Traduttore: M. Belardetti
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 3 maggio 2006
Pagine: 180 p., Brossura
  • EAN: 9788845920523
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Descrizione
Irène Némirovsky non soltanto racconta la parabola del potentissimo banchiere ebreo il quale, malato, caduto in rovina e abbandonato da tutti, si lancia in un'estrema avventura che gli permetterà forse di ridiventare ricco, ma tratteggia senza indulgenza il mondo frivolo, scintillante e fasullo dei nuovi ricchi che svernano a Biarritz, il loro patetico snobismo, le loro case arredate con sfarzo pacchiano, i loro scalcagnati gigolo che ostentano blasoni più che offuscati. Per gusto della sfida, per noia e per amore di una figlia che forse non è neppure sua, il vecchio giocatore cinico e disincantato si metterà in viaggio ancora una volta - e sarà l'ultima.

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Recensioni dei clienti

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    Renzo Montagnoli

    25/09/2016 15:29:28

    L'opera stupì non poco il pubblico, trattandosi di opera prima e già comunque di notevole livello, per quanto a mio parere, inferiore a successivi romanzi. Per esempio, se già si intravvede la capacità di analisi che è propria della Némirovsky, lo stile non è così fluido come nelle produzioni che seguiranno e anche la costruzione, per quanto robusta, non è ancora così equilibrata come quella a cui ci ha abituato. Resta però il fatto che in un'epoca in cui la finanza, l'alta finanza, prosperava allegramente, anche se il 1929, con la grande crisi, è ormai prossimo, la scrittrice ucraina smonta certi falsi miti, fornendoci un quadro impietoso del mondo degli affari, fatto da rapaci senza cuore e che maturano sempre di più la convinzione che con il denaro si possa comprare tutto, anche l'amore. La figura di questo satrapo ebreo, il cui nome é un vaticinio, riluce di triste squallore, anche se tuttavia alla fine - una conclusione edificante che era forse d'obbligo, trattandosi del primo romanzo - l'uomo si riscatta, e non per interesse, ma per affetto. Forse non é un caso che il protagonista sia ebreo, visto che il padre della Némirovsky era un celebre banchiere israelita, e poi, senza voler cercare una casistica, di imprenditori ebrei nell'alta finanza ce ne sono sempre stati tanti. Comunque, ebrei o cristiani, agnostici o atei, questi capitalisti del denaro si somigliano tutti e Irène Némirovsky sembra volerci suggerire che dove questi Re Mida posano le loro mani la vita si svilisce, il denaro e solo il denaro diventa lo scopo dell'esistenza e l'inaridimento é crescente, tanto che lo splendore esterno non riesce più a camuffare il vuoto che si portano dentro. Da leggere, senz'altro.

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    Andrea

    30/11/2015 11:33:09

    Una grandissima delusione. Ho comprato il libro perché edito da Adelphi, casa editrice che normalmente è garanzia di grande qualità. Avevo anche notato che in libreria erano disponibili numerosi romanzi della Nemirovsky e quindi mi son detto: "Partiamo da questo e poi seguiremo il filone!". Ho approfondito su internet la vita dell'autrice e scoperto che David Golder era in effetti il romanzo di esordio; poi mi sono immerso nella lettura. Come dicevo in incipit, la delusione è stata cocente: personaggi stereotipati, immedesimazione impossibile, trama prevedibile e banale. Se qualcosa di buono c'è, è la descrizione della malattia di Golder, abbastanza verosimile. Per il resto, mi aspetto a questo punto di trovare anche Sveva Casati Modigliani edita da Adelphi, ho letto per sbaglio un suo romanzo ("Cascata di diamanti") che è simile - ma nettamente meglio scritto - al David Golder. Per me il rapporto con la Nemirovsky si chiude qui.

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    betty

    23/10/2013 10:22:19

    Un libro scritto in modo ineccepebile...scorrevole e profondo...il mio voto è però un 3 e 1/2 perchè non mi ha suscitato curiosità o voglia di leggerlo in fretta! Un libro che fa riflettere si...ma forse un pò povero di colpi di scena e sempre sullo stesso tono!

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    Rita

    25/11/2012 10:25:12

    Superlativo. Bellezza disarmante. Divorato in un fine settimana. Tra i diversi romanzi che finora ho letto Davide Golder è uno dei più belli insieme a "Jazabel" e "I falo' dell'autunno".

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    Alessandro

    29/07/2012 08:21:22

    Un uomo la cui vita è stata svuotata dal denaro e in genere dal più becero materialismo, il tentativo di una rinascita. Piccolo gioiello di narrativa, sembra un libro di Balzac e invece è di Irene Nemirovsky.

