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Sylvia Plath

Traduttore: S. Fefè
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 2
Anno edizione: 2004
Formato: Tascabile
Pagine: 433 p. , Brossura

59 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Biografie - Memorie

  • EAN: 9788845918599


recensioni di Bargone, M. L'Indice del 2000, n. 03

Lasciano inquieti e perplessi i Diari di Sylvia Plath (1932-63). Perplessi in primo luogo per il ritratto incompleto che se ne ricava: molte parti sono state tagliate perché ritenute piene di malignità, troppo intime o di scarso rilievo. Anche Ted Hughes nella prefazione ammette di aver distrutto la terza parte del diario della moglie perché non voleva che i figli lo leggessero. Mentre il secondo taccuino pare sia andato perduto. Al lettore giunge soltanto un terzo dunque dell'autobiografia originale, e la prima impressione è che a mancare siano soprattutto le parti più scabrose: scabrose non tanto (ma anche) in senso erotico, quanto psicologico. La violenza mentale di Sylvia Plath, della sua introspezione peregrina e assassina, è forse più oscena della sua vita sessuale e amorosa; così come il suo amoreggiare lucido e sarcastico con la follia e la morte scandalizza più del suo eccesso di emancipazione femminile.
Tuttavia quanto resta basta a inquietare e a sorprendere per la puntualità morbosa di questo raccontarsi: più che un vero diario pare la sceneggiatura di un film scritto per lei da un ammiratore ossessionato e ossessivo, che la spia e la riprende in ogni attimo, in ogni umore, pericolosamente al confine tra iper-lucidità e delirio, in totale empatia con la sua vittima. Prorompe da queste pagine, "rimbalzando dall'autovenerazione all'autoripugnanza", una necessità fisica, imperante, di scandagliare, sezionare e ricomporre ogni giorno vissuto nella dimensione della scrittura ("facendo e disfacendo se stessa", scrive Hughes): "la mia felicità scaturisce dall'essermi separata da una parte della mia vita, una parte di dolore e bellezza, per trasformarla in parole scritte a macchina su un foglio". C'è in Sylvia una potente, debordante e insieme implosiva percezione di sé. Da questo sentire e sentirsi così pregnante scaturisce un'energia che continuamente crea e continuamente distrugge; da questo pulsare sgomento dell'io origina il bisogno di fermare tutto, di interrompere il flusso del tempo, perché è insopportabile sapere di essere soltanto "un'altra goccia nel mare della materia": "mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch'io me ne andrò. (...) E io non voglio morire". Sylvia era una ragazzina quando scrisse queste frasi e poco più che una ragazza quando a trent'anni si tolse la vita. La scrittura l'aveva sempre accompagnata, e i Diari sono testimoni di un percorso che vede intrecciate in modo simbiotico vita e letteratura ("io scrivo e vivo, vivo e scrivo"); ma più che un processo in divenire di crescita e arricchimento queste pagine danno la sensazione netta e inquietante di un processo in perdita, un'emorragia ininterrotta e inguaribile dell'anima che stilla parole come gocce di sangue puro, concentrato. "La scrittura resta: va per il mondo", scrive Sylvia, quasi si liberasse di pezzi di sé, per poi rincorrerli a momenti, nel tentativo di ricomporli e ricomporsi. Per lasciarsi consolare poi dall'illusione speranzosa che una qualche tregua sia prossima, e la sofferenza si plachi: "Oh c'è qualcosa che mi sta aspettando. Forse un giorno avrò una rivelazione improvvisa e potrò vedere l'altra faccia di questo enorme, grottesco scherzo. E allora riderò. E saprò cos'è la vita". Ma sono questi cali di tensione assai rari: frenesia, desiderio, paura, ambizione logorante caratterizzano per lo più la scrittura. E li sovrasta un senso continuo di frustrazione amara, onnipervasiva: "Frustrata? Sì. Perché non posso essere Dio - o la donna-uomo universale - o una qualsiasi cosa che conti", perché "quando il proprio paradiso e il proprio inferno sono ridotti in pochi pezzi di carta ben dattiloscritta e i redattori sono così cortesi da rifiutarli si tende per magia a identificare i redattori con i ministri di Dio. Non c'è scampo".
Non è necessario essere cultori della poesia di Sylvia Plath per farsi coinvolgere dall'intensità di ogni singola pagina dei Diari: sono notevoli come opera a sé, documento non solo di una vita da romanzo, ma anche di uno spaccato dell'ambiente artistico-letterario anglo-americano degli anni cinquanta, dei suoi protagonisti, delle difficoltà e della competizione che lo caratterizzavano. Una lettura densa dunque, tanto densa da divenire a tratti ansiogena. Sconsigliabile, perciò, a chi al rigore di una quotidiana auto-analisi preferisce un po' di sana, leggera inconsapevolezza e cerca di godersi certi momenti senza ricordarsi per forza che "il presente è l'eternità e l'eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti".


«Ho paura di affrontare me stessa. Stanotte ho tentato di farlo. Mi auguro di cuore che ci sia qualche essere assoluto, qualcuno su cui contare affinché mi valuti e mi dica la verità.»

