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La doppia morte di Gerolamo Rizzo. Diario «clinico» di una follia vissuta
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La doppia morte di Gerolamo Rizzo. Diario «clinico» di una follia vissuta - Gilberto Di Petta,Francesco Bollorino - copertina
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La doppia morte di Gerolamo Rizzo. Diario «clinico» di una follia vissuta Gilberto Di Petta,Francesco Bollorino
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Descrizione

Il 30 settembre del 1908, a Genova, in Piazza Umberto I, un uomo alto, con baffetti e occhialini d'oro, giustizia con un colpo di rivoltella un prete a caso, che transitava di li. L'omicida, Gerolamo Rizzo, un maestro afflitto da "manie di persecuzione", pone fine, oltre che a una vita innocente, alla propria vita civile. Questa è la storia clinica, tragica e umana, di un'Italia tra la belle époque e il bagno di sangue della Grande Guerra. Ventiquattro anni dopo quello stesso omicida viene ucciso, a calci in faccia, da un altro folle, nel manicomio di Quarto. Un secolo dopo questo memoire scritto, all'epoca, dallo stesso Rizzo, spunta da una polverosa cartella archiviata nell'ex manicomio di Cogoleto. Intorno a esso quattro psichiatri e un criminologo, attraverso un lavoro clinico, indiziario e storico-critico, incrociano le storie degli assassini e delle vittime, dei giustiziati e dei giustizieri. Ne risulta una lucida discesa agli inferi, un mondo, come quello del caso Schreber o del caso Wagner, che svapora inesorabilmente nei fumi della follia fino al suo epilogo tragico. La narrazione è essenziale, lucida, dettata dal dolore, dalla solitudine e dalla disperazione ma rivela, oltre l'abisso, la regia del "Macrocacofono", la macchina influenzante di Rizzo, coeva a Krepelin e a Tausk, a Bleuler e a Kretschmer, ad Edison, Hertz e Marconi.
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Dettagli

2020
5 marzo 2020
124 p., Brossura
9788865316122

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Bollorino e Di Petta hanno rinvenuto negli archivi fatiscenti dell'ex ospedale psichiatrico di Cogoleto il loro caso Schreber: diversamente dal magnifico testo del giudice della corte d'appello di Dresda, che poté pubblicare il resoconto della sua malattia sul quale esercitò il suo improbabile tentativo ermeneutico Sigmund Freud e, dopo di lui, generazioni di psicoanalisti, l'autodescrizione di Girolamo Rizzo della sua straordinaria esperienza di malattia è rimasta, fino ad oggi, inedita. Gli autori parlano di doppia morte, in quanto in manicomio il maestro elementare Rizzo fu mandato perchèé uccise un prete e, nel manicomio, fu lui stesso ucciso da un altro ricoverato, ma avrebbero potuto parlare anche di tripla morte, perchè non c'è morte peggiore di chi ha tentato una comunicazione senza avere un ricevente. Bollorino e Di Petta si accollano le colpe degli psichiatri dell'epoca e in qualche modo cercano di rimediare ridando voce al testo dell'internato. Dal titolo è chiaro l'intento dei curatori di riportare un caso psichiatrico e giudiziario su un asse narrativo: ma l'operazione è qui più complessa, sfuma nella psicobiografia fenomenologico-analitica attraverso l'apparato di note che traduce pagina per pagina le parole del paziente nel linguaggio della psicopatologia e lo espande attraverso un basso continuo associativo. La psicopatologia del paziente è ovvia ed anche abbastanza banale, un caso di schizofrenia paranoide secondo i criteri di allora come di ora; benignamente gli autori parlano di sviluppo sensitivo kretshmeriano, valorizzandone la partenza da un' irruzione del contatto col femminile da cui Rizzo si sarebbe difeso, ma in realtà poi il delirio allucinatorio fa il suo corso determinato dagli avvenimenti contingenti che lo alimentano, diviene sempre più astratto: "i signori e i preti" vengono genericamente designati come autori della persecuzione allucinatoria e infatti è solo l'omicidio di un anonimo prete a portare al riconoscimento del delirio.

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