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    elisabetta

    05/09/2010 17:16:00

    il libro è indubbiamente scritto in modo eccellente (come è solito della nemirovsky), l'ironia e la canzontura sono tratte molto bene, con una dose di ironia... non so fino a che punto possa trattarsi di un quadro reale dell società finanziaria ebraica o sia soltanto una farsa..

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    enza

    30/01/2008 14:00:57

    BELLO, ANCHE SE I PERSONAGGI SONO A MIO PARERE UN PO' TROPPO "ESAGERATI".

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    KarmaPolice

    12/01/2008 23:33:24

    Piuttosto deludente per chi ha letto Suite Francese, di ben altra levatura sia nello stile che nella caratterizzazione dei personaggi. Qui ci sono troppi vecchiotti stereotipi, dall'arricchito ebreo alla fatua società degli "anni folli": sa di superato.

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    Walter Magnoni

    09/12/2007 22:08:31

    Dopo aver letto "come le mosche d'autunno" e "il ballo", questo è il terzo scritto di questa autrice che da poco più di un mese sto conoscendo. Mi accorgo, anche in quest'opera, che siamo di fronte a una donna capace di penetrare gli animi della società e di mettere in ridicolo un certo stile di vita fondato sul dio denaro. Il lettore è rapito dai temi che s'intrecciano: vecchiaia, malattia, solitudine, senso del fallimento, rischio e senso del limite. Si può avere tanti soldi, essere temuti da molti e vivere soli ed infelici, anzi questa pare quasi la regola. La descrizione della sepoltura del socio di David, Marcus, porta il lettore a cogliere tutta la tragicità del morire. L'attacco di cuore che David ha improvvisamente sul treno, toglie letteralmente il fiato. Ma al di là di queste magistrali descrizioni, riaffiora il tema della gelosia della madre verso la figlia (tema presente anche ne "il ballo"), di una realtà che appare sempre diversa al punto che addirittura quella che sembrava essere figlia forse non lo è... sul rapporto padre figlia il libro si presta a molteplici letture: è giusto assecondare tutte le richieste dei figli? Se questa ragazza è così "vuota" di chi è la colpa? Sono tante le riflessioni che suscita anche questo libro. Ma per me è la conferma di trovarmi davanti a una della più grandi autrici del novecento!!!

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    giorgio g

    16/09/2007 17:50:04

    Prima di dare un giudizio generale sull’opera dell'Autrice mi ero riservato, dopo aver letto il suo capolavoro “Suite Francese” ed il meno entusiasmante “Jezabel”, di leggere ancora “David Golder”, il suo libro d’esordio. Ho trovato un romanzo per certi versi sorprendente, se si pensa che fu scritto da una signorina dell’alta borghesia appena ventiseienne, ma già capace di descriverci sia i giochi dell’alta finanza sia la vita fatua della “jeunesse dorée” degli Anni Venti. E di analizzare l’animo del vecchio banchiere che dà il titolo al romanzo. Per concludere, non mi resta che esecrare la barbarie nazista che ci ha privato di un’ Autrice non ancora quarantenne che ci avrebbe regalato altri bellissimi libri.

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    MARCO DA VR

    11/06/2007 08:29:09

    QUESTO E' IL SECONDO LIBRO CHE LEGGO DELLA NEMIROVSKY E DEVO DIRE CHE MI HA COLPITO MOLTO:SOPRATUTTO PER LA MATURITA' DELLA SCRITTRICE CHE ALL'ETA' DI SOLI 26 ANNI ERA RIUSCITA A ESPRIMERE CONCETTI MOLTO PROFONDI DESCRIVENDO L'AVANZAMENTO E LA PROGRESSIONE DELLA MALATTIA DI GOLDER E METTENDO A NUDO UN MONDO IN CUI L'UNICO VALORE E' IL DENARO,IN CUI NON C'E' SPAZIO PER L'AMORE E GLI AFFETTI. NON VEDO L'ORA DI LEGGERE JEZABEL.

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    luca mazzei

    14/02/2007 13:46:55

    Molto bello, divorato in un pomeriggio di domenica......