Nel diario di una poetessa, di una scrittrice, di una donna giovane e bella che a soli trent'anni decide di suicidarsi cerchiamo, quasi con una certa morbosità, il perché di quella tragedia. Perché? Perché la disperazione che porta alla morte? Perché il nulla in una vita così piena, così ricca, con due bambini piccoli da crescere, una vita di relazioni apparentemente normale, un successo professionale ormai vicino? Eppure, leggendo una dopo l'altra le pagine di questo Diario, che vede l'autrice prima ragazzina, poi sempre più adulta, moglie e madre, la risposta appare evidente, ed è già compresa nella domanda iniziale che Sylvia si pone: "Se soltanto sapessi cosa chiedere alla vita".

Una cupa angoscia, l'impossibilità a trovare una identità, la sofferenza profonda e una difficoltà quasi fisica ad instaurare rapporti autentici: un male di vivere insomma che appare già evidente fin dalle prime pagine.

"Voglio amare qualcuno perché voglio essere amata": ed è proprio la paura di essere scoperta in questa incapacità all'amore che le crea devastanti paure, depressioni, sconfinamenti quasi nella pazzia.

"Resta il terrore di non avere genitori, né persone grandi e mature, pronte a consigliarmi e amarmi a questo mondo": ma ancora di più la paura della solitudine, una così profonda sensazione di perdita, di lutto che semplificatoriamente si potrebbe collegare (lei stessa compie a un tratto questa operazione) all'abbandono del padre. E così l'odio/amore per la madre, la paura di quella simbiosi che cerca, e che le toglie ogni possibilità di autonomia, (simbiosi che riprodurrà nel rapporto col marito), il "desiderio di essere manipolata" per non affrontare la disperazione che la domina, sono tutte chiavi di lettura della sua esistenza. Frequente è nel Diario l'accenno al suo essere donna, bella, desiderata, e al rifiuto per quella sensualità che vede trasparire dal suo corpo che pure vuole perfetto, più per gusto estetico che per volontà di seduzione. La passione, il desiderio che pure sono componenti importanti di sé, la sgomentano e l'attraggono nello stesso tempo, in fondo permane sempre un invidia nei confronti del maschio e una difficile accettazione della sua identità femminile. Eppure, fin da giovanissima, la sofferenza amorosa era stata per lei una costante: sicurezza di esistere, di sentire, di perdersi in un altro per ritrovarsi. Un episodio adolescenziale, una violenza a cui era sfuggita e che non aveva potuto raccontare alla madre, troppo distratta in quel momento per prestare attenzione all'aspetto sconvolto della figlia, era rimasto impresso in lei come simbolo di un furto, di un imbroglio giocato alla sua ingenuità.

Il rapporto col lavoro, il lavoro manuale (piantare fragole nei campi o servire in un bar) aveva avuto nella sua prima giovinezza un ruolo positivo. La stanchezza porta ad una forma di positivo abbandono, di dimenticanza necessaria, di semplicità interiore: tutto ciò non avviene invece quando il lavoro è quello letterario, quello della creazione artistica.

Il rapporto con la scrittura, la sensazione di avere grandi cose da scrivere, l'incapacità di tradurle nella pagina scritta, perché "fa male non essere perfetti", la ricerca di modalità di comunicazione letteraria che le permettano di essere accolta e pubblicata, la conduce alla costruzione di maschere, sia nella scrittura che nella vita, maschere di cui non si sa liberare nemmeno con l'elettroshock e che finiranno col soffocarla. Ted Hughes, nella prefazione, dichiara che solo pochi versi detti da lei in un momento di abbandono, poco prima del suicidio, gli avevano rivelato la verità di quella donna a cui era stato perennemente vicino per sei anni: ben forti quindi dovevano essere le maschere che coprivano il suo essere. Quando, cadute le immagini di sé che aveva dolorosamente offerto al mondo, le resta solo la verità di una vita inappagata, di un bisogno di amore insoddisfatto, di una identità irrisolta e perennemente lacerata, l'unica via d'uscita resta la morte.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

L'estate prima di entrare allo Smith College, Sylvia Plath lavorò in un'azienda agricola del Massachusetts, Lookout Farm.

Lookout Farm

Luglio 1950
. Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all'alba, lo aspettano altre fragole da piantare, e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più...

Stamattina, nel campo di fragole, Ilo mi ha chiesto: "Ti piacciono i pittori del Rinascimento? Raffaello, Michelangelo? Una volta ho copiato qualcosa di Michelangelo. E che ne pensi di Picasso?... Di quei pittori che fanno un cerchio e un rettangolino che scende al posto di una gamba?". Stavamo lavorando fianco a fianco tra i filari e lui, che era stato zitto per un po', di colpo si era tirato su e ha cominciato a chiacchierare con quel suo fortissimo accento tedesco, la faccia abbronzata, intelligente, increspata in un sorriso. Anche il suo corpo robusto e muscoloso era abbronzato e i capelli erano raccolti in un fazzoletto bianco intorno alla testa. Mi ha detto: "Ti piace Frank Sinatra? Così sendimendale, romandico, chiardiluna, ja?".

