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Recensioni dei clienti

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    Hodor

    19/01/2017 15:54:09

    Nella Rocca, sanatorio sopra Palermo per i malati di tisi, attendono la morte stipati sulle soglie della notte in attesa della morte personaggi che ho trovato davvero straordinari: Il prete in crisi di fede, la misteriosa Marta, Gran Magro, l'intellettuale ed eccentrico medico, Sebastiano l'esistenzialista. L'idea della morte e del dopo morte è costantemente analizzata tra le pagine di questa storia da più angolature. Il narratore stesso, con la sua vicenda vissuta da agnostico ma consapevole dell'importanza di avere un Dio al quale appoggiarsi quando la morte si avvicina e la sua storia d'amore senza futuro consumata con una paziente del sanatorio ha contribuito a rendermi questo romanzo particolarmente gradito ed appassionante nonostante lo stile di Bufalino barocco per i termini usati e per i periodi un pò troppo elaborati che richiedono attenzione e pazienza. A differenza de La Montagna Incantata (alla quale mi viene da affiancare per tema ed atmosfera) qui la lunghezza è ideale e non si corre il rischio di annoiarsi. Grazie don Gesualdo.

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    paolo

    02/07/2016 18:45:58

    Dissertazione su amore e morte nella convinzione che l'unica sfida che l'uomo e' degno di combattere sia proprio quella contro la morte è che l'unica arma che l'uomo ha a disposizione per vincere la battaglia,non la guerra,sia proprio l'amore.

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    annamaura vassalli

    30/07/2014 14:17:43

    Due libri in uno: la ricca struttura sintattica fa da sfondo ad un passaggio dell'animo umano attraverso i sapori del vivere e dell'esistere. Razionalità ed emozionalità insieme verso la ricerca del proprio esser-ci.

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    spaggio

    12/05/2014 13:05:36

    Bufalino è un autore da leggere assolutamente, di quelli che lasciano il segno nella storia letteraria, scrittori veri. Certo non è una prosa facile la sua, ma di certo è stimolante la continua ricerca del lirismo delle parole che in sequenza, a tratti ricorrenti, diventano quasi passaggi musicali: non ha sempre importanza il significato di una di esse (le tante desuete, archeologiche quasi, ma di bellezza propria e assoluta rimarchevole; ah, la nostra lingua!) quanto godere dell'incastonatura di questa nel periodo, il suo adagiarsi perfettamente alla curva musicale che l'autore ha progettato in quel momento, all'intreccio che di questa viene tessuto con le altre parole. Affascina, inoltre, la percezione di una cultura letteraria vastissima che si accrebbe ad esclusivo uso (piacere) dell'autore che, solo con estrema e pudica ritrosia, fu convinto a pubblicare le sue opere in età già avanzata. Per il nostro piacere di lettori.

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    Rufus

    18/09/2013 22:53:13

    Di non facile lettura, piuttosto laborioso ma esteticamente affascinante. Da leggere.

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    alessandra

    07/02/2013 09:55:52

    Straordinario, che altro dire? Forse uno dei risultati più alti della narrativa sperimentale della prima metà del Novecento.

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    Enrico

    01/10/2012 19:21:42

    La Diceria di Bufalino è senz'altro una sfida per il lettore che voglia inoltrarsi avventatamente nelle labirintiche costruzioni sintattiche dello scrittore - per altro di un'estrema raffinatezza- o negli abissi lessicali in cui sembra di sprofondare capitolo dopo capitolo, riga dopo riga. Puntuale in ogni aggettivo, rigorosa in ogni punto e virgola, la scrittura bufaliniana si caratterizza per la sapiente orchestrazione d'ogni periodo, per la misurata tensione d'ogni costruzione linguistica, per la sobria ampollosità tramite la quale traspirano da una parte la sconfinata cultura dell'autore e della maggior parte suoi personaggi principali, dall'altra l'aria di una inevitabile morte incombente. Per questi ed altri motivi ( li scoprirete solo leggendo il romanzo) la complessità del linguaggio non vuole e non deve inficiare il valore intrinseco dell'opera: la Diceria è, soprattutto, un'opera in cui si respira ad ogni parola pronunciata l'odore della morte in ogni suo aspetto o proiezione, come necessariamente si addice all'atmosfera di un Sanatorio dei Sanatori, un Sanatorio Bufaliniano.

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    Monica

    04/07/2012 16:10:54

    Il senso di morte incombente pervade ogni pagina, ogni paragrafo, molto piu' intensamente che nella Montagna incantata, o dei romanzi ottocenteschi che descrivono l'orrore della tisi. Gli abitanti di un sanatorio entrano man mano sul palcoscenico del romanzo, incontrati e uno alla volta persi, sbriciolati dal bacillo che svuota i corpi e poi letteralmente li demolisce. Così come si sfaldano le relazioni personali, vissute come ansia di vita, o sua parodia, consci che la spada di Damocle preclude ogni reale possibilità. Solo il protagonista sopravvive al macello, e riguarda all'indietro con l'atteggiamento del sopravvissuto: sorpreso e forse un po' deluso di essere scampato. La lingua, sofisticata ed elegante, non è bastata per leggerlo tutto d'un fiato: l'ho preso e smesso per anni, fino a superare il senso d'angoscia che mi trasmetteva.

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    claudio

    16/07/2011 17:40:35

    Mi dispiace rovinare la media, ma a me non è assolutamente piaciuto: gli ho dato 3 perchè si vede lontano un miglio che si tratta di un grande scrittore, ma non è quello che mi aspettavo.

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    davideSSL

    23/10/2009 18:09:03

    Un libro impegnativo sia come lessico che come storia; con due aggettivi direi impeccabile e ricercato. Ritengo che sia un libro che vada assorbito nel tempo, da leggere e rileggere negli anni: ogni volta si scoprirebbero figure retoriche nuove, aspetti che non avevi colto precedentemente. Davvero una bella lezione di stile e di lingua italiana.

