nostalgiaquelle di Gabriele Maestrale, che a dispetto del suo cognome si attacca alla propria casa anche quando questa sta cadendo a pezzi, perché indeciso su cosa portare via – ma anche grandi speranze e futuri inaspettati: come per il padre di Petra, che dopo la morte della moglie sa trovare nel passato i pezzi per riparare il presente e per immaginare un futuro.

E il paragone con il romanzo di Foer davvero non è casuale: ho ritrovato, in Le cose da salvare, un’energia simile, anche se forse in qualche passaggio la troppa poesia mi è sembrata indigesta. Ci ho trovato, soprattutto, la stessa sensibilità, l’eleganza di raccontare il presente tenendolo sullo sfondo, lasciandolo emergere appena dietro le vicende dei personaggi. È questo che deve fare la letteratura: tenere a mente i dettagli, le circostanze individuali. Guardare fuori dalla finestra, certamente, ma facendo attenzione a chiuderla al momento giusto, per non dissipare il tepore che c’è dentro.

Recensione di Pierpaolo Moscatello

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