Curatore: F. Funtò
Editore: Laterza
Edizione: 2
Anno edizione: 2001
Formato: Tascabile
In commercio dal: 22/01/1999
Pagine: 138 p., Brossura
  • EAN: 9788842056829

€ 5,70

€ 6,71

Risparmi € 1,01 (15%)

Venduto e spedito da IBS

6 punti Premium

Attualmente non disponibile Inserisci la tua email
ti avviseremo quando sarà disponibile
 
 
 
 

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Cristiano Cant

    12/06/2017 07:24:45

    Si parte così, aprendolo distrattamente come in un rito di antica consuetudine. Sfogliarlo, scoprirne tre righe o un pensiero nato dalla casualità delle dita a fermarsi in una pagina a caso. Poi pian piano subentra un'attenzione maggiore, un passo che allinea meglio la realtà solo ottica ampliandone sfere e battiti in una presa interiore sempre più affascinante. Si finisce per dirsi d'aver avuto un'esperienza di lettura rara. Wittgenstein vuole fuggire dalle astrazioni della parola, dai ghirigori del pensiero. Vuole avvolgersi nella nuda violenza dell'esistere, del lottare. Rinuncerà ad ogni esonero dalla prima guerra mondiale, viste le sue condizioni fisiche, per andarci volontario. E saranno questi gli anni di queste pagine, dove primeggia il faccia a faccia con se stesso, con la morte, con l'idiozia, l'ignominia e il farabuttismo altrui, e dove il calco sulla sua anima sarà quello di una solitudine senza ascolto, ferita in ogni suo punto: "E' infinitamente difficile non opporsi alla cattiveria della gente". E tuttavia da nessun altro luogo l'uomo può parlare, da nessun altro terreno se non dal guasto, dall'orrore o almeno da grammatiche volgari per torcere in una luce appena accettabile un cammino intellettuale degno o rispettoso: "La vita è un terribile assortimento di tormenti". Non sono affatto pagine semplici; lo sconforto, l'avvilimento e la desolante miseria di ogni agire avvolgono i periodi col loro colpo secco. A volte ci sono giorno di un solo rigo, rassegnati, persi: "Oggi non ho lavorato", oppure: "Mi sono masturbato, nient'altro". E' un uomo che depone la propria genialità per scendere nella fossa della vita, del nonsenso, del buio più atrocemente buio, e che porterà poi negli anni l'autore a strade e a scelte di inquietudini costanti. Nato ricchissimo, andrà a fare il maestro elementare,poi il giardiniere in un convento, poi il pescatore solitario in Islanda.Nel frattempo avrà il dottorato a Cambridge,poi la cattedra. Strepitoso ritratto di un'anima.

Scrivi una recensione

WITTGENSTEIN, LUDWIG, Diari segreti, in 'Nuovi argomenti' n.20, Mondadori, 1986

WITTGENSTEIN, LUDWIG, Diari segreti, Laterza, 1987
(recensione pubblicata per l'edizione del 1987)
recensione di Marconi, D., L'Indice 1987, n. 4

