Il defunto odiava i pettegolezzi

Serena Vitale

Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2015
Pagine: 284 p., Brossura
  • EAN: 9788845929915
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Descrizione
Mosca, 14 aprile 1930. Intorno alle undici del mattino i telefoni si mettono a suonare tutti insieme, come indemoniati, diffondendo "l'oceanica notizia" del suicidio di Vladimir Majakovskij: uno sparo al cuore, che immediatamente trasporta il poeta nella costellazione delle giovani leggende. Per alcuni quella fine appare come un segno: è morta l'utopia rivoluzionaria. Ma c'è anche il coro dei filistei: si è ucciso perché aveva la sifilide; perché era oppresso dalle tasse; perché in questo modo i suoi libri andranno a ruba. E ci sono l'imbarazzo e l'irritazione della nomenklatura di fronte a quella "stupida, pusillanime morte", inconciliabile con la gioia di Stato. Ma che cosa succede davvero quella mattina nella minuscola stanza di una 'kommunalka' dove Majakovskij è da poco arrivato in compagnia di una giovane e bellissima attrice, sua amante? Studiando con acribia e passione le testimonianze dei contemporanei, i giornali dell'epoca, i documenti riemersi dagli archivi dopo il 1991 (dai verbali degli interrogatori ai "pettegolezzi" raccolti da informatori della polizia politica), sfatando le varie, pittoresche congetture formulate nel tempo, Serena Vitale ha ricostruito quello che ancora oggi è considerato, in Russia, uno dei grandi misteri - fu davvero suicidio? dell'epoca sovietica. E regala al lettore un romanzo-indagine che è anche un fervido omaggio a Majakovskij, realizzazione del suo estremo desiderio: parlare ai posteri - e "ai secoli, alla storia, al creato" -in versi.

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Recensioni dei clienti

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    Domenico

    19/09/2018 13:53:44

    Resto con la sensazione che questo libro sia un'occasione persa: la professoressa Vitale, con la marea di documenti che aveva raccolto, avrebbe potuto parlare della morte di Majakovskij da mille angolature, rielaborare il materiale in una forma che avvicinasse di più il lettore; invece il volume resta una raccolta di stralci di verbali, documenti, dichiarazioni che si fanno sempre più ripetitive man mano che si va verso la fine. Manca, per di più, una guida che imprima una direzione a tutte le voci che si fanno spazio nel libro. Certo, un libro così concepito fa percepire bene il girare a vuoto dei pettegolezzi; un libro così (poco) strutturato rimanda alle pagine spezzate e sincopate dei futuristi. Questi effetti, però, vengono pagati in pesantezza del testo e noia di lettura, per quanto mi riguarda. Tutto questo girare intorno ai documenti, tra l'altro, non porta a granché di nuovo, e tra l'inizio del libro e la sua fine non si conquista quasi terreno dal punto di vista delle informazioni sul suicidio. Apprezzabili, comunque, sia la serietà delle ricerche che stanno alle spalle del libro, sia la restituzione da parte della Vitale dell'atmosfera sovietica di quegli anni terribili. Se vi interessa l'argomento lo consiglio.

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    rejectedfrogs

    10/08/2016 13:36:53

    L'aspetto più sconvolgente di questo libro non è il mistero che avvolge la morte di Vladimir Majakovskij (che, secondo la versione ufficiale, si sarebbe ucciso sparandosi al cuore? in compagnia di una delle sue amanti). Né la vita sessuale del poeta (assai movimentata, tanto da far ipotizzare che si sia suicidato per motivi sentimentali o perché malato di sifilide). Nemmeno la sua adorazione per le armi (possedeva numerose pistole e circolava con un tirapugni). E neppure i problemi legati al difficile rapporto col regime comunista, che aveva costretto tanti intellettuali al silenzio forzato, sia con metodi coercitivi sia con il subdolo mezzo del boicottaggio. L'aspetto più sconvolgente è scoprire che, in una società irregimentata come la Russia degli anni Venti e Trenta, la presenza di regole tanto rigide in ambito sociale, politico, economico, lavorativo ecc. provocava la diffusione capillare delle coppie aperte regolarizzate, con la convivenza degli sposi e degli amanti (a volte quelli di entrambi gli sposi). Come a dire che la libertà deve pur sfogarsi, in qualche modo.

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    ChiaraB

    01/02/2016 10:52:27

    Argomento interessante, ma decisamente mal scritto: un'infinita serie di citazioni, corredate da esclamazioni e opinioni dell'autrice, che poco aggiungono alla vicenda. Mi stupisco che Adelphi abbia pubblicato un testo simile.

