La costellazione postnazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia

Jürgen Habermas

Curatore: L. Ceppa
Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Edizione: 3
Anno edizione: 2002
In commercio dal: 18 marzo 2002
Pagine: 136 p.
  • EAN: 9788807102776
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recensioni di Ciafaloni, F. L'Indice del 2000, n. 03

Quest'ultima raccolta di scritti habermasiani ha come filo conduttore un tema molto importante: quello dei poteri, dei doveri, dei diritti, delle giurisdizioni, delle cittadinanze, della democrazia in questa fase di mutamento della natura degli Stati, di trasformazione profonda se non di fine dello Stato nazionale come lo abbiamo conosciuto e come è stato teorizzato tra Ottocento e Novecento.
Gli scritti che costituiscono il libro sono Imparare dalle catastrofi? Ripensando il secolo breve, La costellazione postnazionale e il futuro della democrazia e Lo stato nazionale europeo sotto il peso della globalizzazione. I primi due sono i primi capitoli di un volume sul tema, il terzo è uno scritto isolato che ripercorre con variazioni l'argomento, con maggiore attenzione all'Europa.
Il primo scritto dà in estrema sintesi il quadro storico. Viene usato, come è evidente dal titolo, lo schema di Hobsbawm del secolo breve, che comincia con la prima guerra mondiale e finisce con la caduta del Muro di Berlino. All'interno del secolo è però estremamente importante, anche per l'argomento centrale del libro, la cesura rappresentata dalla seconda guerra mondiale, dall'alleanza contro le potenze dell'Asse e il nazismo, già padrone dell'Europa continentale, delle grandi potenze liberali e della Russia sovietica. Dalla sconfitta del nazismo e dagli accordi di Bretton Woods, che sono il vero punto di svolta del secolo, nasce una pace attenta alle necessità economiche dei vinti oltre che dei vincitori, l'opposto di Versailles, che consente il pieno dispiegarsi della democrazia, il successo dello stato sociale, la socialdemocrazia in buona parte dell'Europa. È come se la maggiore forza, saggezza e competenza economica dei vincitori avesse trovato il modo di realizzare davvero i principi di Wilson.
Viene quindi rifiutato lo schema unitario, alla Nolte, del secolo visto come secolo dei totalitarismi, senza distinzione tra nazifascismo e comunismo e tra la chiusura dei fascismi e l'apertura del commercio mondiale, in un ambito di principi, regole e organizzazioni internazionali. Nella visione alla Nolte la caduta del Muro è la fine del totalitarismo, in quella che Habermas fa propria è la potenziale estensione al mondo intero dell'equilibrio tra apertura e chiusura, tra libertà e regole che è stata la forma assunta dall'economia e dalla politica degli Stati europei e occidentali tra gli anni cinquanta e novanta, con considerevoli successi.
Inutile dire che la visione di Habermas non è né tranquilla né tranquillizzante. Anche nella prospera Germania, anche nella relativamente pacifica e unita Europa, troppa è la miseria e l'ingiustizia perché si sia soddisfatti. Scopo della riflessione è cercare soluzioni alla tensione sempre presente tra bisogni e risorse, tra uguaglianza e gerarchie, tra libertà e vincoli.
Habermas non include tra i problemi veramente sostanziali per gli Stati europei le rivolte secessioniste, come quella basca e quella nordirlandese. Anche se costano lacrime e sangue, le rivolte di minoranze come queste sono piuttosto una dolorosa memoria del passato di violenza in cui si sono formate le nazioni, perché i nazionalismi e i centralismi si fanno sempre contro qualcuno. Se non si riesce a macinare e polverizzare le diverse identità - connotate geograficamente, socialmente, funzionalmente, qualche volta linguisticamente - che la nazione ingloba in sé, qualcuno risponde alla forza con un uso ancor peggiore della forza.
Per Habermas la vera sfida è quella della globalizzazione, intesa non come fatto ma come processo. È cioè il crescente peso degli scambi internazionali, del decentramento mondiale della produzione, della crescita di soggetti economici multinazionali diffusi in tutto il mondo e di dimensioni maggiori (dal punto di vista geografico e da quello economico) di molti Stati, anzi di tutti gli Stati salvo le grandi potenze. Lo Stato nazionale nasce con la separazione della politica dall'economia e con la creazione di una sfera di libera attività economica all'interno degli Stati, con scambi internazionali difesi dall'accordo, ma, in ultima analisi, dalla forza degli Stati.
Oggi non solo molti attributi della sovranità sono trasferiti di fatto a organismi internazionali come l'Onu, il Fmi, la Banca mondiale, il Direttorio della moneta unica europea, gli organismi dell'Unione, le alleanze militari, come la Nato, ma il funzionamento stesso, amministrativo e fiscale, dello Stato è a rischio, anzi è già in crisi.
Come può uno Stato nazionale tassare davvero entità economiche che sfuggono totalmente al suo controllo e possono realizzare i profitti in Stati di comodo o in luoghi geograficamente imprecisabili? E come può ristabilirsi un potere politico, di controllo, amministrativo e fiscale su scala mondiale, se è già così difficile costruire un'unità politica europea?
Inoltre, e almeno altrettanto fondamentalmente, dato che la democrazia si è affermata negli Stati nazionali, associazioni di liberi e uguali, come mantenere strutture democratiche alle istituzioni e natura democratica alle decisioni in un contesto dove l'uso della forza non è più monopolio dello Stato nazionale e dove le decisioni sono intrinsecamente non nazionali? Come si difenderà, al di fuori dello Stato nazionale, il diritto di ciascuno alla propria identità? Chi regolerà il mercato internazionale?
Habermas intanto ha il merito di analizzare e spiegare, con un linguaggio sintetico e coerente, il disaggregarsi degli aspetti (economico, militare, culturale) degli Stati, senza cercare di ricondurre per forza ciò che accade al modello dello Stato nazionale indipendente, sovrano sul suo territorio e perfettamente libero in politica estera, considerando ogni scostamento da questo modello come una patologia. Inoltre ha il non trascurabile merito di considerare la nazione come il vincolo del rispetto delle leggi, della identificazione con la Costituzione, della solidarietà e non come un'essenza mistica eterna. Su questa base analitica e con questa premessa teorica si può costruire, nella piena consapevolezza della pluralità delle cittadinanze compresenti anche all'interno degli Stati, una qualche prospettiva per il futuro.
La prospettiva, non facile, dovrebbe essere quella, come abbiamo anticipato, del giusto equilibrio tra apertura e chiusura, tra libertà e regole. Ma come si fa a estendere il processo decisionale democratico ad aree non ben definite territorialmente, in presenza di potenti Stati non democratici? La via di uscita suggerita da Habermas (e sperata da molti, anche da me) è che un comportamento discorsivo delle istituzioni, l'estensione del ruolo di organismi privi di poteri totali, senza accesso all'uso diretto della forza (come la Banca centrale europea o Medici senza frontiere, per nominare due enti assolutamente diversi) e vincolati dalle regole internazionali a comportamenti discorsivi, possa portare a una riproduzione di un funzionamento democratico anche in un ambito giurisdizionalmente complesso e in assenza di poteri direttamente eletti.