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Cultura karaoke - Dubravka Ugresic - copertina

Cultura karaoke

Dubravka Ugresic

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Traduttore: O. P. Arsic, S. Minetti
Editore: Nottetempo
Collana: Cronache
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 5 giugno 2014
Pagine: 401 p., Brossura
  • EAN: 9788874524914
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Gaia la libraia

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Critici e accademici si sono scervellati per cercare di definire la cultura in cui viviamo, con risultati spesso faticosi e monotoni: post-postmodernismo, antimodernismo, pseudomodernismo, digimodernismo. Dubravka Ugresic, con la sua ironia implacabile, ha frugato nel repertorio dei prodotti di massa per trarne un'espressione leggera e pungente: cultura karaoke. Come nella candida esibizione canora esplosa nevroticamente negli anni '80, la cultura karaoke rende tutti, contemporaneamente, star e fan, fruitori e creatori. È insieme collettiva e narcisistica, frenetica e conformista. Dalla tv alla letteratura, dai social media al libero mercato, da internet alle mode e ai tic della vita quotidiana, dall'informazione-spettacolo all'attualità politica, Ugresic perlustra una cultura magmatica nata da un compulsivo consumo tecnologico, dietro cui balugina la paura contemporanea di "dissolversi nel fango come i salmoni".
  Cultura karaoke di Dubravka Ugrešić è una raccolta di brevi saggi pungenti, toccanti, a tratti implacabilmente ironici, su temi diversi e interconnessi, su luoghi e non-luoghi, reali e virtuali, delle nostre vite, sul rischio serpeggiante dell'omologazione culturale. L'autrice ci guida lieve e preoccupata nei territori del dilettantismo che avanza, abitati da "autori anonimi" in connessione gli uni con gli altri, i quali, più che affermare una propria identità, tantomeno una controcultura, spesso esibiscono un'unica, anonima, pervasiva incultura o, per usare la fortunata espressione coniata dalla Ugrešić, una cultura karaoke. La godibilissima, lucida scrittura di Dubravka Ugrešić si tuffa spesso nell'autobiografia e nella storia, in viaggio tra Jugoslavia e ex Jugoslavia, America, Unione Sovietica di ieri, Europa di oggi, in bilico tra panorami diversi, ma speculari: totalitarismi e libertà totalitarie. A volte l'autrice calca, per così dire, il tratto, offrendo pagine di penetrante critica sociale: "Il mioesagerare è una forma di preoccupazione per il futuro", avverte. Ci sono momenti in cui, nella rappresentazione di una massa rivolta al miraggio consumistico dell'opulenza (obilje – obilie – opulence – opulenza – opulencia), riesce a evidenziare con delicatezza piccole storie di marginalità e di emarginazione, come quei fotografi che nella folla catturano con l'obiettivo un volto, l'unico, voltato a fissarli, controcorrente, e con quella foto scrivono la storia. Fra tutti, ci mostra la Ugrešić, rischiano di scivolare via, non visti, coloro che usano il linguaggio della diversità o, che a volte è lo stesso, non hanno mai imparato la lingua del paese di arrivo; in questo è emblematica la storia di Marlenka, bella come un fiore. Dubravka Ugrešić nasce nel 1949 in Jugoslavia. Laureata in lingua russa, per vent'anni lavora all'Istituto di scienze letterarie dell'Università di Zagabria. Oltre a scrivere libri, all'epoca traduce dal russo e si occupa di scrittori russi di avanguardia. Quando scoppia la guerra in Jugoslavia, sin dall'inizio prende posizione contro la violenza e i nazionalismi di ogni segno. Nel 1992 scrive il breve saggio Pura aria croata (Čist hrvatski zrak), pubblicato dal giornale tedesco "Die Zeit", per il quale subisce in patria un vero e proprio linciaggio mediatico, e insieme ad altre quattro scrittrici croate viene bollata come vještica, strega. Decide allora di trasferirsi all'estero, si reca in Germania, negli Stati Uniti, in Olanda, paese dove risiede attualmente ("Vivo in Olanda, nel paese con i più piccoli monumenti pubblici al mondo. Cipassate vicino e rischiate di non vederli, la loro altezza non supera i trenta centimetri"). Il tema dell'esilio è presente in questo come in precedenti libri della Ugrešić. Quello di Cultura karaoke è stato un "cantiere interculturale": a portare avanti il lavoro di traduzione abbiamo scelto di essere in due, di madrelingua diversa, una la madrelingua di partenza e l'altra la madrelingua di arrivo. A mano a mano che ci inoltravamo nella traduzione venivamo incoraggiate dall'autrice a rendere il testo il più possibile fruibile per i lettori italiani. A rendere ancora più stimolante il lavoro di traduzione di Cultura karaoke, la straordinaria disponibilità dell'autrice, con cui c'è stato un fitto scambio di mail, alcune delle quali contenevano nostre richieste di chiarimenti circa passaggi particolarmente complessi. Senza il soccorso di Dubravka Ugrešić, ad esempio, ardua sarebbe stata la traduzione del verso dello scrittore croato Miroslav Krleža, verso citato come "il famoso inno al fatalismo croato": Nigdar ni tak bilo da ni nekak bilo, pak ni vezda ne bu,da nam nekak ne bu. La difficoltà consisteva nel fatto che la frase è stata scritta in dialetto kajkavo, per cui è stato necessario chiedere all'autrice una "traduzione-ponte" in croato standard: Nikada nije bilo da nekako nije bilo i nikada neće biti da nekako neće biti. Da cui la traduzione del verso: "Non c'è mai stato un tempo in cui in qualche modo non si vivesse e non ci sarà mai un tempo in cui in qualche modo non si vivrà" (a questo punto non ci resta che sperare di essere riuscite a renderlo almeno un po' fatalistico anche all'orecchio del lettore italiano!). Rispetto al testo originale