Diceria dell'untore

Gesualdo Bufalino

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Editore: Bompiani
Edizione: 21
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
In commercio dal: 31 marzo 2016
Pagine: XIX-203 p., Brossura
  • EAN: 9788845281693
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Vincitore premio Campiello 1981

Iniziata in tempi remoti e riscritta più volte, "Diceria dell'untore" incontrò subito, quando fu data alle stampe nel 1981, un unanime consenso di critica e di pubblico. Stupiva l'esordio tardivo e riluttante dell'autore, la sua distanza dai modelli correnti, la composita ragione narrativa tramata di estasi e pena, melodramma e ironia; non senza il contrappunto di una sotterranea inquietudine religiosa, come di chi si dibatte tra la fatalità e l'impossibilità della fede... Stupiva, l'oltranza lirica della scrittura, disposta a compromettersi con tutte le malizie della retorica senza vietarsi di accogliere con abbandono l'impeto dei sentimenti più ingenui. La vicenda racconta un amore di sanatorio, nel dopoguerra, fra due malati, un amore-duello sulla frontiera del buio. L'opera è arricchita da un'appendice di pagine inedite escluse dalla primitiva edizione.
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    Angela

    28/09/2020 16:51:01

    Libro stupendo. Comincia con “o”. “O quando tutte le notti…” … Quell’“o” vuole creare una decisa disgiunzione con tutto ciò che sia estraneo alla narrazione. Subito, con un potere ipnotico, l’“O” ci risucchia in una dimensione di poesia pura, di elevatezze e di profondità. “O” come uno zero. “O” ha la forza del dantesco “Lasciate ogni speranza o voi che entrate…”. E l’immagine del mitico barcaiolo viene riproposta alla fine dallo stesso Autore. “Diceria dell’untore” non vuol dire “il chiacchiericcio che si solleva intorno all’untore”, ma: “ciò che l’untore dice (di sé)”! L’untore non è “vittima” della diceria, bensì il soggetto. La narrazione avviene, infatti, in prima persona. Untore, dunque, non è più soltanto un malato “infettivo”, ma una finzione per narrare l’Uomo che, vivendo, contagia ed è contagiato... Tutti i personaggi intorno all’A. sono, in qualche modo, un po’ lui stesso. Anche la donna. Marta. Sebbene le venga “concesso” il virgolettato, Marta parla con il lessico dell’Autore. È un personaggio svuotato di storia e di verità, avvolta nel mistero di un passato che non si vuole conoscere. L’ultimo prolisso periodo conclusivo del romanzo è introdotto, significativamente, da benché, un’altra congiunzione (speculare alla “O” iniziale) per esprimere: concessione. A lui, al quale è stato concesso di salvarsi, tocca ora “uscire dalla cruna dell’individuo per essere uno dei tanti della strada…” i quali, però, non hanno dignità di “eroe”, né potere di contagio. A lui solo, è stato concesso di soffrire e guarire, forse proprio per raccontare la sua “diceria”, la sua Novella: “il racconto di una retorica” (sovrabbondante) e “di una pietà” (avara). UNTORE, dunque? O Unto? Tutta la narrazione rivela un’intima sicilianità... ed è simile a quella di un cantastorie (eccezionalmente dotto, assolutamente geniale e inimitabile) con i suoi pupi inanimati.

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    Pasquale

    12/05/2020 15:38:10

    Un romanzo meraviglioso, folgorante. Uno dei migliori che abbia mai letto. Una perla della letteratura italiana, uno dei punti più alti del Novecento. Bufalino sa modellare la lingua come pochissimi altri, con l'effetto di trasmettere sensazioni, emozioni, immagini, colori completamente inediti. Il suo è uno sguardo differente sulla natura umana. Il modo in cui racconta, in questo romanzo di ispirazione autobiografica, il modo in cui un giovane ragazzo affronta la vita, la morte, l'amore in un sanatorio negli anni '40 è a dir poco sublime. Consigliato a chi vuole lasciarsi stupire, a chi ama la lingua italiana. Sconsigliato a chi s'accontenta dell'ordinario.

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    Andrea A.

    21/03/2020 21:03:40

    Uno dei libri più belli e intensi che io abbia mai letto. Una storia di disperati, di uomini al confine, raccontata con un linguaggio sublime, quasi più vicino alla poesia che alla prosa.

