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Dalle parti degli infedeli - Leonardo Sciascia - copertina

Dalle parti degli infedeli

Leonardo Sciascia

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Editore: Adelphi
Edizione: 3
Anno edizione: 1993
In commercio dal: 15 settembre 1993
Pagine: 74 p., Brossura
  • EAN: 9788845910111
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Dalle parti degli infedeli

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    Elena

    04/02/2021 12:13:55

    L' opera di Sciascia che non ti aspetteresti. Lui, uomo radicale a cui il destino ha fortuitamente posto sul tavolo la corrispondenza privata di Angelo Ficarra, vescovo di Palmi tra gli anni 30 e 50, che fu mellifluamente deposto dal suo incarico con una motivazione paradossale. L'alto prelato infatti non era sensibile alle sirene della politica, in un epoca in cui la Chiesa era partito, la megalomania era la norma, mentre lui sosteneva la follia della giustizia ed amministrava anime anziché voti. Verrà così trasferito sull'altra sponda del Mediterraneo, dove la cristianità stentava ad attecchire, nell'arcivescovado di Leontopoli, dalla parte degli infedeli. Ma in fondo il monsignore agli occhi della Sacra Congregazione Concistoriale lo era sempre stato infedele, negando il proprio assenso alla collusione politica. Sciascia trasmette tutta la propria malizia ed il gusto per il paradosso nella disquisizione di questa vicenda italiana che solo il suo enorme talento e la sua mente analitica potevano rendere così fedemente.

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    Cris95

    13/05/2020 10:35:04

    Dodici racconti scritti da Leonardo Sciascia tra il 1959 e il 1973, poi raccolti in volume, alcuni già pubblicati su giornali e riviste; da un paio erano stati tratti i soggetti per degli sceneggiati televisivi dell'epoca. Nonostante tematiche e argomenti differenti, sempre riguardanti la Sicilia, tutti sono stati scritti con lo stesso stile preciso ed essenziale, logico ed arguto. Sciascia è un osservatore acuto della realtà e la sua analisi, al di là dell'ironia che la contraddistingue, si rivela disincantata e talvolta cinica. Mi fermo qui, per non “spoilerare” troppo in questa lunga domenica di “chiusura totale”, mi limito a consigliare questa piccola raccolta a tutti, anche a chi non ha i racconti nelle proprie corde. Una lettura valida, un paio d'ore di svago e di questi tempi sono più che necessarie. Consigliato.

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    FranZ

    12/05/2020 17:15:39

    Interessante inchiesta basata sullo scambio epistolare fra mons. Ficarra, vescovo di Patti, e la Congregazione Concistoriale di Roma nell'immediato dopoguerra, iniziato a ben vedere dal mancato coinvolgimento del prelato nelle contese elettorali dell'epoca, senza aver lavorato nel buio dei confessionali per indirizzare la scelta del voto verso la nuova democrazia cristiana, asso piglia tutto in quasi tutto il resto dell'isola. Una bella figura, di persona libera e coerente al vangelo questa presentataci da Sciascia. Pastore d'anime fervente, mite, dedito alla meditazione e alla preghiera, Ficarra è stato posto sotto osservazione perché sgradito agli ambienti locali della DC. Si vuole che il prelato rinunci alla Diocesi e si ritiri; poi, senza che lui lo chieda, gli si affianca un vescovo ausiliare e, quindi, si costituisce quest'ultimo come amministratore apostolico sede plena, praticamente esautorandolo del tutto; infine lo si nomina arcivescovo titolare di Leontopoli di Augustamnica, probabilmente corrispondente all'attuale Tell el-Jehuddijjeh, circa 30 km dal Cairo e 20 km dall'antica Eliopoli, conferendogli un titolo puramente onorifico, come è appunto per i vescovi in partibus infidelium.