Anticipate sull'"Espresso" come il memoriale di un terrorista pentito, escono, in ben due edizioni, le annotazioni di vita quotidiana che Wittgenstein aveva scritto in margine agli appunti di argomento filosofico redatti negli anni della prima guerra mondiale. Wittgenstein era partito volontario all'inizio della guerra, ed era stato destinato al fronte orientale. Nel 1918 sarà trasferito sul fronte italiano, dove verrà preso prigioniero (da noi) alla fine della guerra; sarebbe rimasto in prigionia fin verso la metà dell'anno successivo. In questi anni, e da militare, Wittgenstein scrisse il "Tractatus logico-philosophicus": l'unico libro che gli riuscì di pubblicare in vita, e l'unico di cui fosse, a suo tempo, completamente soddisfatto. Gli appunti filosofici di cui si è detto sono infatti quelli raccolti nei "Quaderni 1914-1916", ben noti ai lettori dell'edizione einaudiana del "Tractatus", in cui si trovano tradotti. Nei "Quaderni" è possibile seguire, quasi giorno per giorno, la formazione della prima opera di Wittgenstein (o almeno una lunga fase di quella formazione); e certo un motivo d'interesse di questi "Diari" è che essi contengono il giudizio che Wittgenstein stesso dava, giorno per giorno, del procedere del suo lavoro. Per esempio, il giorno in cui Wittgenstein formula il primo abbozzo della cosiddetta picture-theory (la teoria secondo cui una proposizione è un'immagine di uno stato di cose), egli annota "Credo di essere molto vicino ad una soluzione" (15.10.14); pochi giorni dopo, mentre sta affrontando - in verità in maniera assai confusa - il problema delle proposizioni generali e del ruolo delle costanti logiche, osserva nei "Diari" che "i nodi vengono sempre più al pettine, ma non trovo una soluzione" (17.10.14); mentre quando comincia a farsi luce la distinzione tra proposizioni elementari, proposizioni generali e tautologie, ed emerge la contrapposizione tra ciò che una proposizione dice e ciò che essa mostra, egli dichiara di "vederci più chiaro" (29.10.14). E così via. Personalmente non ho avuto l'impressione di grosse sorprese esegetiche; ma è chiaro che sarà utile avere un confronto puntuale fra "Diari" e "Quaderni", e che comunque i "Diari" sono destinati a svolgere una funzione non necessariamente marginale nell'interpretazione del "Tractatus".
Si deve quindi tanto più deplorare che questa pubblicazione sia basata su una specie di trafugamento, per la riservatezza - in realtà forse la pruderie - degli esecutori testamentari. La difesa della privacy postuma di Wittgenstein appare fuori luogo: i soli diari veramente segreti sono quelli che l'autore brucia prima di morire. E vero che questi erano scritti in codice, ma si trattava di un codice analogo a quello che questo recensore adoperava per comunicare con i compagni di classe in quarta elementare, quindi di non impervia decifrazione; certamente introdotto per scoraggiare i commilitoni, più che i posteri.
Ma, se non ci sono ragioni di scandalo in questa pubblicazione, non ci sono nemmeno motivi di grande emozione. I "Diari" non contengono rivelazioni clamorose n‚ sul pensiero, n‚ sulla persona di Wittgenstein. Lo dimostra anche il saggio introduttivo di Gargani, il cui tentativo di ricostruzione della personalità etica del filosofo è basato solo in piccola parte sui "Diari", e in parte molto maggiore su materiali pubblicati altrove (soprattutto nei cosiddetti "Pensieri diversi", nelle "Ricerche filosofiche" e nei saggi biografici degli amici di Wittgenstein). In realtà, dal punto di vista della comprensione della figura di Wittgenstein, il testo di Gargani (intitolato "Il coraggio di essere") fa una buona parte dell'interesse del volume laterziano, di cui del resto occupa più di un terzo. Non è il primo tentativo di mettere in rapporto la personalità etica di Wittgenstein con la sua filosofia e con la tradizione culturale austriaca, ma è certo uno dei più penetranti. Il suo senso può essere espresso da questa frase di sintesi: "Se uno volesse riconoscere il contrassegno distintivo della cultura austriaca alla quale appartiene Wittgenstein - da Weininger a Musil, da Schonberg a Ingeborg Bachmann fino a Th. Bernhard - lo troverebbe... nella motivazione etica per la quale un uomo, per poter esprimere gli aspetti della vita, deve strapparsi con determinazione spietata dalle false immagini che lo tenevano prigioniero per la sua mancanza di coraggio" (p. 44). Il coraggio di cui si tratta è anzitutto la capacità di non mentire a se stessi (e agli altri) intorno a ciò che si è, di non mistificare "il luogo in cui ci si trova" e "dal quale si parla". Il coraggio è ciò che fa la differenza fra il talento e il genio (Wittgenstein dice: "Il genio è coraggio nel talento", e a volte dubita di essere soltanto un talento); e questo esprime bene la differenza fra la grande tecnica filosofica e la grande filosofia, la