croato e rispetto all'edizione americana, il testo tradotto in italiano presenta delle differenze sensibili. In corso d'opera, l'autrice ha apportato non pochi "cambiamenti originali all'originale" appositamente per la traduzione italiana. Oltre alla necessità di eliminare ripetizioni ed evitare ridondanze, ha voluto raccordare, fra l'altro, alcune parti del testo (tutti i saggi sono stati scritti tra il 2005 e il 2010) alla situazione politica e sociale che nel frattempo era mutata, scegliendo in alcuni casi di eliminarle, ritenendole obsolete o semplicemente non più significative. Per questi motivi, dunque, alcuni capitoli presenti nell'originale croato o nell'edizione americana non compaiono nella traduzione italiana. Possiamo dire che una delle peculiarità del testo prodotto per l'edizione italiana è consistita nella sua co-costruzione in corso d'opera. Per tradurre Cultura karaoke era essenziale conoscere la storia jugoslava e anche la situazione attuale negli stati della ex Jugoslavia. Visto che, per quanto riguarda la ex Jugoslavia, molti temi suscitano ancora grande interesse e complessi problemi non sono stati ancora risolti, abbiamo posto una grande attenzione nel formulare le note del traduttore a piè di pagina, laddove ritenevamo che fossero necessarie. Nel saggio Vecchietti e nipoti l'autrice nomina l'attuale presidente della Serbia, che all'epoca era solo un membro del Partito radicale serbo; abbiamo proposto di inserire una nota con l'informazione sulla sua attuale posizione politica per il lettore italiano, che non necessariamente conosce la realtà politica serba. Sulla traduzione di alcuni termini ci siamo soffermate a lungo: hrvatstvo, srpstvo, stanno a significare ciò che caratterizza il popolo croato/serbo. L'inglese usa i termini croatdom, serbdom, che, come kingdomdukedom – regno, ducato – sono formati con il suffisso -dom. È interessante notare che lo stesso suffisso è stato usato per creare la parola fandom (fan+dom), il che rende particolarmente efficace, cogliendo le connessioni interne di Cultura karaoke, la traduzione inglese di hrvatstvo e srpstvo. Era evidente che non potevamo fare la medesima operazione in italiano, e allora abbiamo osato molto, usando come traducenti le parole croaticità, serbicità il cui suono ci soddisfaceva perché produceva assonanza con etnicità; e inoltre sembravano rendere bene il significato originale nella connotazione data dall'autrice. Solo dopo aver concluso la traduzione abbiamo trovato la conferma di un precedente analogo uso di queste parole in Tommaseo e la Serbia di Nikša Stipčević, (Niccolò Tommaseo e Firenze. Atti del Convegno di studi, Firenze, 12-13 febbraio 1999, a cura di Roberta Turchi e Alessandro Volpi, Olschki, 2000). Abbiamo cercato di mantenere il più possibile i giochi di parole del testo originale, così come le sfumature delle sinonimie. Qualche volta la ripetizione o la serie di sinonimi del testo originale non poteva essere mantenuta, né era fondamentale che lo fosse, in italiano. In questi casi non bisognava avere paura di "tagliare" la versione originale: To što se tada "nosilo" bila je "literarnost" literature, "knjižestvenost" književnosti (Quello che andava di moda era la "letterarietà" della letteratura). In un caso il gioco di parole è stato reso senza particolari difficoltà, ma non è quello che probabilmente sembra a una prima lettura: il finzionario croato (come il finzionario americano), titolo di paragrafo del saggio Una questione di ottica, non gioca sull'assonanza tra funzionario e finzionario, ma è un neologismo che l'autrice ha creato dall'inglese – trasportandolo in croato – unendo le parole fiction (finzione) e dictionary (dizionario), a indicare un repertorio di menzogne e falsità. Nella lingua serba e croata è frequente l'uso di sostantivi derivati dai verbi (nominalizzazione), che talvolta possono anche essere tradotti in italiano con i nomi corrispettivi; ma più spesso, per mantenere la fluidità e l'efficacia del testo, si è scelto di rendere in traduzione con verbi, per esempio in questo passo:"Sono una testimone delle numerose strategie concepite per cancellare il passato, bruciare i libri, cassare le biografie, riscrivere i manuali scolastici e le verità ufficiali, cambiare lingua, bandiera, opzioni ideologiche, dissotterrare e sotterrare le ossa, fabbricare la storia, trasformare e rinominare tutto il contesto e far sparire un grande numero di persone da un giorno all'altro". Entrando negli ambiti della modernità (ambito privilegiato e luogo virtuale per eccellenza è internet), Dubravka Ugrešić esprime il proprio disagio in modo ironico, schietto, mai succube del politically correct né delle mode culturali. In alcune pagine la sua ironia si coglie proprio nella puntigliosa citazione di termini appresi dal mondo di internet e in certe analisi della reticolata geografia delle appartenenze virtuali. Sapevamo che per affrontare la traduzione (in particolare quella del primo saggio, Cultura karaoke, che dà il titolo al libro) era necessario avere preliminarmente una discreta conoscenza del mondo di internet e delle nuove tecnologie in generale. Ciononostante, in alcuni momenti ci siamo ritrovate letteralmente sommerse da blog, forum, Second Life, residents, avatar, cellulari e cell-novels (in giapponese: keitai shosetsu), wannabes, fan, fandom, fanbase, fanspeak, convention (abbreviato in con), cosplay, fanac, fanzine, fan fiction, ficer, slash fiction, slashy moments, slasher, femslash, pop-slash, quirk-books, Twitterature, anime. A proposito, così, di punto in bianco, voi che articolo mettereste davanti al sostantivo "anime" ? Attenzione alla risposta però, se non conoscete i cartoni animati giapponesi.