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    Danielle Maion

    07/11/2006 13:53:14

    L’opera che racconta la vita e la morte di David Golder, magnate della finanza prima che ebreo, tengo a sottolinearlo, vede la sua ascesa e discesa accanto ad una moglie notoriamente infedele ed abituata a un tenore di vita altissimo, ed una figlia frivola e ingrata. Ma questa è solo la cornice di un quadro più ricco. C’è qualcosa di profondo in quest’opera. Non è una semplice carrellata nel mondo borghese della Parigi di quegli anni. Non è una condanna al leggendario “arrivismo” ebraico. E’ qualcosa di più. E’ la storia di una vita priva di sentimenti, dove gli interessi materiali annullano qualsiasi valore, dove la famiglia, l’amore, la gratitudine, l’integrata morale hanno lasciato spazio a sentimenti infimi, dove anche le peggiori meschinità non vengono velate ma trovano la loro naturale collocazione nella quotidianità. Una figlia in cerca di denaro per soddisfare varie frivolezze, l’amante di una moglie concentrata a non invecchiare che partecipa alla vita famigliare…ed è proprio la morte di Golder che farfuglia qualche parole yiddish su una banale nave, senza lusso e vicino ad un emigrato ebreo in cerca di fortuna in Europa, a portare a galla questi valori, non perduti ma mai avuti. L’opera è anche una confessione di chi ha vissuto questa vita, chi ha preso parte a questi giochi ma che non ha mai dimenticato i valori della vita. Dal punto di vista meno letterario ma più umano, la grandezza di Irène Némorowsky sta proprio nell’avere condotto un’esistenza brillante tipica dei grandi borghesi, alla luce di feste e ricevimenti, e nell’avere preso coscienza dei limiti della sua stessa esistenza. La vera epopea non è quella di Golder ma quella di un donna, che parte da una realtà pragmatica e materialistica per arrivare all’essenza della vita. Dispiace molto vedere che il valore letterario di quest’opera è stato oscurato dalla volontà di interpretarla come chiara ed aperta critica alla borghesia ebraica e non semplicemente al mondo fittizio che la corsa al denaro in generale crea a tutti i livelli sociali.

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    Giulia

    01/11/2006 21:38:39

    Più leggo questa autrice, questa grande scrittrice, più mi rendo dolorosamente conto che il mondo ha perso qualcosa di importante. Questo romanzo, scritto a soli 26 anni, mostra una maturità impressionante, uno stile sicuro, una capacità di introspezione psicologica ammirevole; David Golder è un grande personaggio della letteratura, uno dei grandi uomini vissuti all'ombra dei propri affari, asservito al proprio denaro, e si rende conto troppo tardi di non aver coltivato alcun affetto e di essere circondato da persone ancora più meschine ed avide di lui; un romanzo alla pari di Mastro don Gesualdo di Verga.

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    giovanni

    04/10/2006 12:34:24

    Bellissimo romanzo! La Némirovsky si rivela scrittrice abile e brava. Scrittura veloce, precisa e ficcante: la tensione che pervade tutto il libro non lascia il lettore per un attimo. La scoperta di una vera scrittrice!!!

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    andrea maniezzo

    28/07/2006 11:37:18

    Concordo con tutti i giudizi positivi espressi e sull'analisi fatta da parte dei precedenti recensori. Una considerazione ulteriore riguarda la Némirovsky che aveva solo 25 anni quando ha scritto questo libro: oltre alla lucida descrizione di un mondo, mi ha colpito la descrizione della malattia e del cammino verso la morte, davvero stupefacente per una ragazza della sua età.

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    Fabio Ponzana

    29/06/2006 14:22:17

    Stupendo romanzo sulla solitudine.Sicuramente prodromo austero dell'"Uomo del banco dei pegni" riesce,per certi versi,a delineare una prospettiva affatto scontata circa la condizione monomaniacale della vita propria dell'uomo d'affari. La triste poesia che avvolge il finale in un meraviglioso gioco a specchio convince,a mio avviso,ancor più della stupenda Suite francese. Quale destino infernale e complice dell'imbecillità nazista ha posto freno a tanta superba genialità!

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    gianluca guidomei

    18/05/2006 17:36:26

    La Némirovsky si conferma un' autrice di primissimo piano. Una scrittura ficcante, concisa ma esauriente, ne fanno un pezzo da novanta nel panorama letterario del novecento. Il suo livore nei confronti della borghesia di inizio secolo scorso è tanto spiazzante quanto piacevole da leggere. I suoi personaggi non sono mai scontati, ritratti a 360°, senza giudicarne le buone o cattive azioni. Nelle sue opere tutto è lecito; in questo si rivela un' artista straordinariamente moderna.

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    Benedetta

    11/05/2006 20:21:03

    Uno stile sobrio e sicuro cesella un ritratto dolente e disperato del mondo dei parvenu, dei soldi che non comprano la felicità e della malattia come momento di autoanalisi. Precisissime, affilate come lame, sono le scene di dolore fisico: quando la Nemirovsky descrive le fitte al cuore malato del suo protagonista, trasmette al lettore la stessa oppressione.