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    Leo Perutz

    16/10/2007 08:46:32

    Una meraviglia! Uno dei piu' grandi romanzi lirici del nostro novecento.

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    Gaetano

    14/07/2006 11:36:31

    splendida opera! un peccato che non si arrivi a studiarlo nei licei uno come Bufalino...la Sicilia è una fucina di talenti letterari....la diceria dell'untore oltre ad essere un omaggio a Mann è l'esempio di come potrebbe usarsi la nostra splendida e ricchissima lingua se solo lo si volesse...e poi il sanatorio, che, come nel padiglione cancro di Solzenicyn, non è un cimitero per morti viventi, ma un posto dove la vita si realizza a tal punto che alla fine pur muore! luogo di amori di invidie di dubbi e di misteri...e poi c'è quel gran magro, figura inquietante e romantica in fondo

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    marisa

    14/03/2005 21:59:37

    Ancora un altro bellissimo di Bufalino. Sono molto riconoscente al mio amico Giovanni per avermi iniziato alla lettura di questo geniale Bufalino. Questo libro è un inno alla vita, anche se parla di morte e di dolore. Queste persone le trovo schiave del corpo malato, ma fortemente libere e ribelli...un ritratto di umanità straordinaria, ricca di sentimenti, che son celati per pudore e sofferenza. Lo rileggerò, come rileggerò altri di questo autore. Mi aiutano a vivere. Grazie Giovanni.

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    sat

    13/03/2005 20:15:12

    E' uno dei più grandi romanzi italiani del Novecento. La prosa di Bufalino non ha pari e le atmosfere di questo romanzo sono indimenticabili

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    Maurizio

    17/11/2004 21:38:59

    Splendido libro, scritto in un italiano ricercato ma comprensibile. Magistrale la descrizione dei personaggi, in particolare la figura del gran Magro. Sembra davvero di vivere in un sanatorio in un epoca nella quale la tubercolosi faceva ancora paura. Un libro da leggere e darileggere.

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    Bartolomeo Di Monaco

    12/04/2003 10:50:54

    Sono queste le parole che meglio tratteggiano e ci fanno conoscere il Gran Mago: “siamo solo miliardi di calcoli nel rene di un corpacciuto animale, la sua colica senza fine”. Il Gran Mago, ”orbo e bizzoso Geronte”, silenzioso ma robusto, e quando verrà la sua morte, docile e indifeso protagonista, è il medico del sanatorio La Rocca, “livido colombario di pietra”, “vecchia tartana” da cui emana odore “di formalina e di soave putrefazione”, e dove si trova ricoverato il protagonista, che ha un polmone tormentato “dall’invisibile camola che mi brucava in silenzio, sotto la mammella destra, in un punto che ormai conoscevo a memoria.” Dio (“Dio Mannaro”) e la morte sono i due misteri che legano la loro amicizia, e il medico, separato da una moglie “di spaventosa bellezza”, i primi tempi va a trovarlo “spesso, dopo cena” e i due si siedono sulla veranda a chiacchierare e a bere. Nella descrizione dell’ambiente desolato e cupo, da “vecchia tartana”, percepiamo i brividi e gli echi di quei versi che gridano: “O Morte o morte vecchio capitano/Ischeletrito stendi le falcate/Braccia e portami in stretta disperata/Verso le stelle”. Più che con “La montagna incantata”, si avverte, infatti, una affinità maggiore, di sostanza e di ispirazione, con il poeta Dino Campana, che meriterebbe qualche approfondimento. Anche con il dolore che nasce dai ricordi dei suoi sventurati, di cui scrisse Mario Tobino - un tenero Gran Mago, lui -, direttore di quella “vecchia tartana” che fu il manicomio di Lucca, vi è più di un’affinità. Quei malati, reduci di guerra, rinchiusi nel sanatorio, umiliati da quei continui colpi di tosse, secchi “come uno sparo”, anelano alla vita; accolgono l’alba spesso seduti su di una panchina a piangere, e quando odono “il cigolio dei carri di zolfo in fila per la collina” che passano oltre il muro di cinta, si rizzano a vagheggiare “qualche guizzo di vita durante la via”. Oppure avvertono i nuovi rumori e il frastuono che fuori delle mura segnano la rinascita e la ricostruzione, dopo gli orrori della guerra a

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    Philippe Ziglioli

    02/04/2003 13:32:45

    Bello, bello, straordinario. Una vera gemma nel panorama letterario italiano degli anni '80. Il merito di Bufalino è di aver saputo vivificare una lingua alta e poetica che in altre mani sarebbe risultata sterile e compassata, per adattarla ad una situazione molto moderna: il trauma di chi ha vissuto la seconda guerra mondiale sulla propria pelle,e sta curando le proprie piaghe in una clinica. La luce che irradia dal romanzo ha i colori della morte e della pazzia rassegnata, quella vissuta fra le quattro mura di un corridoio ospedaliero. Alla fine il protagonista torna alla vita "normale", ma con dentro una profonda ferita che gli farà rivivere il suo calvario fino all'ultimo giorno, sarà la sua "diceria" che farà di lui un "untore", cioè colui che, suo malgrado, ammorba la società con i suoi veleni.

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    pluigi

    12/02/2003 16:16:43

    ecco un libro scritto da uno che conosce l'Italiano e lo usa come conviene. Non è "impossibile" come Gadda ma ne mantiene l'alto livello, la storia poi è di quelle che ti coinvolgono trattando di una malattia che non fa più paura ma che tanto ha condizionato la vita dei ns nonni. Da leggere.

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Premio Campiello 1981.