Da una crepa

Elisa Biagini

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Editore: Einaudi
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 15 aprile 2014
Pagine: 110 p., Brossura
  • EAN: 9788806215446
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Elisa Biagini

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Continua a essere il corpo, o la contiguità tra corpo e linguaggio, il centro dell'ossessione poetica di Elisa Biagini, un corpo femminile sezionato e reinventato attraverso figure che attìngono a un immaginario quotidiano, domestico (il viso è una tazza, la schiena "un astuccio di semi", i lobi fazzoletti annodati), e lo trasformano in involucro di un'identità misteriosa. Ma per Biagini il corpo è soprattutto mezzo e sede della relazione con l'altro: se in una delle sue precedenti raccolte, L'ospite, il "tu" s'incarnava nella presenza concreta di una figura famigliare, qui l'interlocutore è "d'inchiostro", ma non per questo meno concreto: con la sua "parola verticale" l'autrice cuce i propri versi a quelli di alcuni poeti amati (Celan, Dickinson), in un insolito struggente dialogo.
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    alida airaghi

    12/05/2014 20:42:55

    Giustamente la quarta di copertina sottolinea in questo libro di Elisa Biagini l'ossessione per il corpo. Per offrire al lettore un inventario dei termini anatomici utilizzati, se ne può abbozzare un elenco: bocca, lingua, labbra, palato, gola, saliva, fronte, orecchio, lobi, occhio, palpebra, pupille, capelli, mano, dito, unghia, polso, braccia, scapola, prima cervicale, piede, rotule, caviglie, polmone, cuore, ombelico... Una sorta di esibizione, più che una rappresentazione, della fisicità materiale di cui siamo composti, in singoli elementi quasi stilizzati, e resi artificialmente come nella destrutturazione della pittura cubista e futurista, che se ci spingiamo alla contemporaneità, può anche ricordare i calchi plastificati delle sculture di John De Andrea, in cui la vita pare assente, e la carne diventa un simulacro sintetico. Il corpo spezzettato è reso formalmente nella frantumazione dei versi: brevi, martellanti, irrigiditi nel rifiuto di qualsiasi abbandono lirico. Il corpo, proprio ed altrui, è avvertito minacciosamente armato, arroccato in difesa o pronto all'attacco, come si evince dall'uso frequente di una terminologia aggressiva: ascia, forbici, lama, spillo, spigolo, spine, fil di ferro, coltello, freccia, morso. Con la ricorrente "crepa" che dà il titolo al volume: "e la schiena si/ crepa, astuccio/ di semi/ che spingono". Una poesia scolpita, questa di Elisa Biagini, concretissima e visionaria, anche nei riferimenti letterari a cui rende esplicito omaggio (Paul Celan e Emily Dickinson), traendone spunto per un collage tormentato e radente; dalle loro fessure di angosciosa bellezza trae materia e ispirazione, in una sorta di allucinato film surrealista alla Bunuel, in cui il corpo rimane ostaggio non tanto di divinità crudeli, quanto di una assurda e silenziosa assenza di significato, in un'estraneità reificante.

