Descrizioni di opere d'arte

Luciano di Samosata

Curatore: S. Maffei
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1994
Pagine: LXXXVI-142 p., ill.
  • EAN: 9788806121891
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recensione di Moreno, P., L'Indice 1997, n. 5

Insistenti segnali rivelano il ritorno alla sapienza del passato. I filosofi parlano di nuovi pagani, di una morale che restituisca all'uomo la serenità della naturale finitezza. Alla divulgazione del pensiero greco e dei miti corrisponde il nuovo corso nella storia dell'arte antica: oltre l'archeologia accademica, c'è il racconto della bellezza.
Alla rinascita giova la ricognizione della critica d'arte quale si praticava in età ellenistica e romana. Benché molti giudizi ci siano stati trasmessi dalla poesia epigrammatica o attraverso disparati generi, le notizie su tale specializzazione riguardano un ramo della retorica. L'esempio viene dalla presente edizione di quei dialoghi diLuciano, dove si rivela preminente l'interesse per l'arte figurativa: "Il sogno o la vita di Luciano, Non bisogna prestare fede facilmente alla calunnia, La sala, Le immagini, Erodoto o Ezione, Eracle". I testi greci sono preceduti da un ampio saggio di Sonia Maffei, e accompagnati dalla traduzione con brevi note. Seguono le pagine di Lucia Faedo che illustra la fortuna delle "descrizioni" dedicate da Luciano a dipinti per noi perduti, e che hanno nutrito il vagheggiamento degli umanisti o di artisti figurativi dai miniatori del Quattrocento a un pittore degli anni di Goethe a Weimar: la "Famiglia di Centauri" di Zeusi, le "Nozze di Alessandro e Rossane" di Ezione, la "Calunnia" di Apelle, e il più recente "Hercules Gallicus", di cui non viene tramandato l'autore.
La brillante proposta di rileggere i capolavori dell'arte ellenica attraverso un esponente della seconda sofistica rafforza la specifica esigenza da tempo segnalata (e attuata per Lisippo e Prassitele) di non utilizzare le notizie delle fonti come frammenti in relazione a determinate opere, ma di esporre le testimonianze in ordine storico percorrendole entro i contesti: meglio riesce l'operazione quando si fa centro, come qui, sulla personalità di un interprete, anziché sui soggetti trattati. La prima cosa che si avverte accostandosi a Luciano con la guida della Maffei è l'inopportunità di livellare le informazioni nella generica visione dell'antico che confonde l'approccio di tanti lettori. C'è una distanza archeologica tra lo scrittore e molte delle opere di cui tratta, già vecchie allora di mezzo millennio: la "Sosandra" di Calamide, l'"Amazzone" di Fidia e l'"Afrodite dei Giardini" di Alcamene. Tale è anche il suo distacco dalla religiosità politeista. Ma d'altra parte il retore non è contaminato dal senso della colpa, proprio della dottrina cristiana. La contemplazione della bellezza, sotto la patina ironica ispirata alla commedia, conserva l'innocenza delle origini, e in questo senso una fondamentale sintonia col mondo classico. Luciano, che racconta di essere stato avviato alla pratica della scultura, fondava il giudizio sulla conoscenza di procedimenti tecnici che nella tarda antichità si sarebbero in parte smarriti, e su di un obbligo filosofico: riteneva che non fosse adatto al conoscitore e all'esteta rimanere "muto spettatore della bellezza". L'uomo esperto non può "cogliere il piacere solo con gli occhi", bensì deve "prolungare quel piacere il più possibile e rispondere a ciò che vede con le parole". "Guardare", "lodare", "spiegare la bellezza a chi non la conosce" costituisce il programma del brillante conferenziere di Samosata, che ancor oggi un critico vorrebbe sottoscrivere. La prosa nitida e sensibile di Luciano era già stata esplorata per ricavarne un frasario più ricco che in ogni altro critico antico. Ma la Maffei sviluppa la constatazione di Salvatore Settis che gli elementi formativi e il metodo con cui è progettato ne "Le immagini" il ritratto diPantea - favorita di Lucio Vero - hanno affinità coi criteri che dettavano in età romana sia le statue di donne in abito di divinità, sia gli elogi funebri sorretti dal paragone con personaggi mitici. La varietà dei soggetti classici indagati da Luciano nel comporre la visione ideale di Pantea risponderebbe non solo alla tradizione estetica della scelta dei modelli naturali, derivata da Zeusi, bensì alla tendenza operante nell'arte imperiale. Il principio strutturale de "Le immagini", dove l'uso della citazione è alla base del nuovo esperimento, coincide effettivamente col gusto dell'età tra Adriano e gli Antonini, quando nella scultura si cercano accostamenti tra tipi originariamente pertinenti a diverse fasi dell'arte greca. Fin qui il risultato della scuola di Pisa. Ma intanto abbiamo scoperto che l'eclettismo romano è frutto della "maniera" ("secta" in Plinio) introdotta da Lisippo con l'affermazione che la bellezza non si raggiunge solo attraverso la natura, bensì grazie alla selezione delle opere dell'uomo, dal "Doriforo" (secondo l'aneddoto di Cicerone) alle anfore vinarie prese a riferimento nel progetto di un contenitore di nuovo impatto commerciale per il rilancio del vino di Mende (316 a.C.). La chiusura a questo indirizzo di studi sulla critica d'arte antica gioca negativamente dove la Maffei parla di "scarso rilievo dato alle opere di Lisippo" da parte del retore. Consapevole della portata teorica di quel messaggio, Luciano parla di tre bronzi di Lisippo nel "Giove tragedo": il "Posidone" per i Corinzi, il "Dioniso" (che coincide con quello assiso dell'Elicona) e un "Eracle" che, per essere anch'egli seduto come si addice al consesso, s'identifica con il colosso meditante innalzato sull'Acropoli di Taranto: a detta di Ermete, è un onore per gli dèi essere stati effigiati da Lisippo. Infine nell'"Assemblea" si cita un'altra famosa opera del Sicionio, il "Polidamante", con la notizia che la statua nella credenza popolare guariva i febbricitanti. Anche qui va rilevata l'impressionante conferma dell'autenticità di Luciano, poiché il "Pugile seduto" delle Terme - per altri motivi identificato col "Polidamante" - ha il piede destro (che sporgeva dal basamento originario trovato in Olimpia) effettivamente consunto dal tocco dei devoti, come il "San Pietro in trono" della basilica vaticana.
Rispetto ai dati raccolti nell'introduzione, il repertorio delle scene nuziali si è da tempo arricchito del fregio di Delo e del dipinto pompeiano con gli sponsali di Alessandro e Statira: l'uno e l'altro ricchi di riferimenti alla descrizione lucianea del quadro di Ezione con Alessandro e Rossane; l'andamento della "Calunnia" dipinta da Apelle alla corte tolemaica è trasmesso dalle scene giudiziarie al cospetto di un re nel fregio nero dalla Villa della Farnesina, di gusto alessandrino, al Museo Nazionale Romano.