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    Luca Aquadro

    17/09/2017 21:23:23

    "Dalle parti degli infedeli" potrebbe sembrare il titolo di un romanzo storico ambientato nell'età delle crociate. In realtà, è il titolo di un agile libretto nel quale Leonardo Sciascia ricostruisce in poche decine di pagine di mirabile asciuttezza le vicende di monsignor Angelo Ficarra, vissuto fra il 1885 e il 1959. Abituato a presentare figure di ecclesiastici tutt'altro che irreprensibili nei propri romanzi, in questo caso lo scrittore siciliano rende omaggio a un uomo mite e risoluto, dotato tanto di fede quanto di senso della giustizia e della dignità, il quale, tra le fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, si trovò ad essere prima nominato vescovo della diocesi di Patti, poi rimosso dalla stessa a causa di due sue qualità scomode: l'amore per la verità e il non essere facilmente manovrabile dal denaro e dal potere. La sua vita si concluse con una beffa: in omaggio al vecchio motto "Promoveatur ut amoveatur" ("Sia promosso affinché sia rimosso"), venne rimosso dalla diocesi siciliana di cui era stato a lungo vescovo assai "scomodo" per la gerarchia, per essere "promosso" al rango di arcivescovo di Leontopoli di Augustamnica, titolo nominalmente prestigioso, ma nella sostanza vuoto di significato, essendo tale città un'antica città ormai scomparsa. Ecco dunque spiegato il vero significato del titolo del libro: il vescovo che aveva avuto il coraggio di opporsi all'ipocrisia dei propri superiori e di denunciare l'ignoranza in materia religiosa di tanti suoi contemporanei, viene mandato, metaforicamente, "in terra di infedeli", cioè cacciato e umiliato. "Ma puntualmente, come sempre accade per le cose che veramente ci interessano, che veramente desideriamo, le carte del vescovo mi arrivarono senza che io le cercassi. (...) Lettere come queste vengono di solito, alla morte del destinatario, recuperate al segreto: ma questo è stato uno dei rari casi (...) in cui il recupero, tentato, non ha avuto effetto." (pp. 68-69) Leonardo Sciascia (1921-1989), onesto.

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    Cristiano Cant

    15/08/2015 11:06:49

    L'immutabile, esemplare e malata smorfia del potere in una vicenda narrata con lucidità magistrale. Soffocante e ombrosa come un laccio attorno alla coscienza, storia di stancante retorica e di graduale distruzione umana, un "verminaio di ottuso clericalismo" addentellato a una politica che di cristiano ha meno di un granello, e tutt'attorno un puzzo di falsità mefitica le cui ondate diventano pian piano un trattato di vita e cronaca sociale. "Quell'antica consuetudine di lentezza che nelle cose della chiesa appare come attesa di illuminante saggezza" scrive Sciascia. Bisogna demolire pian piano un uomo che non fa il giusto gioco, che non si genuflette al vento dominante, in un dosaggio di ricatti dolcissimi e insieme promesse a disegnargli un futuro più alto, purchè lontano da quella terra dove egli onora il suo servizio. Uno spaccato di silente violenza e di meschini omaggi a riverire un ruolo, dietro i quali vibra la consueta e maledetta "corda pazza" che è il sottofondo costante del narrare di Sciascia, la sua ricerca e il suo nobile verme insistente a scavare nel male, quel senso della verità civile più profondamente bruciante che lo ha reso uno scrittore di primissima raffinatezza. Basta da solo questo pensiero a sigillare una filosofia umana sempre arpionata dai guasti della contraddizione, del disagio, dell'imprendibile flusso delle logiche e dei non detti: "Ma perchè meravigliarci della causalità della casualità, di tutti gli assortimenti, i ritorni, le ripetizioni, le coincidenze, le speculari rispondenze fra realtà e fantasia, le indefettibili circolarità di cui è fitta la vita e ogni vita, se rappresentano, ormai lo sappiamo, il solo ordine possibile?". Cruento e perfetto come un destino che già tocca il suo esito, racconto della misera solitudine dei potenti e di un'anima vera che cede solo a se stessa.

