I donchisciotte del tavolino. Nei dintorni della burocrazia

Isabella Zanni Rosiello

Editore: Viella
Collana: La storia. Temi
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 9 luglio 2014
Pagine: 188 p., Brossura
  • EAN: 9788867282524
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Descrizione
Personaggi, comportamenti, rituali, stereotipi che hanno caratterizzato ambienti impiegatizi otto-novecenteschi non sono a tutt'oggi completamente scomparsi. E quanto sembra volerci dire Isabella Zanni Rosiello, che ha puntato lo sguardo su coloro che, addetti a monotone attività di scrittura, sono rimasti anonimi impiegati senza volto o "donchisciotte del tavolino". Ma come fare la storia di chi sembra non avere storia? L'autrice si è servita di opere di scrittori più e meno noti, come Carlo Montella, Emilio de Marchi e Piero Jahier, e di film di successo, come "Le miserie del signor Travet" e "Policarpo ufficiale di scrittura" di Mario Soldati. Per la prima volta letti attraverso la lente storica offrono interessanti e inediti squarci di vita quotidiana in ufficio e a casa. Questo libro è un invito a storici e a letterati a ripensare ai rapporti tra storiografia e fonti, a possibili sconfinamenti tra la storia e altre discipline umanistiche, a eventuali relazioni/distinzioni tra letteratura, cinema e storiografia e tra narrazioni storiografiche e narrazioni di finzione. E anche un invito a quanti hanno avuto a che fare, per una qualche ragione, col mondo della burocrazia - e a chi nella vita non è capitato? - a meglio conoscerlo, per meglio da esso difendersi.

