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I dieci comandamenti di uno scrittore. Verità e menzogne in letteratura - Stephen Vizinczey - copertina

I dieci comandamenti di uno scrittore. Verità e menzogne in letteratura

Stephen Vizinczey

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Editore: Marsilio
Anno edizione: 2004
In commercio dal: 17 novembre 2004
Pagine: 315 p., Rilegato
  • EAN: 9788831783187
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Stephen Vizinczey

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Un libro dedicato alla letteratura e al mestiere di scrittore. Grandi scrittori - Balzac, Stendhal, Kleist, Tolstoj, Dostoevskij - e molti altri ingiustamente celebrati, un decalogo di comandamenti per chiunque voglia farsi scrittore. "Ci sono due fondamentali generi di letteratura: la prima ci aiuta a capire, la seconda a dimenticare; la prima ci aiuta a essere una persona libera e un cittadino libero; l'altra aiuta la gente a manipolare i più. Una è come l'astronomia, l'altra come l'astrologia".
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Che bella sorpresa è stato, la scorsa stagione, lÆElogio delle donne mature di Stephen Vizinczey, un romanzo del '65 mai tradotto prima in italiano (già in sé un evento: da noi si traduce troppo, e con tempestività sospetta), scritto in inglese da un giovane autore ungherese, con bel passo stendhaliano, piglio aforistico, e una leggerezza che non ha niente da invidiare al Kundera migliore e meno in smania di Nobel, quello del Valzer degli addii e degli Amori ridicoli. La conferma del valore e, direi, della salubrità di Vizinczey giunge ora con questa raccolta di saggi più o meno occasionali, risalenti in parte agli anni settanta, e per questo paradossalmente molto attuali qui alla periferia dell'impero. Come in questa osservazione, da girarsi urgentemente (comunque ormai temo sia troppo tardi!) a legislatori e altri funzionari occupati a smantellare il poco di buono che c'era nel nostro sistema universitario: "Le università, perlomeno nei paesi anglosassoni, sono diventate aziende che hanno tutto l'interesse a incrementare il numero dei propri studenti, dato che i finanziamenti che ricevono dipendono dal numero degli iscritti. Così offrono lauree e corsi in taglia e cuci, giardinaggio, stregoneria e, mentre danno spazio a un numero crescente di pseudoscienze, riducono le materie più serie a un livello per cui nessun vero sapere è richiesto né allo studente né all'insegnante".

Introdotti da un decalogo prezioso per ogni scrittore aspirante o già in attività (si vedano almeno il quarto e il quinto comandamento: "Non sarai vanitoso" e "Non sarai modesto"; e il nono: "Scriverai per far piacere a te stesso", che trasgredire sarebbe davvero un peccato mortale), i saggi tracciano, con piacevole asistematicità, la "tradizione" di Vizinczey, che elegge a propri numi tutelari Heinrich von Kleist (l'affrettata cura redazionale lo trasforma in "Heist" nell'indice), Stendhal, Mark Twain, il Balzac dei Contes drolatiques e delle Illusioni perdute. Non meno godibili sono le sue antipatie: per Goethe, innanzitutto, il "genio leccapiedi", "esempio supremo dell'artista venduto", "vergine fino all'età di trentasette anni" (il che, presumibilmente, gli avrà lasciato poco tempo per apprezzare le donne mature...); il Melville di Billy Bud, che "rimpolpa la più grossolana e vile menzogna di tutta la letteratura, la menzogna che un uomo possa amare il proprio carnefice"; il Nabokov di Lolita, cui si rimprovera l'irresponsabilità dell'"arte per l'arte"; o William Styron, autore di "spazzatura seria" come Le confessioni di Nut Turner (che Vizinczey stroncò a suo tempo, inimicandosi per sempre lÆestablishment letterario americano).

S'intende che in un libro del genere non si va a cercare l'obiettività, il giudizio disinteressato, ma guai a noi se anche gli scrittori fossero dis interessati alla letteratura! Quello che, detto dal solito professore-censore puzzerebbe di moralismo politicamente corretto, sulla pagina di Vizinczey è la sostanza morale di cui si nutre l'opera originale: la quale poi - pace il nostro fustigatore di pedofili - sarà a sua volta, come giusto, al di là del bene e del male. Intanto questi saggi sono un autentico lavacro contro il nemico numero uno della creazione, la mediocrità: vuoi che Vizinczey se la prenda con Sainte-Beuve, che raccomandava "moderazione nel pensiero" (i suoi tentativi "di sminuire Stendhal e Balzac non furono errori di giudizio letterario. Furono attacchi politici sotto forma di estetica, portati avanti da un porcospino umano, indolente e pieno di spine, le cui più forti emozioni erano il rispetto per lo status e l'autorità e la paura che i precettori fossero dei Roberspierre"); con Henry Troyat, olimpico biografo di Gogol', che rimprovera al suo autore di "spingersi troppo in là"; o con un film di successo come Amadeus, grondante indispettiva falsità quando "si sforza di convincere che essere un genio come Mozart sia facile, mentre essere un mediocre come Salieri sia estremamente difficile".

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