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Giovanni De Luna

Collana: Nuova cultura
Anno edizione: 1995
Pagine: 440 p.
  • EAN: 9788833909325

recensione di Salvati, M., L'Indice 1996, n. 8

Nel pubblicare questa recensione è opportuno segnalare che essa giunge al termine di un ciclo di assemblee, conferenze e incontri, nei quali il libro è già stato oggetto di appassionati dibattiti sui due versanti della lettura, qui proposta, dell'antifascismo nella società italiana. Da un lato, vi è un'interpretazione dell'antifascismo coerente con i precedenti lavori dell'autore, che in genere è stata discussa dagli storici (maschi) del periodo. Dall'altro, vi sono le donne, "oggetto" di scrupolosa attenzione da parte della polizia (un'attenzione grazie alla quale l'archivio, solo di recente reso consultabile con apposita legge, del Tribunale speciale, offre una ricchezza di materiale straordinaria) e "oggetto-soggetto" di relazioni familiari e politiche nella società italiana.
In questa più nuova lettura sta l'indubbio fascino del libro, nonché la sua fruibilità al di là delle partizioni disciplinari, come è stato subito sottolineato da studiose non storiche (Simonetta Piccone Stella e Chiara Saraceno), le quali ne hanno messo in luce la ricchezza sul terreno del rapporto maschile-femminile.
Occorre aggiungere che la lettura dell'autore è tutto sommato positiva per quanto si riferisce al rapporto, seppur travagliato, maschile-femminile nell'area antifascista (in particolare in quella GL, la cosiddetta cospirazione "alla luce del sole"); il maggiore protagonismo, la più risolta modernità delle donne, una sorta di "familismo identitario" (distinto dalla famiglia-istituzione) segnerebbero il confine dell'antifascismo esistenziale rispetto a una cultura maschilista e piccolo-borghese tipicamente fascista. È stato facile, nel corso dei dibattiti, contestare che gli stessi documenti presentati offrono prove altrettanto schiaccianti di una diffusa cultura esistenziale comune, rispetto alla quale la battaglia delle donne per la propria libertà è sempre solitaria: per loro si trattava di scegliere tra il modello della madre dei Gracchi e quello de "La madre" di Gor'kij.
A questo punto parlo naturalmente della mia lettura, che si soffermerà soprattutto sulla prima parte ("La storia"); questa, d'altronde, occupa tre quarti delle pagine del libro e chiede dunque di essere presa sul serio, almeno quanto la seconda ("Le storie"), dedicata alla biografia di sei donne d'eccezione, per la gran parte militanti. Il libro si legge con piacere e si snoda dunque con leggerezza tra la sfera pubblica e quella privata riuscendo in pieno in uno dei suoi obiettivi metodologici: come sia impossibile una storia del consenso al fascismo che separi i due ambiti. Capitolo per capitolo, rapidamente e con scioltezza, dai numeri dell'organizzazione antifascista (che ci sono tutti e precisi) si passa all'esistenza dei singoli, dalla cospirazione ai rapporti familiari, dalla vita dei confinati e dei carcerati alla vita di coloro che sono restati a casa, dai grandi ai piccoli amori, dalle grandi alle piccole letture, dalle grandi alle piccole virtù.
Questo è un mondo unito, solidale, antifascista per collocazione sociale, familiare, culturale: antifascista perché erede di una memoria storica legata al socialismo, anzi al "modello sindacale". Un mondo che il fascismo non riesce a distruggere perché non si sostanzia in ideologia, teorie, comitati centrali, esecutivi, ecc., ma in persone che conoscono altre persone e da loro sono stimate o amate; con loro condividono ideali, modelli elevati di vita, aspirazioni non solo di benessere ma di buon governo e di bene pubblico.
È l'antifascismo "esistenziale": uno stile di vita che investe il modo in cui ci si rapporta agli altri, siano essi i compagni di lavoro, i fratelli, la madre, il fidanzato/a. Un mondo fatto di moralità, coerenza, coraggio, tenacia.
Di questo affresco, mi sono piaciute particolarmente alcune cose. La periodizzazione, prima di tutto: il cercare le radici nella cultura antigiolittiana per spiegare il diffondersi del "modello sindacale", dell'antifascismo esistenziale. Qui sarei ancora più esplicita: quando si afferma che il comunismo si differenzia dal riformismo perché deve trovare uno spazio politico autonomo e ciò costituisce il suo terreno identitario, è ancora troppo poco: come si vede bene in più casi, è l'intero mondo di ieri che viene rifiutato, socialismo incluso.
Altro aspetto particolarmente felice è la scioltezza con cui, come è proprio della generazione dei "giovani storici", si passa sopra alle diatribe ideologiche dentro il partito comunista, l'Internazionale, le svolte, le tesi di Lione, i mutamenti di linea, per vederne il riflesso sulla vita dei militanti, i quadri caduti, gli sforzi di avvicinarsi a una società ormai inconoscibile da Parigi o da Mosca.
Questa, a mio avviso, è la parte più riuscita, così come la capacità di ricondurre tante storie individuali a un passaggio comune, la rivolta "antiborghese". Ma, di nuovo, mi chiedo: questa forma di ribellione era esclusiva dell'antifascismo o non sarà un ponte, sul quale passeranno anche molti giovani, dal fascismo al comunismo (il caso di Vittorini è solo l'esempio più noto)?