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    Arcadio

    12/01/2016 19:14:35

    Il bottone di Puskin era stato una lettura entusiasmante, questa indagine sulla morte di Majakovskij si è rivelata invece inferiore alle attese. La ricostruzione dell'ambiente storico dominato dalla " sottocultura del sospetto e della delazione" è riuscita e la personalità complessa e tormentata del poeta è ben delineata, ma la lettura risulta faticosa, appesantita com'è dalla fastidiosa ripetizione dei verbali degli interrogatori e dal groviglio di nomi. Sembra che anche l'autrice si smarrisca nel labirinto di ipotesi, congetture, deposizioni, ritrattazioni, sì che il libro aggiunge poco o nulla alla conoscenza attuale dei fatti.

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    Cristiana

    15/10/2015 19:59:03

    Noioso, noiosissimo: l'inutile elenco di fatti minuti in molteplici versioni soffoca nel patetico la figura di un grande poeta che la scrittrice dice pure di amare... Amori senili? Il suo Puskin, anni fa, mi aveva affascinato!

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    Il libraio di Firenze

    16/09/2015 15:52:50

    Attraverso documenti, articoli di giornale e "pettegolezzi", Serena Vitale ricostruisce, in un vero e proprio romanzo-indagine, la morte del grande poeta rivoluzionario Majakovskij.

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    vidal

    13/06/2015 07:52:10

    Un argomento interessante e ben trattato, ma senza nulla di nuovo.

Vedi tutte le 7 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Un omicidio, un suicidio, semplicemente una morte? Serena Vitale ci parla di Majakovskij, poeta dell’avanguardia russa, espressione culturale di quella rivoluzione bolscevica che modificò il destino della nazione euro-asiatica e dell’intera area orientale.

Odiato, amato, eccentrico, sbruffone, genio assoluto. Se ne sono dette tante sul suo conto, in fondo è il destino dei grandi. Sul loro conto il giudizio dei posteri non è mai unanime e Majakovskij non è stato sottratto a questa sorte. Ma la Vitale parte dalla sua morte. 14 aprile 1930. Quel giorno il trentasettenne poeta russo si tolse la vita. O meglio questa è la verità ufficiale. Ma potrebbe essere successo altro?

Sia ben chiaro, l’autrice non impone una sua tesi, si limita solo a presentarci un caso. Tramite articoli e documenti che fino al 1991 sono rimasti custoditi negli inaccessibili archivi dell’ex Unione Sovietica, vengono ricostruiti i giorni che precedono e susseguono la morte del poeta. Una vita ingarbugliata la sua, in cui si intrecciano amori, invidie e per l’appunto pettegolezzi. Proprio quelli che lui odiava.

Ma la Vitale va oltre. Ci consegna un Majakovskij inedito che nessuno ha mai conosciuto. Ci fa entrare nel suo intimo. Veniamo a conoscenza del suo carattere egocentrico. Il poeta russo era uno scrittore che mal digeriva le critiche. Era un amante possessivo. Un uomo perennemente in crisi, dilaniato dai sensi di colpa, dalla paura di rimanere solo e di perdere la popolarità. Bastava poco per ferire questo “compagno” alto più di un metro e novanta.

Particolarmente interessante è anche il modo in cui la Vitale ci fa entrare in questa storia. Le testimonianze degli amici e delle amanti di Majakovskij vengono disseminate con attenzione nel testo. Né se ne fa abuso, né vengono prese per oro colato. Questo perché lo scopo dell’autrice non è quello di ricostruire un’indagine ma di farci conoscere esaustivamente un fatto sepolto da ottantasei anni di silenzio.

Alla fine del libro non arriveremo a nessuna conclusione. Non sapremo mai se Majakovskij si è ucciso o è stato assassinato perché inviso al Cremlino. Sono solo dei sospetti e tali rimarranno. Come detto, lo scopo del libro è un altro. Farci conoscere un uomo, un poeta, la sua nazione e la sua epoca.

Chi non conosce Majakovskij se ne farà un’idea, chi lo ha sempre apprezzato ne rimarrà ancor più affascinato.

Recensione di Martino Ciano

 