Un'improvvisa lama di luce bluastra sul pavimento di una stanza vuota. E mi sono resa conto che non era un lampione ma la luna. Che cosa c'è di più bello, in una notte come questa, che essere vergine, pura, sana e giovane?... (Essere violentata).

Serata tremenda. È stato tutto l'insieme. La commedia Good-bye My Fancy, io che, un po' puerilmente, volevo fare la corrispondente di guerra come la protagonista ed essere amata da un uomo che mi ammirasse e capisse quanto io capivo me stessa. E poi Jack, che si sforzava di essere gentile e si è offeso quando gli ho detto che voleva solo provarci. Poi ancora la cena al circolo, col solito sfoggio di quattrini. E infine il disco... quello così perfetto per ballare. Me lo ero dimenticato finché Louis Armstrong non ha cominciato a cantare con la sua voce resa roca dal rimpianto ["I Can't Get Started"]... Jack ha detto: "L'hai mai sentita?", così ho sorriso. "Sì, certo". L'avevo sentita (con) Bob [un altro corteggiatore]. È bastato questo... un disco assurdo, le nostre interminabili chiacchiere, lui che mi ascoltava, mi capiva. E mi sono resa conto di volergli bene.
Oggi è il primo di agosto. Si soffoca, è umido, piove. Sono tentata di scrivere una poesia. Ma mi viene in mente la frase che ho letto su uno di quegli stampati con cui respingono i manoscritti: Dopo ogni acquazzone, da tutto il paese piovono poesie intitolate "Pioggia".

Per me il presente è l'eternità e l'eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. È un po' come le sabbie mobili... senza scampo fin dall'inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch'io me ne andrò. L'istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire.

Certe cose sono difficili da descrivere. Quando ti succede qualcosa e vuoi annotarlo, o lo rendi troppo drammatico o lo alleggerisci troppo, esagerando i particolari sbagliati e tralasciando quelli importanti. E comunque non lo scrivi quasi mai come vorresti. Io voglio semplicemente mettere sulla carta quello che mi è capitato oggi pomeriggio. Non posso raccontarlo alla mamma, per lo meno non ancora. Era in camera mia indaffarata con dei vestiti quando sono tornata a casa, e non si è nemmeno accorta che mi era successo qualcosa. Ha continuato a sgridarmi e a parlare senza posa. Così non sono riuscita a farla smettere per dirglielo. Comunque venga, devo scriverlo.

Alla fattoria era piovuto tutto il pomeriggio e io ero infreddolita e bagnata, in testa avevo il foulard di seta stampata e sopra la felpa mi ero infilata la giacca a vento rossa. Avevo lavorato sodo tutto il pomeriggio nel campo di fagioli e ne avevo raccolti tre sacchi. Dato che erano le cinque, tutti stavano andandosene e io aspettavo vicino alle macchine che mi portassero a casa. In quel momento è arrivata Kathy e senza scendere dalla bicicletta ha gridato: "Guarda, c'è Ilo".

Ho alzato gli occhi e infatti eccolo lì, con la sua vecchia camicia cachi e il solito fazzoletto bianco annodato intorno alla testa. Da quando abbiamo lavorato insieme nel campo di fragole ogni tanto ci scambiamo qualche parola. Mi aveva dato uno schizzo a penna della fattoria, particolareggiato e disegnato con mano sicura. Adesso stava lavorando al ritratto di uno dei ragazzi.
Così gli ho chiesto: "Hai finito il ritratto di John?". "Oh, ja, ja". Mi ha sorriso: "Vieni a vederlo. Adesso o mai più".
Mi aveva promesso di mostrarmelo una volta finito, così sono corsa fuori e mi sono incamminata con lui verso il capannone. È lì che abita.

Recensioni dei clienti

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    Cristiano Cant

    26/05/2014 19.59.09

    Spietati fino alla divina crudeltà che solo l'estremo riesce a comprendere e ad ascoltare nel cuore dei poeti, questi diari sono diamanti di purissima vertigine, strepitosi per stile e grandezza d'animo e dritti senza paura nell'incavo più profondo di una coscienza nella quale il tormento pareggiava la celestialità. A tratti impossibili da sostenere per la magnifica bellezza e capacità di romanticismo e scavo interiore, ma altre volte perfetti per la forza impari del saper tener testa al proprio dolore col dono di una parola che è spirito di meraviglia. Sylvia era cielo materno resosi carne per disgrazia, ala e piombo inconciliabili infine, era li sguardo di chi non tollera nulla che non sia o non sappia farsi poesia.

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    Silvia

    09/05/2005 22.15.26

    Un breve scorcio tra le pagine della vita della poetessa malinconica. Un libro-racconto della vita di Sylvia, in cui si riesce a capire a fondo l'aggravarsi del suo malessere psichico, le sue paure, fobie, i suoi sogni... Lo consiglio vivamente a tutti gli appassionati della donna dai tanti volti, dalle tante maschere che si alternano per nascondere il vuoto di un'esistenza alienata...in poche parole a tutti quelli che amano la poesia plathiana e vogliono conoscere da vicino la sua autrice.

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