cui "originalità" in fondo non è altro che la capacità di prescindere d'un colpo (ma in realtà attraverso una faticosa ascesi) dagli idola, dalle rappresentazioni e autorappresentazioni già date, dalle razionalizzazioni e sublimazioni variamente consolatorie in mezzo a cui ci muoviamo. Gargani riprende da Wittgenstein la metafora della profondità ("la profondità nella quale un uomo è capace di discendere con coraggio"), e le aggiunge quella dell'interiorità: la "rappresentazione perspicua", la visione di come stanno le cose in realtà nel mondo e nella vita, è raggiungibile "soltanto a partire da un'esperienza interiore di noi stessi". L'agostiniano Wittgenstein non avrebbe rifiutato neanche questa metafora; ma certo qui ci muoviamo su un terreno insidioso, perché rischiamo di attribuirgli un armamentario filosofico che non solo gli era estraneo, ma che egli detestava. Dobbiamo ricordare, quindi, che il profondo di cui si tratta non è uno spazio privato, luogo e origine di un sapere privilegiato e incontrollabile. Wittgenstein diceva che uno studente di medicina che affermasse di sapere tutta l'anatomia per intuizione "dovrebbe dare l'esame come tutti gli altri". Il profondo è piuttosto il nome del punto di che raggiungiamo quando riusciamo a considerare i problemi della vita, o i fenomeni del linguaggio, facendo a meno delle costruzioni teoriche attraverso cui siamo abituati a leggerli. La superficie dove i problemi sono insolubili non è il livello dei comuni fenomeni, ma la buccia teorica che li ricopre; scendere in profondità non è come scavare una galleria sotto terra, ma piuttosto e come scendere da un'impalcatura e mettere i piedi in terra.
Se si fa di questo atteggiamento una teoria filosofica, ci sono molte e ovvie difficoltà a sostenerla. Ci è stato detto - in verità, fino alla noia - che non c'è un punto di vista vuoto di teoria. Ma, come la scoperta dell'inconscio non abolisce il dovere di essere onesti con se stessi, allo stesso modo la consapevolezza della "theory-ladenness" non sopprime il compito di lottare contro le "false immagini" da cui siamo "tenuti prigionieri": è difficile negare (anche se è ugualmente difficile interpretare) l'effetto liberatorio prodotto dal guardare le cose in modo nuovo, dalla scoperta che costruzioni teoriche consolidate hanno radici fragili, in noi e nel nostro modo di vivere. Senza questo, la filosofia (e la storia della filosofia) non sono granché.
I "Diari" possono essere letti in questa luce, come espressione di un momento di formazione di questa personalità etica. Ma, come si è detto, nei "Diari" non c'è molto di tutto ciò. Ci sono tracce profonde di aspetti ben noti della persona di Wittgenstein, qui a volte esasperatamente sottolineati: la sua religiosità, l'intensità etica con cui viveva il lavoro (filosofico e non), l'importanza psicologica dell'amicizia e dell'amore omosessuale. C'è anche, insistente l'orrore per la malvagità della gente anormale": "L'equipaggio è una banda di farabutti!", "La stupidità, l'insolenza e la cattiveria di questa gente non conoscono limiti", "La cattiveria dei commilitoni è per me ancora terribile", "Attorniato da questa gente rozza e volgare che non viene ammansita da alcun pericolo, dovrò miseramente soccombere"; e così via, quasi ad ogni pagina. Wittgenstein ha le reazioni tipiche di chi fa parte di un'élite, ma gli manca qualsiasi consapevolezza elitistica; e l'odio per la cattiveria dei suoi simili non produce nessuna teorizzazione misantropica. Egli sembra aver avuto-per questo aspetto-l'istinto del poeta, più che quello del filosofo. I filosofi di solito si abituano alla normalità, e anzi spesso trovano un certo gusto nel comprenderla e spiegarla; alcuni, come Aristotele, arrivano persino a riconciliarsi con la normalità, attraverso la comprensione. Wittgenstein no; come certi poeti, non trovò, n‚ del resto cercò mai una strada di razionalizzazione per andar oltre l'infinito stupore-sdegno, certo, ma prima ancora stupore -che destava in lui la volgarità, la cattiveria, la stupidità della maggior parte degli uomini. È significativo, da questo punto di vista, uno scambio di lettere con Russell (un filosofo ben conciliato con la normalità). W.: "So che gli esseri umani, mediamente, non sono granché da nessuna parte, ma qui (a Trattenbach, dove W. faceva il maestro di scuola elementare) sono molto più irresponsabili e buoni a nulla che altrove". R. doveva aver risposto che ciò era improbabile. W.: "Hai ragione, quelli di Trattenbach non sono singolarmente peggiori del resto della razza umana. Ma Trattenbach è un posto particolarmente insignificante in Austria, e gli austriaci sono caduti così in basso, dopo la guerra, che è troppo triste parlarne". Insomma, se anche il particolare orrore che suscita il prossimo non si poteva giustificare direttamente, si poteva giustificarlo con un sillogismo.