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    Sandro G. '74

    28/10/2019 08:48:24

    D'accordo con quanto scrive Cristina. Questo è un sontuoso romanzo d'atmosfera e introspezione, scritto magnificamente, l'arte di uno stile narrativo così elegante, fa passare in secondo piano l'esiguità della trama. Bufalino del resto è sempre stato avulso da ogni tipo di logica letteraria legata all'industria editoriale, difatti questa sua prima opera, venne pubblicata quanto l'autore ebbe raggiunto la mezza età. Personalmente la penso esattamente come Bufalino, l'arte quando diviene industria, genera ovviamente eccessiva produzione, a discapito della qualità artistica. Il pensiero critico e costruttivo aiuta sempre a comprendere la zona oscura delle logiche e politiche editoriali, che molto spesso non hanno nulla a che fare con l'arte stessa, ma invece prone al profitto, estranee ad ogni tipo di linguaggio narrativo di qualità, nè tradizione, nè avanguardia, nè pensiero, nè contenuto, nè tantomeno funzione "educativa" al bello. Sono davvero pochissime le isole (letterarie) più o meno felici.

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    Cristina

    25/09/2019 17:41:43

    Diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino è il libro più bello, il libro più straordinario, il libro scritto meglio che io abbia mai letto nella mia intera vita e devo dire che di libri ne ho letti veramente tanti. La storia è molto semplice un giovane soldato ritorna dalla guerra verso casa sua, in sicilia, durante il tragitto si ammala e viene ricoverato all'interno di una casa di cura per malati in lungodegenza. All'interno di questo ricovero ci sono solo persone in fin di vita . Bufalino analizza i rapporti che si creano tra di essi e naturalmente il protagonista si innamorerà di una delle ammalate. Ma la trama è la parte meno importante del libro perché il tratto saliente, caratteristico, che lascia impresso questo libro nella memoria, è lo stile eccelso di bufalino. Uno stile talmente ricco che ho dovuto leggere questo libro ad alta voce per poterne assaggiare appieno la bellezza. Spero che vi facciate questo regalo, spero che leggiate diceria dell'untore.

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    Marta

    24/09/2019 09:47:46

    Ammetto di aver preso in mano questo libro parecchie volte prima di sentirmi pronta alla sua lettura, prima di confrontarmi con la ricchezza, l'inesauribile pregnanza della scrittura di Bufalino, di cui avevo un po' timore per mia incompetenza. Per quanto breve questo romanzo mostra quanto la nostra lingua possa essere magnificamente e intensamente utilizzata.

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    Cristiana

    19/09/2019 12:57:20

    Meravigliosa lettura, sorprendente e unica come un oratorio del Serpotta nell'altrettanto fantastica città di Palermo. Come per la città e per gli oratori, la sostanza è vile: povere vite malate, povero stucco evanescente; eppure quale grazia miracolosa nell'essere umani: un delirio barocco impossibile da descrivere e conturbante al primo sguardo (e anche ai successivi). Dai e nei particolari, nelle singole parti emerge la vita, profonda e unica come raramente si vede, e su tutto ad abbracciare e a "lucidare" il tutto fino a renderlo abbacinante, inaspettata, la tenerezza.

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    Cristina

    11/03/2019 22:17:23

    E' impressionante e sicuramente affascinante la precisione e la lucidità con cui Bufalino utilizza la lingua italiana per raccontare, parallelamente al decorso della malattia del protagonista, il mondo di rapporti e relazioni con i compagni di degenza, col personale della casa di cura e, ancor di più, con i sentimenti che accompagnano l'evolversi dello stato di salute. Un libro meraviglioso!

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    Bra

    12/02/2019 03:22:03

    Per uno scrittore barocco ogni pagina è una illegibile iniziazione. Pagina dopo pagina ci si immerge in una lingua antica e ricercata, tra pieghe di parole dense come i polverosi muri antichi della città. Costante è il confronto del narratore con il riflesso della morte, accompagnatore oscuro e assiduo, con il doppio del dubbio e della menzogna, con Marta, la sua chioma di luce e il suo danzare sulle punte dei giorni, nell'intento di eluderne il movimento finale e lo sgraziato assolo del passato. Anche noi portiamo dentro una diceria "come un obolo di riserva", e Bufalino ce lo ricorda.

