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Corrado Stajano

Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1993
Pagine: 285 p.
  • EAN: 9788806128555

recensione di Segre, C., L'Indice 1994, n.10

I grandi giornalisti di solito scrivono bene: efficacia dell'espressione, evidenza delle descrizioni, rigore delle deduzioni. Ma altra cosa è essere scrittori; Stajano, oltre che grande giornalista, è uno scrittore, e i critici dovrebbero decidersi a tenerne conto, superando la superstizione dei generi letterari (a metterli sulla strada è Stajano stesso, con le sue allusioni e citazioni di scrittori e poeti, da Montale a Gadda; quasi dei confratelli). Inutile aggiungere che le qualità dello scrittore moltiplicano le forze del giornalista, nella critica e nella polemica. Parlando dunque di Stajano scrittore, parlerò anche del singolare e appassionato giornalista politico.
Me ne dà pretesto il volume "Il disordine", che unisce capitoli nuovi ad altri nati come articoli di giornale o di rivista, o come contributi a panorami a più mani. Il "disordine" è quello dell'autunno della prima Repubblica, tra mafia, assassini politici, sequestri mortali, suicidi per droga, e la purificazione iniziata con l'inchiesta "Mani pulite". Purtroppo, se il montaggio conclude quasi in gloria, con la "Giustizia liberatrice", esso inizia con le prime avvisaglie della vittoria delle destre, narrando l'infelice lotta di Nando Dalla Chiesa per l'elezione a sindaco progressista di Milano. Forse il quadro già desolato che Stajano dipinge dovrà presto essere rifatto con tinte ancora più livide.
Già sintomatica della prima Repubblica la geografia della narrazione tutta sull'asse Milano-Palermo; con naturali deviazioni, per il primo polo, a Padova e Genova. L'asse Milano-Palermo è apparentemente contrappositivo: imprenditoria moderna (ma spesso speculativa e corrotta) contro tradizionalismo mafioso (anche di carattere commerciale - traffico di droga -, finanziario - riciclaggio del denaro sporco -, ed edilizio - scempio del territorio). Ma Stajano sottolinea bene i nessi tra i due estremi topografici: un tipo di unificazione nazionale solo deprecabile. Quello che è interessante nello schema è l'assenza di Roma, la "capitale infetta". Perché l'assenza è solo una grande preterizione: lì infatti stanno nelle loro tane sontuose i burattinai di quasi tutti i reati e le tragedie consumati nel Nord come nel Sud, e Stajano lo sottolinea di continuo, magari in brevi note o allusioni sparse, pacatamente intrise di vetriolo.
Partirò dall'interesse per i personaggi: uomini di primo piano nella vita nazionale, od oscuri operai, o commercianti appena affiorati alla luce della cronaca, o ambigui brigatisti rossi, o giudici coraggiosi, assumono una funzione esemplare nelle pagine di Stajano. Partendo da pagine dove l'interesse umano prevale sulla problematica generale, segnalerei come esempio di comprensione e senso di solidarietà la storia di Cristina Mazzotti e quella di Vittoria e Natalia Berla. È evidente che Stajano ha seguito passo passo le vicende, ha sofferto con i suoi personaggi.
Il sequestro di Cristina Mazzotti è uno dei non pochi seguiti da morte. Quello che conta qui è rappresentare questa famiglia di commercianti che maneggiano molti soldi ma, essendo onesti, ne posseggono assai meno. Ai feroci sequestratori che chiedono cinque miliardi (niente per un Poggiolini o un Cusani), non possono opporre che la loro impossibilità, e fare appello a una solidarietà umana che è concetto estraneo ai futuri assassini; possono opporre un'intelligente strategia di contatti con ogni possibile informatore, sistematica e calma. Ma nemmeno chi sa (cappellani, carabinieri) si lascia intenerire, anzi non si vergogna di esprimere il suo fastidio. Attraverso le lettere e gl'incontri, il dramma di Vittoria e Natalia Berla, madre e figlia, è seguito nelle sue fasi sempre più dolorose: la prima, vittima della sua irrequietezza e della depressione, dopo un'attività lodatissima di ricercatrice si chiude, per così dire, nel dramma della figlia che, carattere simile a lei, trova nella droga soluzioni illusorie, e infine la morte per suicidio; seguito subito dal suicidio della madre.