Nel radioso avvenire della dittatura del proletariato il retaggio del ribelle byronismo russo è stato incarnato da Majakovskij, un io-poema gulliveriano che con il suo suicidio, estremo approdo di una scalmanata e aspra angoscia, ha rivelato i paradossi terminali di una rivoluzione che, "disperando nell'amore", avrebbe dovuto inverare nella storia la "grande eresia dei socialisti". La "smagliante fioritura" della poesia russa dell'inizio del XIX secolo, secondo Roman Jakobson (amico e sodale di Majakovskij), ha avuto una rinnovata efflorescenza nel primo ventennio del XX secolo: in entrambi i casi, l'epilogo è stato la "prematura fine tragica di tutti i grandi poeti". Tutta l'epoca che va da Puškin a Majakovskij è contrassegnata dal byronismo russo, quale orientamento autonomo che ha rivelato, anche attraverso una sorta di poesia della politica, le questioni insolute e tormentose che dilaniano l'autocoscienza della Russia. Riannodando il legame spezzato dei tempi, Serena Vitale (autrice di Il bottone di Puškin, Adelphi, 1995, una inchiesta narrativa sulla morte di Puškin ucciso in duello da Georges d'Anthés) ha scritto una sorta di polifonico epos lirico-investigativo per svelare, al di là dei pettegolezzi tanto odiati dal poeta, la verità sul suicidio di Majakovskij, ricostruendo, a partire dal 14 aprile del 1930, con acribia indagatrice gli ultimi giorni del byronismo russo. Sottratta all'apologetica monumentalizzante che ha consacrato il cliché del "massimo poeta rivoluzionario", la vicenda poetica ed esistenziale di Majakovskij, come quella di Puškin, va considerata dal punto di vista della morte che fa emergere, al di là dei luoghi comuni, l'Atlantide sommersa del byronismo russo nel suo perenne duello contro la volgarità compiaciuta del byt, della "vita quotidiana, feriale, routine, modus vivendi –anzi moriendi". Il pathos rivoluzionario stava sprofondando nel byt e nel 1923, nel corso di un periodo di reclusione in una sorta di volontario e wildiano carcere di Reading, Majakovskij scrisse Di questo, movimento terminale di quel concerto d'addio iniziato nel 1915 con Il flauto di vertebre, dove il poeta si pone il dilemma amletico di "mettere il punto / di una pallottola" alla sua fine. Come ha rilevato Ripellino, l'opera di Majakovskij è contrassegnata da una "corrosiva tanatomania" e da reiterati presagi di morte che fanno da contrappunto alla profezia rivoluzionaria che attribuisce al proletariato una valenza soteriologica. Tale tanatomania è un retaggio del byronismo russo; nel XIX secolo, infatti, il suicidio divenne in Russia una istituzione culturale: commentando gli Annali di Tacito, Puškin, estimatore di Seneca, considera il duello e il suicidio nobile come una funzione rituale per la restaurazione del proprio onore. Sul limitare dell'epoca staliniana, prima che l'epurazione della società sovietica sfociasse nello šigalëvismo del 1937 (inizio e acme dell'era delle vittime del grande terrore), l'intelligencija fu colta (come nel caso di Esenin) dalla sindrome di Kirillov, personaggio dei Demoni di Dostoevskij e assertore del suicidio logico, quale affermazione suprema sia della propria personalità, scaturita dalla consapevolezza dell'impossibilità di strappare la gioia ai giorni futuri, fino all'autodivinizzazione, sia della propria libertà illimitata. Come Byron, Majakovskij è un poeta dell'orgoglio: Pasternak, infatti, sostiene che Majakovskij, ultimo byroniano russo, si è sparato per orgoglio, per aver "condannato qualcosa in sé o attorno a sé con cui non poteva conciliarsi il suo amor proprio". Nell'epos ironico-lirico di Majakovskij, scevro dal realismo della partijnost'e dalle decrepitezze del manierismo futurista, risuona il rombo-ritmo del tempo musicale dell'impetuosa rivoluzione-amore, "scatenato carnevale dei giorni irrequieti", che si era spenta nella cenere degli anniversari, facendo apparire la spettrale Repsovia come il paese dei sepolcri nel quale si poteva sfogliare solo il "volume delle tombe". Lo scisma della rivoluzione dall'amore respinge ai margini del mondo nuovo colui che soffre e continua a ribellarsi. La rivoluzione d'ottobre aveva realizzato solo la prima parte del suo programma, la distruzione, e non aveva forgiato l'uomo nuovo ma l'homunculus sovietico neofilisteo compiaciuto della propria esistenza volgare ed eterodiretta dalla catechesi ideologica. Majakovskij ha infranto la dogmatica della feccia filistea mostrando che la vita non era diventata più felice e che l'edificazione del socialismo non aveva abolito la sofferenza personale. Majakovskij è rimasto schiacciato dal peso della sofferenza e, nel tedioso ordine imbandierato di rosso, aveva iniziato a sbadigliare di noia e si era suicidato. Intorno al cadavere irrequieto di Majakovskij si è scatenata una interminabile notte di Valpurga, descritta magistralmente da Serena Vitale, nella quale appaiono gli spettri delle aspiranti vedove di Majakovskij (Lili Brik, Tat'jana Jakovleva, Veronika Polonskaja), muse rivali che lottano tra loro per affermare post-mortem il primato di Amata del poeta, dei filistei letterati che indulgono in ogni sorta di malevolente pettegolezzo (Gor'kij, l'ingegnere di anime, fece circolare la diceria che il poeta fosse sifilitico) e dei cekisti che dall'olimpo dello spionaggio metafisico hanno suggerito al poeta il suicidio donandogli una pistola (come nel caso del cekista Agranov , il "boia dell'intelligencija"), facendola sparire e riapparire per il bene della causa: una "Browning di troppo" e un poeta di meno. Mentre la nuova terra e il nuovo cielo del socialismo apparivano come un mistero buffo con un triste finale aperto, il suicidio di Majakovskij è un mistero tragico intorno al quale si è sgranato il rosario delle illazioni, delle rivelazioni e dei pettegolezzi: per Ripellino, la turba dei critici e dei testimoni, "turisti fastidiosi", ha impedito di vedere il vero volto di Majakovskij, artista polifonico e poeta in amore che non può essere ridotto al vieto cliché di bardo della rivoluzione. Dipanando la trama che è stata intessuta intorno al cadavere irrequieto del poeta, Vitale vede con lucidità l'autentica figura di Majakovskij: pur nei suoi sdoppiamenti, il poeta non era un suicida pusillanime che, con il suo Io odioso e disertore, aveva deciso di abbandonare l'eden proletario in nome di uno sconfinato e insoddisfatto amore. La fatalità suicida di Majakovskij ha svelato, per Vitale, sia la fatalità meschina delle realtà sovietica, sia il dissidio incomponibile tra il mandato d'amore e il mandato ideologico, tra la lunga durata rivoluzionaria della poesia e l'inevitabile decomposizione delle rivoluzioni storiche. Per Marina Cvetaeva, Majakovskij, Omero ironico della rivoluzione, ha freddato se stesso come un nemico: il poeta è stato il d'Anthès di se stesso e ha assassinato in duello il cittadino dell'eden proletario. Il suicidio lirico del poeta è un atto eroico e una festa, per questo Majakovskij continua ad essere il primo e unico uomo del futuro, un cadavere irrequieto con l'"eternità di scorta" (come Puškin) che, destandosi dalla morte-incantesimo e sollevandosi dal "letto della maldicenza", è destinato, secondo Pasternak, alla resurrezione permanente e a rimanere eternamente bello, ventiduenne, una nuvola in calzoni come aveva predetto nel suo tetrattico.   Roberto Valle  

