Diceria dell'untore

Gesualdo Bufalino

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Editore: Bompiani
Edizione: 21
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: XIX-203 p., Brossura
  • EAN: 9788845281693
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Gaia la libraia

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Vincitore premio Campiello 1981

Iniziata in tempi remoti e riscritta più volte, "Diceria dell'untore" incontrò subito, quando fu data alle stampe nel 1981, un unanime consenso di critica e di pubblico. Stupiva l'esordio tardivo e riluttante dell'autore, la sua distanza dai modelli correnti, la composita ragione narrativa tramata di estasi e pena, melodramma e ironia; non senza il contrappunto di una sotterranea inquietudine religiosa, come di chi si dibatte tra la fatalità e l'impossibilità della fede... Stupiva, l'oltranza lirica della scrittura, disposta a compromettersi con tutte le malizie della retorica senza vietarsi di accogliere con abbandono l'impeto dei sentimenti più ingenui. La vicenda racconta un amore di sanatorio, nel dopoguerra, fra due malati, un amore-duello sulla frontiera del buio. L'opera è arricchita da un'appendice di pagine inedite escluse dalla primitiva edizione.
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    Cristina

    11/03/2019 22:17:23

    E' impressionante e sicuramente affascinante la precisione e la lucidità con cui Bufalino utilizza la lingua italiana per raccontare, parallelamente al decorso della malattia del protagonista, il mondo di rapporti e relazioni con i compagni di degenza, col personale della casa di cura e, ancor di più, con i sentimenti che accompagnano l'evolversi dello stato di salute. Un libro meraviglioso!

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    Bra

    12/02/2019 03:22:03

    Per uno scrittore barocco ogni pagina è una illegibile iniziazione. Pagina dopo pagina ci si immerge in una lingua antica e ricercata, tra pieghe di parole dense come i polverosi muri antichi della città. Costante è il confronto del narratore con il riflesso della morte, accompagnatore oscuro e assiduo, con il doppio del dubbio e della menzogna, con Marta, la sua chioma di luce e il suo danzare sulle punte dei giorni, nell'intento di eluderne il movimento finale e lo sgraziato assolo del passato. Anche noi portiamo dentro una diceria "come un obolo di riserva", e Bufalino ce lo ricorda.

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    angelo

    20/11/2018 13:44:46

    Ingredienti: un’estate siciliana trascorsa in un sanatorio nel primo dopoguerra, le chiacchiere con altri pazienti - “sfridi umani” per ingannare la noia e l’isolamento, l’ombra della morte sopra il capo da scacciare con la vitalità dell’eros, un’esperienza di inattività resa più attiva dai ricordi. Consigliato: a chi si fa “un nido di parole dentro i sogni”, a chi ama lo stile barocco, il dialogo sofistico e la scrittura allegorica.

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    Maria Romeo

    21/09/2018 21:15:22

    Libro che dovrebbe entrare nella prima fila della libreria di casa. Trama avvincentissima in cui si ripercorre una giovinezza travagliata in un linguaggio che oggi definiremmo arcaico o desueto, ma che rispolvera la freschezza della lingua dei classici.

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    Ciccio

    20/09/2018 12:38:51

    In questo capolavoro della letteratura italiana del Novecento, frutto di un ventennale lavoro di gestazione e continua revisione, pubblicato infine nel 1981, l'autore rievoca, come in un percorso della memoria dominato dal sentimento della morte, la sua esperienza di degente in un sanatorio di Palermo nel dopoguerra. Storia d'amore, "più di parole che di fatti", tra le mura di un sanatorio: una fuga d'amore insensata e condannata in partenza, la morte di lei, l'inaspettata guarigione del protagonista io narrante. Ma al di là dell'esile intreccio e dei temi, la vera grandezza intramontabile di questo romanzo sta, secondo me, nella lingua e nello stile dell'autore. La scrittura ricercata ed evocativa, di grande finezza espressiva, la prosa lirica e barocca, iperbolica, traboccante, eccessiva, non sono esercizio di erudizione e cultura letteraria, ma sono per l'autore l'unico strumento per esorcizzare quell'esperienza, da qui quel senso rituale e sacrale della letteratura, che caratterizza i veri scrittori. Come ebbe a notare Michele Mari, il più grande scrittore italiano vivente: “Bufalino fa quello che fa un vero scrittore: si muove con familiarità lungo l’intero asse diacronico della nostra lingua, restituendo a vita una folla di parole e di modi sintattici che le ragioni dell’economia e della forza (cioè le ragioni meno letterarie che si possano immaginare) hanno da tempo condannato a morte”.