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Dell'aridità dei nuovi ricchi, di odi familiari, di una perfida vendetta adolescenziale, e poi degli effetti sconvolgenti dell'occupazione tedesca, scrive la figlia di un banchiere ebreo, elegante e colta signora russa rifugiata a Parigi. "Mio Dio! Che mi fa questo paese?", chiede Irène Némirovsky nel giugno 1941, un anno prima di essere internata in un campo nazista e di morire ad Auschwitz. La Francia, che non l'ha salvata, le sta concedendo un riconoscimento tardivo: il premio Renaudot sancisce nel 2004 il successo – anche internazionale – dell'incompiuto Suite française, tradotto da Adelphi, che ha recuperato a ritroso il secondo romanzo, Le bal (1930), e ora il primo, David Golder.
Nel 1929 Irène ha ventisei anni, ma la storia della caduta rovinosa, con impresa epica finale, di uno squalo ebreo dell'alta finanza – personaggio tra Balzac e Simenon – è una crudele presa d'atto, con rancore e dolorosa stanchezza, della vecchiaia. Il "vecchio Golder" ha sessantotto anni: grasso, flaccido, il volto cereo illividito dalle occhiaie. Sgomento, confronta l'immagine decrepita di sé che lo specchio impietoso gli rimanda – reminiscenza del prediletto A Rebours di Huysmans – con quella lontana del ragazzo smilzo emigrato da Mosca e diventato ricchissimo dopo una vita di stenti e di lotte. Specula in borsa, per accumulare denaro ma anche per l'eccitazione del gioco che lo inchioda tutta la notte al casinò, occhi fissi sulle carte e mani frementi. La vecchiaia accentua i caratteri somatici: il naso adunco lo fa somigliare a un usuraio o a un rigattiere. La moglie Gloria, grottesca per la maschera di rughe e trucco, lo insulta: "Sì, sei rimasto l'ebreuccio che vendeva stracci e ferraglia a New York con il fagotto in spalla".
Malgrado l'assicurazione dell'autrice che Golder personifichi non gli israeliti francesi ma quegli esiliati cosmopoliti ossessionati dalla volontà di far fortuna, ha disturbato lo stereotipo antisemita – secondo i pregiudizi dell'epoca – dell'ebreo dalla mano molle, le unghie ad artiglio, il naso aquilino, gli occhi vicini neri e liquidi, il colorito olivastro, i denti irregolari, i capelli crespi, il corpo misero. Non sfugge a questo ritratto il diciottenne, emigrante con la speranza di un destino migliore, incontrato in viaggio dal "vecchio Golder", che si riflette con rimpianto nella sua forza nervosa: "Anche lui era stato giovane, di quella giovinezza avida ed esuberante della sua razza". È proprio la giovanile bellezza e la grazia allegra della figlia, la capricciosa e sensuale Joyce, a intenerirlo e persino sedurlo: l'unica che gli strappa un sorriso stentato, gli suscita un raro, indefinibile – ambiguo – piacere, lo fa piangere di umiliazione. Alla prima apparizione la ragazza indossa un abito di tulle rosa scollato, al collo un filo di perle. Le perle sono motivo ricorrente, segno di successo, da custodire in cassaforte o da esibire: Gloria le riscalda tra le dita come un calice di vino, le gira nervosamente, le tormenta; Golder ne soppesa il prezzo se grosse quanto noci, e in una lite con la moglie scuote e torce con furia la pesante collana, e le perle viscide simili a serpi aggrovigliate si animano. Joyce ci giocherella e le accarezza con un dolce movimento del collo; nuda, non rinuncia al loro chiarore sulla pelle. Sostituisce le perle regalatele dal padre con smeraldi trasparenti quando si vende per soldi a un "vecchio porco".
In apertura, lo studio parigino arredato in pesante stile impero introduce nella società chiassosa di parvenus che negli anni venti sverna a Biarritz in ville prestigiose (un buon investimento), tra feste mondane (che Irène ben conosceva), frequentate da nobili fasulli, gigolo sgualciti e prestanti mantenuti. La malattia fa inceppare la macchina da soldi ("Sì, sì, pagare, pagare e ancora pagare… È per questo che sono al mondo"), stimola con la minaccia terrorizzante di morte il corpo goffo, torpido da anni, di Golder e sollecita la sua capacità smarrita di sognare e ricordare. All'inizio, un no deciso, ripetuto più volte con tono perentorio, quasi con ferocia, lo annuncia: rifiuta un affare al socio e ne osserva indifferente la disperazione. Il suo suicidio lo incollerisce ("idiota… perché l'hai fatto"), lo disgusta ("ammazzarsi come una sartina"). Rovinato a sua volta, Golder azzarda un'avventura estrema, per noia, per sfida, per il vizio del gioco, per la figlia che forse non è la sua. Il ritorno in Russia lo fa regredire ai vicoli oscuri, alla misera bottega dell'infanzia, all'yiddish che di colpo sale alle labbra.
Una scrittura essenziale e incisiva, il ritmo rapido, il ricorso al discorso diretto libero (è un caso che la ragazza si chiami Joyce?) con l'uso intensivo di frasi nominali, segmenti brevi, puntini di sospensione, contribuiscono a una resa immediata del pensiero dissimulato di protagonisti spietati, tutti votati al culto del dio denaro, freddi come le perle, eppure soli e spaventati: un romanzo di esordio sorprendente.
  Anna Maria Scaiola