 



Vincitore Premio Mondello 2016 - Critica


L’autrice è riuscita a fare della morte, nel 1930, del poeta russo Vladimir Majakovskij un giallo appassionante. Con articoli di giornale, testimonianze, e piantina del luogo del «delitto». - Vanity Fair


Majakovskij non "mise alla prova" il destino. Quanto alla mano - la destra o la sinistra - con cui si sparò... Si sparò al cuore. Questo conta.


Serena Vitale punta la lente del suo cannocchiale sulle lancette di un orologio russo, su una rivoltella, su una giacca macchiata di sangue all’altezza del cuore di colui che la indossava. Come già aveva fatto con Puskin e il suo proverbiale bottone, dall’osservazione di oggetti apparentemente trascurabili scaturisce un’indagine capace di mettere a nudo un intero momento storico, in tutta la sua grandiosa complessità.
Sono quasi le undici di un mattino moscovita. È il 14 aprile 1930, e nello studio di Vladimir Majakovskij, il grande poeta, echeggia uno sparo. A riascoltare quel boato, a immaginare l’odore della cordite che dovette accogliere la Polizia che pochi minuti dopo entrò in quell’appartamento, c’è perfino da stupirsi che qualcuno, all’epoca, se ne sia potuto sorprendere. “Questa è via Žukovskij?… Questa è via Majakovskij da millenni:/qui si è sparato davanti alla casa della donna amata” aveva scritto lo stesso Vladimir quindici anni prima di passare all’atto.
Si sarebbe potuta chiedere profezia più esatta ad un poeta i cui versi risuonano ancora oggi di una simile potenza oracolare?
Eppure i dubbi rimangono. Fu davvero un suicidio, indotto dall’amore frustrato per una donna che lo rifiutava? Oppure il poeta, irriducibile a ogni retorica di Partito, “fu suicidato” dalla polizia politica?
Come si scoprirà, leggendo l’appassionata e accuratissima indagine di Serena Vitale, certe domande vanno lasciate risuonare più a lungo degli spari che le hanno provocate, perché i silenzi che ad esse fanno seguito possono aiutare a comprendere meglio la Storia.
Attorno ad un “momento fatale”, l’autrice intesse una febbrile elegia per l’anima mercuriale di un grande poeta, veloce e onnivoro nella sua poesia quanto fu irrequieto nel vivere.
Nell’aura delle cose e dei fatti che segnarono quella vicenda umana straordinaria, Serena Vitale addensa l’intero clima di un’epoca terribile, e ce ne restituisce l’implacabile incedere con la passione del narratore e il rigore dello storico.

A cura di Wuz.it