Essendo la lingua inglese diventata la lingua di internet, molti termini non vengono più tradotti, perciò rimangono in inglese nella versione italiana così come erano in inglese nell'originale croato (qualche termine rimane in giapponese). Questo elemento, che in alcuni punti sembra sovraccaricare la pagina di parole "importate", in realtà avvantaggia il traduttore in italiano rispetto al traduttore in lingua inglese nel trasmettere lo smarrimento, la vacuità, lo shock culturale e l'ironia, che traducendo troppo non avremmo tradotto affatto.

Più volte, traducendo Cultura karaoke, ci siamo trovate di fronte al bivio se tradurre o non tradurre. O meglio, quanto e dove tradurre in funzione della fluidità in italiano del testo finale (in questo è stato molto utile il confronto non solo linguistico ma culturale tra due madrelingua) e quanto lasciare non tradotto. Tradurre o non tradurre i titoli delle opere (film, libri, giornali, riviste) in serbo-croato o in inglese, la toponomastica, i nomi tecnici, le nuove tendenze? La decisione, frutto a volte di una lunga negoziazione fra le traduttrici, era determinata dal ritmo del testo, che non doveva essere appesantito da troppe parentesi, parole straniere o note a piè di pagina.

Resta il fatto che una delle preziose caratteristiche della scrittura di Dubravka Ugrešić, "scrittrice free-land" (una delle definizioni usate per lei da Pedrag Matvejević), è quella di utilizzare parole di altre lingue senza tradurle. Lo spostamento da una lingua all'altra è in alcuni casi ciò che comunica il passaggio da una cornice culturale a un'altra, consente il gioco dell'ironia e costruisce un luogo dove è possibile anche la percezione della fatica di attraversamenti non sempre indolori. Non tradurre lascia in qualche misura un non comprendere, ma anche un non farsi assimilare.

  Silvia Minetti e Olja Perišić Arsić    

  • Dubravka Ugresic Cover

    Dubravka Ugrešic, scrittrice e saggista croata, ha lasciato nel 1993 il suo paese e vive da allora fra l’Olanda e gli Stati Uniti, dove insegna Scrittura creativa. In Italia ha pubblicato, oltre a Vietato leggere (nottetempo 2005), Il museo della resa incondizionata (2002) e Il ministero del dolore (2007). Baba Jaga ha fatto l’uovo (nottetempo 2011) è tradotto in quattordici lingue ed è candidato all’IMPAC Award 2011. Approfondisci
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