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    angelo

    20/11/2018 13:44:46

    Ingredienti: un’estate siciliana trascorsa in un sanatorio nel primo dopoguerra, le chiacchiere con altri pazienti - “sfridi umani” per ingannare la noia e l’isolamento, l’ombra della morte sopra il capo da scacciare con la vitalità dell’eros, un’esperienza di inattività resa più attiva dai ricordi. Consigliato: a chi si fa “un nido di parole dentro i sogni”, a chi ama lo stile barocco, il dialogo sofistico e la scrittura allegorica.

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    Maria Romeo

    21/09/2018 21:15:22

    Libro che dovrebbe entrare nella prima fila della libreria di casa. Trama avvincentissima in cui si ripercorre una giovinezza travagliata in un linguaggio che oggi definiremmo arcaico o desueto, ma che rispolvera la freschezza della lingua dei classici.

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    Ciccio

    20/09/2018 12:38:51

    In questo capolavoro della letteratura italiana del Novecento, frutto di un ventennale lavoro di gestazione e continua revisione, pubblicato infine nel 1981, l'autore rievoca, come in un percorso della memoria dominato dal sentimento della morte, la sua esperienza di degente in un sanatorio di Palermo nel dopoguerra. Storia d'amore, "più di parole che di fatti", tra le mura di un sanatorio: una fuga d'amore insensata e condannata in partenza, la morte di lei, l'inaspettata guarigione del protagonista io narrante. Ma al di là dell'esile intreccio e dei temi, la vera grandezza intramontabile di questo romanzo sta, secondo me, nella lingua e nello stile dell'autore. La scrittura ricercata ed evocativa, di grande finezza espressiva, la prosa lirica e barocca, iperbolica, traboccante, eccessiva, non sono esercizio di erudizione e cultura letteraria, ma sono per l'autore l'unico strumento per esorcizzare quell'esperienza, da qui quel senso rituale e sacrale della letteratura, che caratterizza i veri scrittori. Come ebbe a notare Michele Mari, il più grande scrittore italiano vivente: “Bufalino fa quello che fa un vero scrittore: si muove con familiarità lungo l’intero asse diacronico della nostra lingua, restituendo a vita una folla di parole e di modi sintattici che le ragioni dell’economia e della forza (cioè le ragioni meno letterarie che si possano immaginare) hanno da tempo condannato a morte”.

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    Cristiano Cant

    20/04/2018 06:55:19

    Il pregio di attimi eccelsi nei fragili annali della malattia, la lunga attesa di una minima luce sui crepati binari della speranza. Ma c'è la scrittura a sfidare quei pallori, quei fantasmi di morte "con le fattezze ora d'angelo ora di sgherro". Verrebbe anzi da dire che solo davanti all'estremo la poesia rinviene la propria voce, rapirla al volo da ogni fronda a portata di mano, persino a costo di doversi dire che "imbalsamati entro aromi di parole, non facciamo da mane a sera che carezzare le nostre vanitose agonie". Un luogo di dolore ad abbracciare il racconto, ma l'amore non teme che se stesso nel vasto campionario dei contagi. Un uomo che dice di se stesso: "Avevo letto più libri che vissuto giorni nel mio infelice lungo passaggio lungo le strade degli uomini". Una donna, un "ultimo sorso di luce e frettoloso splendore" fra quei grumi di finitezza vicina. Nient'altro. Nel mezzo il magistero di un dono, questo romantico messale a guarire la nostra rozza saliva, i nostri intenti insensati, la possibilità di dare per un istante il cambio a una tratta di giorni dal cattivo avviso, scura, dolorosa, quasi segnata in uno sprazzo di idea meno uccisa che comunque ci permetta di dire che, sebbene "la morte sia un taglialegna, la foresta è immortale". Si cade allora dentro questa festa letteraria come un segno di rossore vitale su guance glabre di sconforto, "come muschio cresciuto sui sassi dell'anima". Un grande apologo del Dare su ragioni di pura poesia, contro ogni promessa e ogni tagliola, un inatteso che semina fiati di contentezza nei canali di polmoni offesi, la somma gratitudine verso una donna che nessuno dimenticherà. C'è una colpa per essere in quella prigione forse incurabile? C'è un destino? Si può dire davvero che "il peccato è stato inventato dagli uomini per meritare la pena di vivere e non essere castigati senza perché?". Meglio amare in poesia il tutto contro ogni vana risposta. Non tremi alcun filo di voce a urlare di nuovo: Capolavoro!