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  Che il mondo della burocrazia sia tutt'altro che monolitico, è una affermazione che trova numerose conferme da parte degli studiosi dell'amministrazione, degli opinionisti del momento, dei politici dell'ultima ora. "Esseri ambigui" erano per Soldati "che per il costume, le opinioni, i giudizi e i pregiudizi partecipano sempre della borghesia, mentre la realtà del loro stato finanziario li classifica decisamente nel proletariato". Dei burocrati si parla periodicamente come il vero potere dello stato che riesce a svuotare le leggi, rendere le norme incomprensibili, che decide i tempi della vita quotidiana delle persone. Ma un'altra immagine continua a coesistere con quella della casta potente e resistente a tutti i cambiamenti ed è quella dell'impiegato non motivato, inefficiente, in esubero, scansafatiche, che conduce una vita ripetitiva, scarsamente retribuita, socialmente denigrata. Un'immagine questa che viene da lontano e di cui si occupa Isabella Zanni Rosiello nel suo ultimo lavoro storico il cui sottotitolo (Nei dintorni della burocrazia), volutamente indeterminato e sfuggente, lascia le porte aperte a numerose chiavi di lettura sul mondo della burocrazia italiana. I donchisciotte del tavolino, come li definì Mario Soldati, sono gli anonimi impiegati addetti ad operazioni meccaniche e noiose, mal pagati, che conducono una vita grama sia dal punto di vista economico che sociale, maltrattati o trattati con sufficienza dai superiori, chiusi in stanze nelle quali convivono con faldoni polverosi e ingombranti. Un ceto questo che pare senza storia perché di esso scarse sono le tracce documentarie che il passato ci ha lasciato: un paradosso o una crudeltà del destino per chi ha lavorato tra "scartoffie" e fascicoli, essere condannati al silenzio documentario. Di essi, degli impiegati dei gradini più bassi della piramide gerarchica, è difficile conoscere i nomi perché assenti nei Bollettini ufficiali, né la carriera perché negli archivi storici si conservano prevalentemente i fascicoli personali degli alti burocrati. Del tutto inadeguate si rivelano le fonti archivistiche se poi estendiamo la ricerca "sulle abitudini di vita, sulle emozioni, sulle passioni che l'hanno segnata, nonché sulle insoddisfazioni della loro attività lavorativa e sui soprusi che subivano". E allora dove cercare le tracce del vissuto quotidiano di personaggi semplici e oscuri? È possibile conoscere le loro pratiche quotidiane, il loro mondo di sentimenti e di valori? Per soddisfare tale curiosità storica, gli archivi (ma non quelli letterari utilizzati dall'autrice) sono insufficienti, a volte inutili. Isabella Zanni Rosiello lo sa bene: ha vissuto in essi lungamente e su di essi ci ha lasciato importanti riflessioni operando sempre coraggiosi svecchiamenti. E ha cercato altrove, tra romanzi, racconti e film. E tra questi ne ha selezionati alcuni: italiani, che coprono quasi un secolo di storia nazionale quasi a volerne sottolineare le continuità culturali e, soprattutto, la permanenza di luoghi comuni al di là dei pur profondi cambiamenti nel tessuto sociale italiano. La scelta è caduta su Demetrio Pianelli (1888,1890) e Regi impiegati di Emilio De Marchi, Le resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi, di Piero Jahier (1915), Incendio al catasto di Carlo Montella (1956). Delle testimonianze cinematografiche, prende in esame Le miserie del signor Travet (1946) e Policarpo ufficiale di scrittura (1959) entrambi di Mario Soldati. Di questi testi Zanni Rosiello fornisce significativi dati biografici degli autori che permettono di cogliere gli spunti autonarrativi (se non proprio autobiografici) presenti nelle trame dei racconti e nei ritratti dei personaggi. Del lavoro di contestualizzazione delle opere esaminate, non piccolo spazio occupa anche la ricostruzione puntuale, a volte con risultati importanti, della storia delle edizioni e delle pubblicazioni. È il caso delle "incertezze cronologiche" relative alla novella Regi impiegati di Emilio De Marchi, della quale l'autrice sottolinea le incongruenze presenti nelle successive edizioni e curatele. Dalla lettura delle opere analizzate emergono le immagini, i giudizi (e i pregiudizi) che la società italiana tra Ottocento e Novecento aveva del mondo impiegatizio che, per il periodo considerato, si identifica con i luoghi e i meccanismi della amministrazione statale. Non è un caso che gli ambienti che fanno da sfondo siano quelli maggiormente frequentati e conosciuti dai cittadini: il catasto, le poste, l'ufficio del registro. Sembra affiorare quasi una sorta di antropologia della burocrazia, che, sfidando i cambiamenti tentati e realizzati (perché molto è cambiato in quei decenni), viene rappresentata in una immobile continuità che si coglie nella stanca ripetitività dei caratteri dei personaggi, nella loro vita segnata da pedanti consuetudini di lavoro, dai comportamenti rassegnati di fronte ai soprusi, dal linguaggio astruso e codificato delle pratiche amministrative. A quest'ultimo proposito, è particolarmente apprezzabile la scelta di ripubblicare integralmente Regi impiegati: undici lettere scritte in perfetto burocratese dove, con risultati esilaranti e molto efficaci, Emilio De Marchi ha raccontato le procedure lunghe e formali all'interno delle quali la realtà si trasforma, si trasfigura e alla fine si perde. Ma l'interesse per questo volume non si esaurisce nel quadro storico della rappresentazione che del ceto impiegatizio la letteratura aveva contribuito a forgiare tra Ottocento e Novecento. L'aspetto più innovativo lo troviamo nell'uso attento e cauto delle fonti letterarie e filmiche, il cui impiego è accompagnato da una continua riflessione sul rapporto tra letteratura e storiografia a cui viene dedicato un denso capitolo, non a caso il primo, intitolato Rappresentare, mostrare, leggere nel quale si affrontano i problemi non solo metodologici che hanno impegnato gli storici partendo dagli anni ottanta. Due territori, questi, le cui relazioni sono esaminate mettendo in luce la natura complessa, poliedrica, circolare che chiama in causa i reciproci condizionamenti, i continui sconfinamenti, le ormai consolidate contaminazioni. Tenendo presente il dibattito storiografico e la produzione letteraria, l'autrice affronta l'analisi dei racconti e dei film per svelarne il loro valore testimoniale con un approccio che sfugge ad un uso semplificato e puramente strumentale degli stessi e che rappresenta la novità di questo volume. I capitoli che strutturano il libro, infatti, ognuno dedicato a un'opera, sembrano quasi funzionare come un laboratorio dove Zanni Rosiello sperimenta una lettura multidisciplinare, utilizza criticamente categorie quali il "verosimile", individua e scompone gli elementi e i linguaggi che caratterizzano la formazione dei testi: di essi sono analizzate le biografie degli autori, le trame e i personaggi, il pubblico di riferimento, le forme narrative, le storie delle edizioni senza dimenticare la realtà storica di cui sono rappresentazione: la pubblica amministrazione, lo stato, le leggi e i regolamenti, i dibattiti parlamentari, la pubblicistica politica e sindacale. Dei romanzi, dei racconti e dei film, l'autrice esplora i contesti storici di produzione e si misura sapientemente con i registri narrativi attingendo anche ai risultati metodologici della critica letteraria degli ultimi decenni. Ne viene fuori un libro con innumerevoli spunti e suggestioni, a volte anche consigli e ammonimenti alla prudenza sull'uso delle fonti narrative, che, muovendosi continuamente in bilico tra vari territori, parla con competenza a un pubblico differenziato di lettori.   Linda Giuva