Diari di guerra. Il Mediterraneo dal 1943 al 1945 - Harold McMillan - copertina

Diari di guerra. Il Mediterraneo dal 1943 al 1945

Harold McMillan

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Traduttore: G. Cattaneo
Editore: Il Mulino
Collana: Storia/Memoria
Anno edizione: 1987
In commercio dal: 24 novembre 1987
Pagine: 1057 p.
  • EAN: 9788815015389

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recensione di Ellwood, D.W., L'Indice 1988, n. 4

A differenza dal volume di memorie pubblicato nel 1967 ("The Blast ot War", ediz. italiana: "Vent'anni di pace e di guerra", Milano 1969), diviso per paesi e per fasi, i nuovi diari del grande statista inglese morto a 92 anni nel 1986, presentano l'immagine della guerra come un fiume indivisibile, con tante correnti diverse che scorrevano a velocità diverse, ma che Macmillan doveva navigare in un solo vascello: quello del ministro residente britannico presso il quartiere generale alleato. Dedicati all'esperienza soggettiva di Macmillan nella sua eccezionale posizione, i diari trasformano in vita vissuta la grande concezione militare del teatro di guerra. Tutto il quadro mediterraneo entrava sotto la responsabilità del ministro residente: non solo l'Italia, ma anche la Grecia rivoluzionaria, la Jugoslavia di Tito e Mihailovic, le forze francesi di Giraud e de Gaulle, i paesi minori dei Balcani. Le crisi scoppiavano spesso simultaneamente, la confusione politica seguiva la confusione militare, il crollo economico di Atene seguiva quello dell'Africa del Nord e rischiava di anticipare quello italiano.
Le crisi scoppiano a Casablanca, a Brindisi, ad Atene, a Napoli, Roma e Trieste; ove il fronte si sposta, Macmillan lo segue (persino anticipandolo nel caso di un avventuroso salto a Modena, il 24 aprile 1945). Ovunque Macmillan va, discute, agisce. Viaggia in jeep, in autoblindo, nelle grandi macchine dei comandanti, ma soprattutto in aereo. Trent'anni prima di Kissinger, è stato Macmillan ad inventare lo 'shuttle diplomacy', e i suoi exploits aerei - compresi un incidente serio e innumerevoli voli pericolosissimi nei rudimentali velivoli militari dell'epoca - non possono non impressionare il lettore di oggi. In compenso Macmillan godeva della posizione di un protagonista fra quelli supremi, in mezzo ad una compagnia civile e militare di tutte le nazionalità, spesso brillante e sempre pieno di interesse e varietà.
Centinaia quindi sono i personaggi più o meno famosi che passano per le pagine di questi diari, da André Gide a Papandreu (padre!), da Noel Cowarda a Tito, da Clare Booth Luce a Vishinsky, da Pio XII a Cordell Hull, e infatti il quadro è più convincente ed efficace quando descrive in dettaglio i rapporti fra i personaggi e gli avvenimenti in cui erano coinvolti. Particolarmente attraenti sono i ritratti "da vicino" dei grandi: Churchill, de Gaulle, Eisenhower, Badoglio, Alexander e Eden. Ma l'atmosfera delle pagine è anche creata dalla spiccata sensibilità dell'autore per i vari paesaggi, città e ambienti in cui si trova: sono deliziose le descrizioni della costa nord-africana tra l'Algeria e la Tunisia.
Sul piano storico-politico, invece, questi scritti del momento - ma costruiti sicuramente con un occhio sul giudizio dei posteri - risultano più interessanti per le questioni che suggeriscono implicitamente, piuttosto che per grandi novità o rivelazioni. Inutile quindi cercare notizie o analisi muove sul crollo dello stato italiano, sulla questione monarchica, sullo spostamento di potere verso gli americani, sulla Resistenza o persino sull'influenza sovietica o comunista nelle questioni del sud-est Europa. Togliatti è liquidato con una battuta, anche se suggestiva: [egli] è diviso tra la fedeltà verso Mosca e quella verso l'Italia, ma conterà di più sicuramente la prima. Tuttavia, l'allineamento con Mosca non gioverà in Italia al partito comunista".
Si sapeva che Macmillan auspicava una svolta positiva nell'atteggiamento britannico verso l'Italia, ma i dettagli rimangono vaghi: la fine della sua proposta per un trattato di pace preliminare meriterebbe uno studio particolare. Comunque dopo l'armistizio dell'8 settembre e il consolidamento di Badoglio - riprese in dettaglio - la vita politica italiana compare poco in queste pagine. Si tratta dell'ennesima dimostrazione dell'estraneità delle nuove leve politiche dai veri centri di potere in quella fase, estraneità e poi disinteresse pagati a carissimo prezzo. Chi ha saputo giocare a quei livelli, come Badoglio o Sforza (gli unici in Italia, a dire il vero) ha dato filo da torcere a Macmillan e i suoi colleghi.
