Editore: Adelphi
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 3 novembre 2016
Pagine: 169 p., Brossura
  • EAN: 9788845931307
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Descrizione

«A quel tempo vivevo solo, per mia beatitudine e tormento. Insoddisfatto di me e d'ogni mia intrapresa, a una cert'ora scendevo in cortile; lei era lì sempre, e i nostri occhi s'incontravano. Io la guardavo un poco ontoso, e lei mi rendeva uno sguardo grave, cupo a dispetto dell'attonimento che sembra connaturale ai loro occhi chiari e sgranati, leggermente interrogativo, anche avido; e tutto era detto tra noi. In verità il gatto è forse il solo animale che conosca la noia umana, ossia di tipo umano; noia vera e non pretesa, da votezza e non da esuberanza o almanaccamento, noia sconsolata, nell'esercizio e nella pena del quale sentimento esso può dar dei punti perfino all'uomo.»

Luogo deputato a radunare "le deiezioni dell'anima", il diario è il più degradato, il più "gloriosamente abietto" dei generi: ma in Landolfi, ha scritto Manganelli, subisce una radicale metamorfosi. Anziché catalogo di eventi ed emozioni quotidiane, diventa un'invenzione retorica dove passato e futuro si fondono in un "perituro istante" e il tempo risulta annullato; anziché documento privato, diventa, nella sua instabile tessitura di temi, rifiuto di sé. Mutevolmente, in "Des mois"- terzo pannello dopo "La bière du pécheur" e "Rien va" - Landolfi trascorre infatti dalla particolare coloritura delle immagini di sogno, irriproducibili dalla parola, alla segreta fraternità con una gatta (i gatti sono per lui i soli animali che conoscano la noia umana, quella legata al vuoto, al "tempo senza fondo"); dal conflitto tra la "lusinga dei miei vizi" (cioè il richiamo della vita) e la mediocrità borghese (cioè l'abiezione) allo stile, che nei grandi scrittori è distanza, capacità di considerare frasi e parole meri strumenti e non già "sacri arredi"; dal naturale stato di sottomissione agli eventi che ci impedisce di adattarci alla desiderata e aborrita libertà al rapporto con i figli, che, usciti dal "malevolo nulla", lo sfidano con la loro presenza miracolosa e accusatrice, lasciandolo lacerato tra "una tragica sollecitudine e la coscienza della metafisica inanità di qualsiasi affettuoso intervento". Centro di questo simulato e veritiero diario è del resto - sono ancora parole di Manganelli - "il sacrilegio, la violazione, la violenza per diniego, la clandestina e blasfema celebrazione di una irreparabile impurità, una fessura che ferisce il mondo da parte a parte, e ne annuncia la vocazione catastrofica".

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Tommaso Landolfi, la parola impura

Landolfi è così, Landolfi non è così: quante ne hanno dette su Tommaso Landolfi. È uno scrittore per scrittori, uno scrittore elusivo, uno scrittore notturno, un minore, un decadente, un sontuoso traduttore dal tedesco, dal francese, dal russo di Gogol’ e Puškin, che, quando scrive in proprio, «non fa altro che tradursi». Alcuni lo considerano uno stilista. Non è la definizione corretta, in realtà intendono dire che è uno scrittore, un grande scrittore. Quelli che diffidano dei grandi scrittori usano spesso la parola «stilista». Ma Landolfi sa che lo stile non è fatto di preoccupazioni stilistiche; queste sono «retaggio di spiriti mediocri».

In Des mois Landolfi trascorre dalla riflessione sul lavoro intellettuale, che ha le caratteristiche distruttive del vizio e comporta «sigarette ed alcool a non finire», al disprezzo della fede («l’uomo, se vuol serbare la speranza, deve inchiodare il proprio dio come il nibbio sulla porta del castello») e dei suoi dispensatori («le suore, ciechi strumenti di occhiuta corruzione»); dalla segreta fraternità con una gatta («forse il solo animale che conosca la noia umana») alle considerazioni sullo stile che nasce non già nella devozione ma nel distacco dalle parole («utensili e non sacri arredi e non incarnazioni del Verbo»); dall’estraneità a qualsiasi setta letteraria, perché la cultura è qualcosa da tenere segreto («è storia di rifiuti, di sdegni e di insoffribili tedi»), al rapporto con i due figli che, «usciti dal malevolo nulla», sono una presenza amata e perturbante.

Centro di questo diario – composto fra il novembre del 1963 e l’aprile del 1964 ad Arma di Taggia, a portata di corriera da San Remo, dove c’è il casinò e dove si è trasferita la famiglia – è l’impurità simulata o veritiera della vita di Landolfi; indizio di questa impurità è la morte: «non diamole pretesto alcuno, e vedremo a cosa si appiglierà, vedremo allora se davvero è fatale». Landolfi non solo desidera, ma sceglie l’impurità, la mistificazione, il sacrilegio. In Des mois è spesso annotato il rapporto con i figli, una bambina di sei anni, la Minor, e un bambino unenne, il Minimus. Landolfi contempla la dinamica dei loro corpi brevi: «La corsa del Minimus impetuosa verso di me al mio arrivo, quell’inarrestabile rotolamento che ha per termine e fine le mie gambe: ah, perché a questo o ad altro così è indissolubilmente legata un’idea di morte, perché non mi s’apre ma mi si stringe il cuore?».

L’impurità è ancora più irrimediabile nel legame di un «padre antisociale e antitutto» con la figlia che lui chiama «in modo non innocente e non peccaminoso», ha scritto ancora Manganelli, «la mia amante»: «Posare la guancia sulla sua piccola coscia e fantasticare così di possederla (ma lei non tien ferme le gambe un sol momento, è femmina nell’anima e nell’utero ancora cieco). Sei anni tra due mesi: un’età da stupro, da peccato senza remissione, da violazione profonda, da sacrilegio. […] L’idea del peccato deve essere inclusa nei nostri rapporti, nella mia adorazione; inclusa e dolcemente allontanata, non per pregiudizio morale, ma così, quasi per caso, per nessun motivo, per letizia (se ha un senso quello che scrivo)».

Una vocazione catastrofica segna ogni pagina di questo diario. Landolfi non ha più un mondo sotto i piedi e sa che negare o affermare l’impuro è meno tremendo che sospettarlo; sa che la verità tende a essere segreta, a essere come un presagio.

Recensione di Antonino Trizzino.

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