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    Cristiano Cant

    20/04/2018 06:55:19

    Il pregio di attimi eccelsi nei fragili annali della malattia, la lunga attesa di una minima luce sui crepati binari della speranza. Ma c'è la scrittura a sfidare quei pallori, quei fantasmi di morte "con le fattezze ora d'angelo ora di sgherro". Verrebbe anzi da dire che solo davanti all'estremo la poesia rinviene la propria voce, rapirla al volo da ogni fronda a portata di mano, persino a costo di doversi dire che "imbalsamati entro aromi di parole, non facciamo da mane a sera che carezzare le nostre vanitose agonie". Un luogo di dolore ad abbracciare il racconto, ma l'amore non teme che se stesso nel vasto campionario dei contagi. Un uomo che dice di se stesso: "Avevo letto più libri che vissuto giorni nel mio infelice lungo passaggio lungo le strade degli uomini". Una donna, un "ultimo sorso di luce e frettoloso splendore" fra quei grumi di finitezza vicina. Nient'altro. Nel mezzo il magistero di un dono, questo romantico messale a guarire la nostra rozza saliva, i nostri intenti insensati, la possibilità di dare per un istante il cambio a una tratta di giorni dal cattivo avviso, scura, dolorosa, quasi segnata in uno sprazzo di idea meno uccisa che comunque ci permetta di dire che, sebbene "la morte sia un taglialegna, la foresta è immortale". Si cade allora dentro questa festa letteraria come un segno di rossore vitale su guance glabre di sconforto, "come muschio cresciuto sui sassi dell'anima". Un grande apologo del Dare su ragioni di pura poesia, contro ogni promessa e ogni tagliola, un inatteso che semina fiati di contentezza nei canali di polmoni offesi, la somma gratitudine verso una donna che nessuno dimenticherà. C'è una colpa per essere in quella prigione forse incurabile? C'è un destino? Si può dire davvero che "il peccato è stato inventato dagli uomini per meritare la pena di vivere e non essere castigati senza perché?". Meglio amare in poesia il tutto contro ogni vana risposta. Non tremi alcun filo di voce a urlare di nuovo: Capolavoro!

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    paolo

    31/01/2018 18:01:16

    La scrittura qui è talmente imbarocchita dall’estenuante ricerca della metafora perfetta, della parola giusta, da risultare quasi autoironica. Sembra che l’autore in ogni pagina ci dica: guardate qui, lettori, cosa so fare se voglio. In realtà è evidente la volontà di dire “bene” qualcosa che, prima di scriverlo, si è portato dentro per venticinque anni, cioè il soggiorno, da ragazzo o poco più, in un sanatorio per tubercolotici vicino Palermo. Bufalino voleva raccontare quell’esperienza, fare il punto con se stesso, tirare una linea in fondo a quel viaggio in compagnia della morte, in cui tutti i compagni, persino il gran capo medico e imperatore della Rocca, avevano un appuntamento, a breve, con la fine anticipata. Anche la morte dell’irregolare e un po’ folle Marta, grande amore “malato” del narratore, è accolta senza poi troppo dolore, tanto era prevedibile e atteso che finisse così. Invece lui sopravvive, quasi un po’ controvoglia, con un senso di colpa verso gli altri che uno alla volta rapidamente se ne vanno. E con la preoccupazione di dover abbandonare il bozzolo marcio ma consolatorio della Rocca per iniziarsi alla possibile brutalità della vita “di fuori”.

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    Luca Aquadro

    15/08/2017 20:25:24

    Come prima cosa, una menzione doverosa per la qualità dell'edizione, che fa precedere al romanzo una esaustiva ma non invadente Prefazione e, soprattutto, una bella intervista di Leonardo Sciascia all'Autore, e che gli fa seguire una ricchissima Appendice costituita da numerosi materiali di lavoro poi espunti da Bufalino e dalle "Istruzioni per l'uso" di quest'ultimo. L'esorbitanza del paratesto, che spesso può irritare il lettore, è invece in questo caso scelta azzeccatissima per avvicinarsi a un capolavoro dalla gestazione lunghissima - essendo stato scritto in prima stesura nel 1950, poi riscritto e riveduto più volte dal 1971 e infine pubblicato dopo mille esitazioni solo nel 1981 quando l'Autore era ormai più che sessantenne - ma anche per consonanza con il suo stile, che qui appare per la prima volta e che diventerà il marchio di fabbrica dell'Autore, uno stile poi definito "neobarocco" per la sua ricchezza, torrenzialità e tormentata precisione. "Diceria dell'untore" trasfigura in chiave letteraria i mesi trascorsi dall'Autore nel sanatorio per i malati di tisi di Palermo nel 1946 e nel farlo inaugura tutti i grandi temi della scrittura bufaliniana quali il senso della morte, l'analisi del carattere umano, il connubio inscindibile tra cultura letteraria ed esperienza reale di vita, la passione per il teatro, le radici siciliane, il tormento dello stile e la catarsi della scrittura. "L'angelo cieco ha gridato / sulla tua fronte acerba, si dibatte / l'erba nel vento come un mare. / O statura delusa, e la foglia / guasta t'adorna, il tribolo confina / col tuo capo murato. / Inutile eri e stupenda, / guardavi sulle selci rosse del greto / forsennato il cavallo splendere. / Ora non ho che la tua voce / che folta trasogna e si dispera / nel mio sonno, talvolta." ("Epigrafe", poesia espunta dall'Autore dal capitolo XVI) Se questa è la qualità di ciò che è stato scartato... Buona lettura!