  Fenditure, varchi, crepe. Da Montale in poi la poesia non smette di popolarsi di fenditure, di varchi, di crepe. E, forse, in un orizzonte come quello postmoderno in cui la totalità si è arresa al frammento, non ci si poteva aspettare altro. Sicuramente Da una crepa muove Elisa Biagini, poetessa degli anni zero, come l'ha definita tra gli altri Vincenzo Ostuni nella sua antologia (Poeti degli Anni Zero. Gli esordienti del primo decennio, Ponte Sisto, 2012), alla sua terza pubblicazione per la "Serie bianca" di Einaudi. Il titolo, che riecheggia il celebre aforisma di Leonard Cohen, riempie interamente di sé la quarta e ultima sezione dell'agile libretto, che per il resto inscena un dialogo in versi con due poeti estinti, Paul Celan ed Emily Dickinson, e con una figura remota e fondativa, il nonno minatore. Il tema della morte non è nuovo nella poesia di Biagini, che ha addirittura esordito (Morgue, in Sesto quaderno di poesia italiana, a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos, 1998) versificando sui cadaveri fotografati da Andè Serrano. Non solo non è nuovo, ma ha percorso tutta la produzione poetica dell'autrice, arrivando a tracimare in questa raccolta che, per temi e stile, si allinea perfettamente alle produzioni più recenti, L'ospite (Einaudi, 2004) e Nel bosco (Einaudi, 2007), disegnando un percorso poetico ideale, che ruota ossessivamente intorno al tema della comunicazione o, meglio, dell'impossibilità di comunicare. In quest'ultima raccolta, però, l'autrice fa un passo in avanti o, meglio, un passo indietro. Se nell'Ospite, infatti, c'era una ricerca affannosa di dialogo con un tu (la nonna) infinitamente distante per questioni generazionali e se Nel bosco questa ricerca implodeva in una perdita di sé allegorizzata nel bosco, in Da una crepa il dialogo diventa possibile solo "nel sogno" e camminando "un passo alla volta, per negazione", "torcendo i piedi", contandosi "le dita / all'incontrario", camminando "per sottrazione", ossia fuori dallo spazio-tempo della realtà quotidiana. La dialettica io/tu continua ad essere persistente, ma perde di consistenza di fronte all'amara presa di coscienza che il tu può essere ormai solo "d'inchiostro" e che la parola "per/troppa luce" è ormai venuta meno. Fuor di metafora, la denuncia di Biagini è chiara: nella società degli eccessi "si parla buio, si parla vetro", "la voce s'imbianca di /silenzio, le ombre/s'infittiscono tra i denti", le orecchie sono "confuse come api" e, di conseguenza, la parola resta "alla soglia". Inaspettatamente, però, è proprio "in piedi, sulla soglia" che l'incontro diventa di nuovo possibile: "Il mio occhio nella tua/mano, la tua lingua/sul mio orecchio: così ci conosciamo/toccandoci, perché/la pupilla è sgranata/per lo sforzo, le papille/come scartavetrate". In questa lirica, in cui si drammatizza l'incontro tra due anime gemelle (Celan e Dickinson) che solo per una banale questione di secoli (a detta dell'autrice) sono rimasti estranei, Biagini addita l'unica possibile alternativa: rinunciare ai tradizionali canali di comunicazione (la vista, l'udito, il gusto) e sperimentare il tatto, il brutto anatroccolo dei cinque sensi. "Così ci conosciamo" dichiara la lirica "toccandoci" e, a ben guardare, i richiami al tatto sono presenti fin dalle prime battute ("mi si chiudono / le notti dentro / il palmo, ti tocco / e sei d'inchiostro") per proseguire poi, a corrente alternata, di sezione in sezione, tra dita che "sentono" e "disegnano" suoni, parole che "grattano", virgole che "pizzicano" e "carte ruvide", fino alla fine. E in una poesia che si fa sempre più essenziale, ecfrastica, analogica, verticale, non a caso figure retoriche dominanti diventano la sinestesia, che non smette di creare corrispondenze inedite fin da Baudelaire, e l'antitesi, che non smette di associare per dividere. A esse Biagini si affida per scardinare la visione conformistica della realtà: in questo mondo rovesciato gli occhi "sentono", si "tingono" i pensieri, si "sbuccia" il respiro, si "ascolta" con la bocca e si "guarda" con l'orecchio; in questo mondo rovesciato "la parola scura fa luce", si guarda e si ascolta "in controluce" e "controvento", "vicini e inafferrabili", la terra è "muta, /ma non silenziosa" e persino "sbadigliare/è rumoroso". In questo mondo rovesciato, però, tra corpi notomizzati e oggetti protesici, "c'è" ancora posto per "la parola-ramo che ci tiene": riscoprirsi tattili, nella relazione con l'altro e, soprattutto, in quella con se stessi. E, da una crepa, "giocando con le asce" (Celan) e "maneggiando le parole come lame" (Dickinson), Biagini getta il "seme che mai si consuma" della poesia. Simona De Simone  
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