Ampiamente confermata comunque e la grossa diffidenza che avevano i controllori alleati. per tutto quello che potevano trovare nel nord al momento della liberazione; diffidenza basata direttamente sulla loro diretta esperienza in Grecia, ma con riflessi più profondi risalenti all'epoca del primo dopoguerra.
Ciononostante colpisce molto il sentire Macmillan e Mark Clark mettersi d'accordo per auspicare il prolungamento della minaccia francese in Piemonte nella primavera del '45 e la permanenza nelle stesse zone dell'"ottima" divisione alpina tedesca, così confermando sospetti lungamente conservati in quelle regioni sulla preferenza alleata per il nemico sconfitto piuttosto che per forme di "co-belligerenza" non proprio addomesticate.
In tempo di guerra il potere in tutti i sensi - politico ed economico, non solo strategico - passa in mano ai combattenti. La forza di Macmillan deriva dal fatto che egli sapeva rendersi indispensabile ai comandanti supremi - prima Eisenhower, poi Wilson e Alexander - nei momenti in cui loro dovevano occuparsi di problemi politici, e i diari riflettono la sua profonda comprensione di questa forma di interdipendenza. L'unica moneta di potere valida ovunque in quei tempi era il successo militare, e nel Mediterraneo Macmillan faceva funzione di Ministro del Tesoro alleato (con le inevitabili preoccupazioni per le svalutazioni della moneta britannica quando gli alleati stentavano ad avanzare in Italia, o gli inglesi non riuscivano a neutralizzare il colpo di Stato dell'Elas ad Atene).
Ma, come si conviene ad un professionista della politica quale egli era, è sempre stata la contingenza a catturare l'attenzione del Ministro residente, non la lunga prospettiva. Quindi, mentre Macmillan si dimostra del tutto eccezionale nell'ambito di questa élite per la sua capacità di capire e di interessarsi delle questioni economiche, egli non arriva mai a considerarle nel loro contesto storico, in termini di crisi di sviluppo, come infatti era il caso dell'Africa del Nord, della Grecia e della Jugoslavia e in parte, dell'Italia. Macmillan critica il comportamento degli americani in continuazione, colpevole di profondo velleitarismo nel loro comportamento verso l'Italia, per esempio.
Ma i più perspicaci di loro, come l'ambasciatore MacVeagh ad Atene, che qui riceve scarsissima considerazione, erano perfettamente capaci di intravedere i problemi di fondo dietro una crisi tremenda come quella della Grecia nel dicembre 1944: "la nuova crescita della coscienza di classe e del proletariato ha cambiato l'essenza stessa del problema del mantenimento del controllo britannico", scrisse MacVeagh a Roosevelt l'8 dicembre 1944. Poco prima MacVeagh aveva definito l'Impero britannico "un anacronismo, perfetto per il Settecento, impossibile per il Novecento". La conseguenza: "Ogni giorno porta una prova di debolezza e di dispersione, di opportunismo conseguente e di dipendenza dalla forza concentrata dell'America" (cit. in J. Iatrides, "Revolt in Athens", 1972): Nonostante la 'panache' e l'impegno che si può ammirare nelle pagine dei suoi diari di guerra, il Macmillan di allora non avrebbe mai ammesso di vedere le cose in quei termini, almeno pubblicamente.
In confronto al lettore inglese, quello italiano perde 8 pagine di fotografie e, naturalmente, l'indice analitico (perdita sempre meno giustificabile nell'epoca dei computer e particolarmente grave rispetto ad un'opera così densa e lunga). Perde anche il senso di diario vero dell'originale, poiché i redattori hanno pensato di trasformare in prosa le scansioni e stacchi temporali indicati dai paragrafi separati, ognuno col suo orario, della prima versione. In compenso il fruitore italiano dispone di un'efficace introduzione di Elena Aga-Rossi, che colloca l'opera nell'evoluzione della storiografia sulle vicende italiane trattate.
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