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A leggerlo oggi "Divertirsi da morire" di Neil Postman fa quasi tenerezza e non per nostalgia di un'epoca in cui c'erano intellettuali capaci di sintesi così efficaci né perché quest'ultime oggi risultino amene o superate, ma perché mutatis mutandis c'era già tutto lì, la iperconnessione, i social e l'AI compresi. Leggerlo insomma ci fa rendere conto che l'umanità non è stata travolta da un cataclisma improvviso e imprevedibile, ma ha camminato dritta verso una trappola di cui conosceva già le istruzioni. La tesi centrale di Postman non era legata alla tecnologia in sé, ma alla forma del mezzo: il passaggio dalla cultura della parola stampata (razionale, sequenziale, approfondita) a quella dell'immagine televisiva (emozionale, frammentata, immediata). Se sostituiamo la televisione con lo smartphone, i social network e l'intelligenza artificiale, la struttura non cambia, si radicalizza soltanto. Postman parlava del flusso televisivo dove a una notizia di una strage seguiva un "e ora una breve pausa pubblicitaria". I social feed hanno portato questo concetto all'estremo. L'effetto è lo stesso paventato da Postman: l'incapacità di contestualizzare e l'anestesia mentale. Per Postman non c'è un Grande Fratello che ci controlla e ci vieta di leggere (Orwell), ma siamo talmente sommersi di informazioni e intrattenimento da non voler più capire cosa sia rilevante e cosa no (Huxley). Quando poi l'informazione diventa puro spettacolo (infotainment), la verità non si misura più sulla logica degli argomenti, ma sulla performance. Oggi i leader politici e gli influencer digitali usano esattamente le stesse metriche estetiche che Postman rimproverava alla TV degli anni Ottanta. L'AI generativa del resto è il compimento definitivo della profezia di Huxley. Si poteva prevedere tutto ciò? Chi può dirlo con certezza? Oggi sappiamo solo che abbiamo preso quella distopia e l'abbiamo infilata nelle nostre tasche.
Un saggio brillante, lucido e sorprendentemente profetico. Neil Postman parte da un’intuizione semplice ma potentissima: il problema delle società moderne non è tanto la censura dell’informazione, quanto la sua trasformazione in spettacolo. Quando ogni forma di discorso — dalla politica all’educazione, fino al giornalismo — deve adattarsi alle logiche dell’intrattenimento, il rischio è che contenuti complessi vengano ridotti a frammenti rapidi, superficiali e facilmente consumabili. Pur concentrandosi soprattutto sulla televisione, molte delle riflessioni di Postman sembrano descrivere con impressionante precisione l’epoca dei social media, dello scrolling infinito e dell’economia dell’attenzione. La sua critica non è nostalgica né tecnofobica: è piuttosto un invito a riflettere su come i mezzi di comunicazione non si limitino a trasmettere contenuti, ma plasmino il modo stesso in cui pensiamo. Un libro fondamentale per comprendere il rapporto tra media, cultura e pensiero critico.
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