Il contatto con i personaggi ha naturalmente per Stajano un tramite prediletto, quello degli incontri-intervista, che lui poi trasforma in modo narrativo, raccogliendo tutti i particolari sulla formazione, la vita, l'ambiente, le abitudini dei suoi soggetti. Si veda ad esempio la storia di "Mani pulite" ricostruita in base alle lucide osservazioni del sostituto procuratore più discreto e acuto, Gherardo Colombo. O si veda la triste storia del giudice padovano Giovanni Tamburino, uno dei primi a scoprire le oscure trame che hanno attraversato, condizionandola, la storia della prima Repubblica. Partendo dall'inchiesta sulla Rosa dei Venti, il giudice scopre, o intravede sbalordito, una rete eversiva (nera) che coinvolge P2 e servizi segreti, ministri e generali; una rete che forse si diramava da quella di Gladio, venuta alla luce molto dopo, e subito cancellata; ma ben più potente (e si capisce) del suo impegno fu quello degli insabbiatori, governanti e giudici, e lo si fece apparire come un visionario. Ora, quasi tutto è chiaro a un occhio lucido; ma continua il deliberato oblio.
A volte la curiosità è teratologica, come nella ricostruzione della carriera di Enrico Fenzi, erudito e stimato italianista trasformatosi in brigatista rosso e complice di un omicidio di cui solo per caso non fu l'autore effettivo. Lo schizofrenico alternarsi di studi letterari e di riunioni con i capi del terrorismo, la mancanza di riflessi personali e di coscienza, il comportamento impassibile e quasi prelatizio, guidato solo da una logica perversa e fuori del reale, la sordità a qualunque dubbio o autocritica, lasciano Stajano scandalizzato e un po' affascinato, come davanti a un essere estraneo alla nostra umanità. Un pieno abbandono alla simpatia si registra, tra altre, nella storia di Ubaldo Urso detto Celentano, seguito dalla nascita a Casoria e dalla vita di minatore a San Cataldo, paese di mafia, sino all'emigrazione a Milano dove, assolutamente privo di coscienza sindacale e di spirito di classe, fa subito il crumiro, inseguendo intanto il sogno di diventare un gran cantautore come Celentano, di cui intona i pezzi più popolari. A poco a poco questo 'déracin‚' diventa l'aedo dei compagni operai, si fa capo di una rivolta contro i licenziamenti alla Maserati, infine vince, o crede di vincere, salendo sulla torre dell'acquedotto e minacciando di gettarsi se il provvedimento non sarà revocato. Attraverso le piccole vicissitudini di Ubaldo Urso, Stajano ci dà uno spaccato dell'Italia povera, nel Sud e nel Nord, e insieme un sommario di storia dell'industrializzazione negli anni del boom e in quelli della crisi.
Con i personaggi, sono sempre straordinari i paesaggi. Si veda la periferia milanese de "Il quartiere sommerso", con i relitti di uno sviluppo ipertrofico poi investito dal degrado e dall'abbandono un 'day after' che significa anche cassa integrazione e impotenza sindacale. Le fabbriche ridotte a "scheletri traballanti cogli occhi neri dei finestroni muti" sono il simbolo di una politica industriale fallita. Per contro, la tragedia del prefetto Dalla Chiesa si consuma a Palermo tra i riti di un lusso d'altri tempi, tra l'eleganza di un'aristocrazia che si finge inconsapevole dell'orrore immanente; si consuma a villa Withaker, con le sue "sale, salottini, dipinti, 'consoles' e specchiere che evocano tempi morbidi, in un giardino di palme e di acacie, profumato di gelsomino". Il paesaggio urbano può diventare, in un mirabile e terribile piano-sequenza, un concentrato di storia: alludo all'incipit del capitolo "La mala segnoria", dove la serie di lapidi affisse sui muri di Palermo scandisce una successione di ribellioni e violenze, di stragi, massacri, eccidi, che velocemente colorano di luci e di sangue le pagine di Stajano. Lo scrittore appare anche nell'uso della retorica e della costruzione narrativa. Noto ad esempio le frequenti anafore, spesso applicate a interrogazioni, voce dello sdegno, spesso quasi incredulo, di fronte a comportamenti tanto più abietti quando propri di autorevoli (e autoritari) esponenti delle istituzioni. E noto la concettosità amara: per esempio a proposito del mondo che esce dall'inchiesta Mani pulite, "coi suoi personaggi privi di identità e di passato, con il denaro e il potere diventati beni assoluti da accumulare come fine della vita, l'assenza di ogni idea di cultura, il rifiuto della morale e della storia"; o l'arte di sorprendere impreparato il lettore, come quando si conclude la narrazione relativa a Cristina Mazzotti cosi: "Cristina è sepolta nel cimitero di Eupilio vicino al padre morto di crepacuore sette mesi dopo di lei", ecc., offrendo quasi incidentalmente questo raddoppiamento di dramma cui non s'era mai accennato.