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    Fabio Ballabio

    19/04/2004 09:26:57

    Questa è la storia di monsignor Ficarra, per un ventennio vescovo di Patti, che nell’immediato secondo dopoguerra entrò in contrasto con il Vaticano e venne promosso arcivescovo di Leontopoli di Augustamnica “in partibus infidelium”. Le cause del contrasto sono da ricercare in un certo qual modernismo che a un certo punto caratterizzò monsignor Ficarra, nell’audacia di certe sue tesi sulla religiosità (o meglio irreligiosità) siciliana e nella sua scarsa malleabilità politica. Ficarra infatti si rifiutò di appoggiare apertamente la locale lista del partito politico della Democrazia cristiana nelle elezioni amministrative. Ciò suscitò le ire di molti piccoli potentati interni alla diocesi che ben presto seppero farsi ascoltare in Vaticano. Le modalità di svolgimento della vicenda sono romanzesche: dal semplice e ripetuto richiamo verbale e scritto, alla richiesta esplicita di dimissioni, a una lettera di un vescovo amico che incoraggiava le dimissioni e sottolineava il ricavato personale di una tale scelta, all’affiancamento di un vicario con compiti da sostituto effettivo (peraltro poco efficace), alla dichiarazione unilaterale di inadeguatezza per sopraggiunte cecità e difficoltà deambulatorie. La ricostruzione della storia realmente accaduta è fatta a suon di citazione di documenti. A guidare Sciascia in questa sua ricostruzione fu la sua profonda e fondata convinzione che fra i caratteri della sua terra vi fosse una certa refrattarietà dei siciliani alla fede cristiana paradossalmente confermata dalla profusione delle forme di culto religioso. Da arcivescovo di Leontopoli, monsignor Ficarra “morì a Canicattì il 1 giugno 1959: improvvisamente, mentre stava per uscire di casa. E non un giorno di infermità, prima che la morte lo cogliesse”. Di una località chiamata Leontopoli parla Giuseppe Flavio: “Corrisponderebbe all’odierno Tell el-Jehudijjeh a circa 30 chilometri dal Cairo e a 20 dall’antica Eliopoli. Vi esisteva un tempio giudaico”. Ecco co

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Era convinzione profonda e ben fondata di Sciascia che fra i caratteri peculiari della sua terra vi fosse una certa «refrattarietà dei siciliani alla religione cristiana», paradossalmente confermata dalla profusione delle forme di culto religioso. Tesi non popolare perché duramente vera. E capitò a Sciascia di imbattersi, per quella «casualità» in cui alla fine riconosciamo «il solo ordine possibile», in una vicenda – realmente accaduta a un vescovo – che sembrava riproporre in una sequenza di eventi qualcosa di molto affine al giro di pensieri che l'autore era andato a lungo maturando. Si trattava della storia di monsignor Ficarra, vescovo di Patti, che finì in contrasto col Vaticano per la sua scarsa malleabilità politica e anche per l'audacia di certe sue tesi sulla religiosità (e irreligiosità) siciliana. Come sempre in Sciascia, una storia realmente accaduta viene attraversata da una luce che permette di riconoscere con nettezza il dettaglio significativo e trasforma il tutto in un apologo, per dirci sulla Sicilia – e sulle sue oscurità – qualcosa che invano cercheremmo altrove.

  • Leonardo Sciascia Cover

    Scrittore e uomo politico italiano. Esordisce sotto il segno di una prosa poetica (Favole della dittatura, 1950; La Sicilia, il suo cuore, 1952) che lascia però presto il passo ad una vena che si rivelerà per lui più feconda. A dire dello stesso Sciascia, la sua cifra più autentica affonda infatti le radici in «una materia saggistica che assume i modi del racconto». Questa direzione è subito evidente fin da Le parrocchie di Regalpetra (1956) e Gli zii di Sicilia (1958), che mostrano come gli spunti di cronaca isolana si sappiano fare pretesto e cornice per indagare sul costume sociale e le sue degenerazioni.Esempi ancor più compiuti in tal senso saranno Il giorno della civetta (1961) e A ciascuno il suo (1966), che affrontano il tema... Approfondisci
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