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    paolo

    31/01/2018 18:01:16

    La scrittura qui è talmente imbarocchita dall’estenuante ricerca della metafora perfetta, della parola giusta, da risultare quasi autoironica. Sembra che l’autore in ogni pagina ci dica: guardate qui, lettori, cosa so fare se voglio. In realtà è evidente la volontà di dire “bene” qualcosa che, prima di scriverlo, si è portato dentro per venticinque anni, cioè il soggiorno, da ragazzo o poco più, in un sanatorio per tubercolotici vicino Palermo. Bufalino voleva raccontare quell’esperienza, fare il punto con se stesso, tirare una linea in fondo a quel viaggio in compagnia della morte, in cui tutti i compagni, persino il gran capo medico e imperatore della Rocca, avevano un appuntamento, a breve, con la fine anticipata. Anche la morte dell’irregolare e un po’ folle Marta, grande amore “malato” del narratore, è accolta senza poi troppo dolore, tanto era prevedibile e atteso che finisse così. Invece lui sopravvive, quasi un po’ controvoglia, con un senso di colpa verso gli altri che uno alla volta rapidamente se ne vanno. E con la preoccupazione di dover abbandonare il bozzolo marcio ma consolatorio della Rocca per iniziarsi alla possibile brutalità della vita “di fuori”.

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    Luca Aquadro

    15/08/2017 20:25:24

    Come prima cosa, una menzione doverosa per la qualità dell'edizione, che fa precedere al romanzo una esaustiva ma non invadente Prefazione e, soprattutto, una bella intervista di Leonardo Sciascia all'Autore, e che gli fa seguire una ricchissima Appendice costituita da numerosi materiali di lavoro poi espunti da Bufalino e dalle "Istruzioni per l'uso" di quest'ultimo. L'esorbitanza del paratesto, che spesso può irritare il lettore, è invece in questo caso scelta azzeccatissima per avvicinarsi a un capolavoro dalla gestazione lunghissima - essendo stato scritto in prima stesura nel 1950, poi riscritto e riveduto più volte dal 1971 e infine pubblicato dopo mille esitazioni solo nel 1981 quando l'Autore era ormai più che sessantenne - ma anche per consonanza con il suo stile, che qui appare per la prima volta e che diventerà il marchio di fabbrica dell'Autore, uno stile poi definito "neobarocco" per la sua ricchezza, torrenzialità e tormentata precisione. "Diceria dell'untore" trasfigura in chiave letteraria i mesi trascorsi dall'Autore nel sanatorio per i malati di tisi di Palermo nel 1946 e nel farlo inaugura tutti i grandi temi della scrittura bufaliniana quali il senso della morte, l'analisi del carattere umano, il connubio inscindibile tra cultura letteraria ed esperienza reale di vita, la passione per il teatro, le radici siciliane, il tormento dello stile e la catarsi della scrittura. "L'angelo cieco ha gridato / sulla tua fronte acerba, si dibatte / l'erba nel vento come un mare. / O statura delusa, e la foglia / guasta t'adorna, il tribolo confina / col tuo capo murato. / Inutile eri e stupenda, / guardavi sulle selci rosse del greto / forsennato il cavallo splendere. / Ora non ho che la tua voce / che folta trasogna e si dispera / nel mio sonno, talvolta." ("Epigrafe", poesia espunta dall'Autore dal capitolo XVI) Se questa è la qualità di ciò che è stato scartato... Buona lettura!

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  • Gesualdo Bufalino Cover

    Scrittore italiano. Si è rivelato tardivamente come narratore con il breve romanzo "Diceria dell'untore" (1981, Premio Campiello). In seguito ha pubblicato dei libri di poesia:("L'amaro miele", 1982), di memorie ("Museo d'ombre", 1982), "Il fiore breve ovvero le malizie della memoria", 1984), di aforismi ("Il malpensante", 1987), di scritti giornalistici ("Cere perse", 1985; "La luce e il lutto", 1988); un "Dizionario dei personaggi di romanzo da Don Chisciotte all'Innominato" (1982) e romanzi che hanno compiutamente rivelato il carattere lirico-autobiografico della sua scrittura: "Argo il cielo ovvero i sogni della memoria" (1984), "Le menzogne della notte" (1988, Premio Strega), "Calende greche" (1992), "Tommaso e il fotografo cieco" (1996). Da: "Enciclopedia della Letteratura", Garzanti,... Approfondisci
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