Venendo alla costruzione narrativa, è da segnalare il montaggio alternato, come negli inserti siciliani entro la vicenda milanese di Ubaldo Urso o, con grande efficacia, nei brani di articoli di Fenzi, con una violenza intellettuale che pare sfogo velleitario di un letterato fuori d'ogni mischia (per esempio "... l'operazione di Petrarca non fu incruenta... in forza d'un vero e proprio terrorismo intellettuale, si fonda sulla negazione violenta di ogni ragione antagonista"), inseriti nella storia dei primi contatti e della sempre più totale partecipazione del professore al terrorismo brigatista. Il montaggio alternato è quasi sempre una condanna morale, dell'indifferenza, della complicità passiva. I week-end e le vacanze spensierate dei palermitani tramano le giornate di angoscia del generale Dalla Chiesa, che sente stringersi intorno al collo il cappio dei suoi lontani ma potenti giustizieri, così come il triste giorno dei funerali di Falcone.
Sempre, in Stajano come nei suoi personaggi positivi (che sono la maggioranza), c'è il senso di un'ineluttabilità che non è destino insondabile, ma dipende da una congiunzione di forze avverse in gran parte note, e ancora intangibili perché ramificate in quasi tutti i gangli del potere. Uno dei procedimenti che riflettono questa ineluttabilità è il principiare dalla fine. Il fallimento della scalata di Nando Dalla Chiesa a Palazzo Marino è subito enunciato e commentato all'inizio de "Il disordine", insieme con tutti i motivi inconfessati e inconfessabili che l'hanno causato (e che gli eventi successivi hanno enfatizzato con crescita esponenziale); di lì inizia la narrazione del clima confuso di Tangentopoli, dei complici desiderosi di scampare, degli scandalizzati incapaci di distinguere tra le cause, degli opportunisti in attesa di unirsi al vincitore, dei trasformisti sempre all'erta, degli intellettuali disimpegnati e degli amanti del paradosso; qualcuno ha parlato impropriamente di un diario; in verità è una serie di flash intarsiati con sapienza, cogliendo le parole e i gesti che sono stati determinanti e che i posteri dovranno giudicare.
Il procedimento raggiunge un tono di tragedia nella storia, in effetti tragica, del generale Dalla Chiesa. I quattro mesi della sua avventura di prefetto di Palermo sono ritmati da due serie di numeri: quelli crescenti, dei morti di mafia che sottolineano i sussulti o esprimono le minacce di Cosa Nostra davanti alla sua azione decisa; e quelli decrescenti, i quali computano, con una vera "anticipazione epica", i giorni di vita che restano al generale. Così anche il lettore è coinvolto prima nei difficili contatti di Dalla Chiesa con un ambiente sempre sospettoso, per lo più ostile, poi nella terribile vicenda delle decisioni e dei programmi (dichiarati o no) degli uomini di stato, dell'energica diplomazia del generale, alla ricerca di sponde e collaborazioni, insufficienti quelle locali, progressivamente sottratte, in una vera condanna a morte (mai pronunciata, com'è ovvio), quelle nazionali. Questi procedimenti creano un clima di angoscia. Senza catarsi. Con la solita maestria nel concludere, Stajano termina così: "È quasi buio quando sente che è arrivata Emanuela. Alle nove meno cinque - ha ancora pochi minuti di vita - esce con lei".
Anche più complesse le altre inchieste su Palermo felicissima, in occasione di alcuni fra i molti assassinii di mafia (Giovanni Falcone, Libero Grassi); qui l'arte del montaggio narrativo opera su osservazioni sottilissime, su gesti, movimenti, silenzi, reticenze, ipocrisie, falsità. Stajano pare leggere ai raggi X; vede ai funerali di Falcone "le iene, i corvi, le upupe, i becchini" seduti in chiesa vede "i disonesti, gli ambigui, i complici, i ladri del sistema, come li chiamò il generale Dalla Chiesa", ma coglie anche le frasi di chi potrebbe condannare autorevolmente lasciate e metà, le labbra serrate dall'imbarazzo o dal senso di colpa o dalla paura. Se il giornalista è l'abile raccoglitore e organizzatore delle notizie, lo scrittore è quello che dà efficacia a un tipo di documento civile di cui gli scrittori "laureati" non sono quasi mai capaci.

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    gianni

    23/04/2014 14.51.03

    Un'Italia desolante, quella di vent'anni fa, fra mafia, celodurismo leghista, golpisti secondo cui Hitler era stato "troppo morbido", lo schifo putrescente dei ladri di partito. Dopo vent'anni, appunto, vien solo da pensare che l'auspicio di Gherardo Colombo espresso nell'ultima parte del libro è rimasto trista lettera morta. O almeno tramortita.

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