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    giulio

    16/04/2014 17:20:45

    uno dei più bei romanzi che abbia mai letto, una di quelle cose così perfette che prendi in mano per rifarti lo stomaco quando non sai dove sbattere la testa, uno dei miei 2-3 libri da comodino con quelli di Celine, e in più questo è scritto in italiano, vale a dire lo leggi tal quale com'è uscito dalla penna o testa dell'autore! ho solo un grandissimo rammarico: che Bufalino sia morto così prematuramente e così sfortunatamente perché avevo deciso di andarlo a trovare anche solo per vederlo da vicino, mica volevo disturbarlo, macché.

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    carmelo

    27/02/2011 20:59:31

    Narrazione verbosamente ampollosa, barocca, istrionesca, all'autore piace giocare con le parole. A me piacciono i libri di fatti e non di parole, ho provato a leggerlo per ben 3 volte in periodi diversi e dopo 30 pagine non riuscivo a procedere oltre e quindi non posso che ritenerlo non eccellente come la critica l'ha ritenuto.

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    Mafuni

    26/02/2011 18:11:57

    Ebbene sì..l'ho letto per la seconda volta e ne sono restato nuovamente incantato..sto già pensando di rileggerlo una terza !!! Certo per chi lo leggerà per la prima volta lo stile e il narrare risulterà non proprio agevole, ma non fatevi scoraggiare: NE VALE LA PENA. Romanzi di tale respiro universale ne esistono pochi, certi periodi raggiungono il sublime. Stupendo, stupendo, stupendo.

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    Renzo Montagnoli

    19/01/2010 21:39:53

    Ci sono romanzi che iniziano in sordina, quasi che l’autore sia timoroso di offendere il lettore travolgendolo da subito, ma che poi pagina dopo pagina, riga dopo riga si intrufolano, ma sempre in punta di piedi, nell’animo di chi dapprima scettico sente crescere in sé un entusiasmo che non lo lascerà fino alla fine. C’è una narrativa che, pur non cercando di indulgere alla commozione, poco a poco insinua nel cuore una vena di malinconia, mettendo a nudo e alla prova la capacità di sentire e di umanamente comprendere. C’era un vecchio insegnante che ha voluto parlare della vita di uomini vicini alla morte e in tal modo è riuscito a far comprendere quanto, in quell’attesa, si possa ancora essere uomini. Ecco, Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino è tutto questo. Pubblicato per la prima volta nel 1981 ottenne subito un grande successo di critica e di pubblico, vincendo il Campiello lo stesso anno. Bufalino racconta l’esperienza autobiografica della degenza nel sanatorio della “Rocca” di Palermo, un percorso della memoria che dapprima lo portò ad abbozzare il testo verso il 1950, scrivendolo poi nel 1971 e dedicando i successivi dieci anni a continue revisioni. Nnell’opera sono contenuti diversi messaggi, anche se elementi salienti sono certamente il sentimento della morte, il sanatorio visto come luogo di sicurezza, più dalla vita che dalla morte, e addirittura quasi incantato, nonché l’imprevista guarigione considerata come un tradimento nei confronti dei compagni di sventura, quasi una diserzione da un destino che si è comunemente accettato. Diceria dell’untore è sicuramente un romanzo stupendo

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  • Gesualdo Bufalino Cover

    Scrittore italiano. Si è rivelato tardivamente come narratore con il breve romanzo "Diceria dell'untore" (1981, Premio Campiello). In seguito ha pubblicato dei libri di poesia:("L'amaro miele", 1982), di memorie ("Museo d'ombre", 1982), "Il fiore breve ovvero le malizie della memoria", 1984), di aforismi ("Il malpensante", 1987), di scritti giornalistici ("Cere perse", 1985; "La luce e il lutto", 1988); un "Dizionario dei personaggi di romanzo da Don Chisciotte all'Innominato" (1982) e romanzi che hanno compiutamente rivelato il carattere lirico-autobiografico della sua scrittura: "Argo il cielo ovvero i sogni della memoria" (1984), "Le menzogne della notte" (1988, Premio Strega), "Calende greche" (1992), "Tommaso e il fotografo cieco" (1996). Da: "Enciclopedia della Letteratura", Garzanti,... Approfondisci
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