In generale trovo che tutta la parte relativa all'antifascismo organizzato è scritta con grande capacità di sintesi. Ne sono qui solo accennati due temi importanti.
La svolta organizzativa del partito negli anni venti (il cosiddetto Termidoro di cui ha parlato Annie Kriegel, poi ripresa da C.S. Maier), svolta che in potenza segna già la sconfitta del "modello sindacale". Essa fa parte, infatti, di una rottura periodizzante rappresentata dalla spinta neocorporativa che attraversa tutta la società industriale, costringendo a una riorganizzazione durissima tutti i fronti in lotta. La società italiana ne è fuori, come qui sembrerebbe? Non si potrebbe dire, invece, che l'arretramento fascista sulla difesa del modello piccolo-borghese negli anni trenta aiuta a conservare, ibernizza, si può dire, anche il suo contraltare, il modello sindacale?
L'altro tema è la nazionalizzazione della politica, il processo per cui le vecchie "appartenenze" locali lasciano spazio a una visione nazionale del conflitto. Processo messo in opera già dal partito socialista, come De Luna più volte sottolinea, ma sicuramemte ripreso dal Pnf, sui cui compiti didattici, appunto, nazionalizzanti, gli ideologi del fascismo non smisero mai di insistere. Sullo scontro tra queste due linee di pedagogia politica di massa la documentazione che qui si porta è massiccia, ma non si può negare che gli "sconfinamenti", soprattutto nell'area in crescita dei ceti medi, furono altrettanto visibili, a tutto danno della "separatezza" irriducibile tra fascismo e antifascismo.
Il percorso metodologico per questa lettura della società italiana tra colpo di stato della borghesia e mercato comune comporta alcune innovazioni che vale la pena di sottolineare. Il concetto di "antifascismo esistenziale" implica il passaggio dai grandi ai piccoli eroi, dalle grandi giornate alla vita quotidiana, dall'individuo alla famiglia, dal gesto isolato alla routine, dalle piazze e officine alle cucine, ai cortili, ai campi. Il mondo della sfera privata.
E qui entrano in scena le donne, che sono sempre sorelle, mogli e madri, salvo le rare eccezioni di coloro che vollero essere "eccezionali" con la stessa tenacia dei grandi uomini e che per questo pagarono prezzi altissimi. Per la maggior parte di queste donne si può parlare di "esistenza antifascista", piuttosto che di "antifascismo esistenziale", nel senso che l'antifascismo per loro fu, molto più che per gli uomini, una scelta che condizion• la loro esistenza, condannandole a una solitudine ben più aspra di quella maschile; la scelta investiva infatti la cultura femminile per eccellenza, quella dei legami familiari, e ne sanciva la rottura anziché, come è naturale nella vita femminile, la cura e la conservazione. Per questo per loro era sempre più difficile un gesto di autonomia rispetto al gruppo o al partito di appartenenza (esemplare il caso di Iside Viana) e ai funzionari di polizia apparivano sempre "un po' matte".
Un'ultima considerazione. La generazione dei "giovani storici" (mi riferisco a coloro che hanno "vissuto" il Sessantotto) ha incontrato le scienze sociali nel momento in cui il confine pubblico-privato era già oggetto di approfondimenti e revisioni (si pensi a Sennett e a Moore). Ne avvertiva particolarmente il bisogno nel suo percorso di allontanamento dalla generazione precedente di storici antifascisti: questi, pur innovando per metodo e contenuti (la categoria di "antifascismo esistenziale" si deve a Guido Quazza, a proposito della formazione delle bande partigiane), si erano comunque trovati la storia politica (dei partiti e delle avanguardie) come terreno quasi unico di confronto e di ricerca.
A partire dagli anni ottanta, coraggiosamente, la nuova storiografia decideva di "passare oltre", rivolgendosi ad "altre storie": la storia sociale, la storia dei ceti subalterni, ma soprattutto la storia delle donne, l'unica in grado di fornire un controparadigma, il famoso e spesso incompreso motto "il personale è politico". Tra l'altro, la lettura femminista dello sconfinamento-intreccio tra pubblico e privato sembrava consentire un'assunzione forte delle molteplici categorie utilizzate dalla giovane generazione antifascista per riproporre una lettura dicotomica della società italiana: spontaneità e organizzazione, masse e avanguardie, base e vertice, classe operaia e piccola borghesia, donne contro uomini e uomini contro donne.
Il femminismo sembrava offrire, più che la storia sociale, la possibilità di rilegittimare una lettura globale per mondi contrapposti. Ma mi chiedo, tutto ciò corrisponde davvero al paradigma femminista? O non resta, su quel terreno, ancora valida un'indicazione di ricerca più profonda, quella che Anna Bravo sul "manifesto" ha chiamato "la politicità dell'antifascismo esistenziale" (distinta dalla dimensione esistenziale dell'antifascismo politico, quale è quella qui privilegiata): cioè sondare la realtà di coloro che non approdarono alla militanza ma seguirono altre strade (di ripiegamento o forse di dissenso)?