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Curatore: G. Tognon
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2006
Pagine: 294 p., Brossura
  • EAN: 9788815110671
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Il libro è un contributo autorevole e importante sulle prospettive e sulle difficoltà della ricerca scientifica italiana, oggi a un punto di stallo. Da una parte le sue risorse umane ed economiche appaiono deboli, ma dall'altra la sua produzione, almeno in alcuni settori, appare decisamente migliore di tali indicatori (cfr. David A. King, "Nature", 2004, n.430).
Un vero parterre du roi, formato da autori di grande prestigio culturale, ma anche di ampie esperienze politiche e gestionali, riflette allora su alcuni temi centrali non solo per la cultura o la formazione avanzata, ma per lo sviluppo del sistema-Italia. L'idea di fondo, presentata nella prefazione di Enrico Letta, è capire "come si fa a programmare senza disegnare sulla sabbia e come si fa a realizzare ciò che si è scelto di realizzare senza scorciatoie e con il massimo consenso possibile della comunità scientifica".
Preliminarmente dovremmo però porre alcune domande. La prima è ovviamente: perché spendere soldi per la ricerca, e in particolare per quella fondamentale (di base)? Per parecchi anni ha dominato il campo l'esigenza, legittima e necessaria, di legare la ricerca alla sua applicazione immediata, la scienza alla tecnologia. Questa enfasi, alimentata anche dalle debolezze di tanta ricerca accademica – frammentata e dominata da mere esigenze disciplinari – ha fatto perdere di vista la centralità della ricerca fondamentale. Per molti, specialmente nei settori dell'industria e dei servizi, diventava vera la boutade di Jean Rostand: "Ricerca scientifica: la sola forma di poesia che sia retribuita dallo stato".
Ma allora perché il primo ministro inglese Tony Blair ha dichiarato: "The science base is the bedrock of economic performance"? È qualche cosa di più che produzione di nuovo sapere. La ricerca fondamentale è il motore della scienza e dell'innovazione. In particolare, la missione dell'università di formare le giovani generazioni rappresenta il volano per un ulteriore sviluppo della ricerca, anche per il trasferimento di conoscenza negli affari, nell'industria, negli enti locali, nella società globale. Numerosi studi sottolineano che circa il 50 per cento della crescita produttiva in particolari industrie e in determinati paesi deriva da nuova conoscenza, piuttosto che da lavoro o capitale.
La seconda domanda è: ma perché le università? Innanzi tutto bisogna ricordare che l'eccellenza tanto invocata, quanto poco praticata, nasce da un tessuto di qualità elevata, sul piano delle risorse umane come su quello degli strumenti conoscitivi. L'università è per definizione sede dei saperi diversi, talvolta del tutto particolari, altre volte di ambiti estremamente generali. Un punto di svolta deve essere allora il superamento della sua frammentazione disciplinare a favore di progetti ampiamente transdisciplinari e integrati a un fine conoscitivo o applicativo. La ricerca fondamentale praticata nelle università le rende strumento importante della società per "vedere lontano", ma anche per esseri liberi di "vedere". Solo se questo tipo di ricerca fa bene il suo mestiere si può "inventare" e "scoprire", ma anche conservare, una cultura indipendente e libera.
L'università è di fatto il sistema di ricerca più longevo e (sui tempi lunghi) più innovativo anche per l'incessante apporto e stimolo dei giovani. Questa caratteristica di provvedere contemporaneamente alla creazione di ricerca e alla sua trasmissione rende potenzialmente l'università non solo uno strumento unico, ma anche uno strumento "economico". In questo periodo si parla sempre più di iniziative e di progetti glocal, dove si valorizzano le vocazioni e le realtà del territorio, anche all'interno di reti produttive distribuite in luoghi geografici molto lontani. L'università è per sua natura storica glocal, dovendo confrontare il lavoro di ricerca su temi circoscritti e da parte di piccoli gruppi con una competizione del sapere che è transnazionale e strutturata in comunità di esperti in continua comunicazione e interazione.
Il libro parte sostanzialmente da queste premesse di fondo e il pregio dei saggi raccolti è proprio quello di riportare i problemi alla loro dimensione reale per aprirsi una strada nella retorica soffocante che accompagna tante discussioni sul declino dell'Italia. Come ha scritto Giuseppe Tognon nel suo saggio introduttivo, "le logiche meritocratiche sono dure, ma razionali. Se pretendere di rifondare una società complessa come la nostra soltanto sul merito appare insensato, è ragionevole adoperarsi affinché vengano riaperti canali attraverso i quali far passare la linfa del merito e recuperare parte dell'antica cultura del dovere". Nel nostro paese – continua Tognon – "una meritocrazia temperata è realizzabile soltanto creando le condizioni per un aumento dell'intelligenza condivisa, potenziando le capacità relazionali degli individui, sperimentando forme innovative di scambio delle informazioni, sfruttando i margini di modernizzazione che si possono ottenere da una decisa accelerazione dei processi di autonomia nella scuola e nelle università". Fra gli altri, è molto stimolante il contributo di Giorgio Parisi, fisico illustre, che ci propone una ricetta difficile, ma possibile per "liberare la ricerca".
Certamente un potente incentivo a comportamenti virtuosi viene dal contesto europeo, dove il lancio del VII° Programma quadro e l'istituzione recentissima delloEuropean Research Council (Erc) tendono a favorire la qualità della ricerca curiosity-driven, a superare i confini disciplinari, a ridurre l'enfasi sulle collaborazioni internazionali, a prevedere un approccio che nasca dalle proposte di base (bottom-up). Il contesto in cui muoversi deve tenere conto della realtà universitaria italiana, che pur con le sue tante pecche e con una straordinaria eterogeneità di comportamenti, rimane un potente motore, mentre l'iniziativa privata, frammentata nelle piccole e medie imprese, contribuisce in modo limitato ai processi di R&S (ricerca e sviluppo) e spesso innova solo a parole. Non dimentichiamoci che se l'Italia investe circa l'1,2 per cento del suo prodotto interno lordo in ricerca, solo il 43 per cento di tale modesto investimento deriva da risorse private. Nel recente Euroscience Open Forum, svoltosi nel luglio 2006 a Monaco di Baviera, si sono confrontati oltre duemila partecipanti di cinquantotto paesi, con una presenza di quasi cinquecento giornalisti (e con una significativa latitanza dell'Italia). Sono così emersi i tanti e i differenti passaggi che vanno dalle grandi strategie europee e dell'Erc, per creare uno spazio europeo della scienza, sino allo sviluppo di un nuovo rapporto fra scienza e società, tale da creare una reale "cittadinanza scientifica" degli europei, capace di dare una reale democrazia consapevole nelle scelte politiche e tecnologiche. In quell'incontro ha avuto un forte rilievo il ruolo delle grandi fondazioni e dei donatori privati nello sviluppare le aree più di frontiera della ricerca, con la filosofia di "assumersi dei rischi" sia sul fonte dei risultati strettamente scientifici, dove i progetti più creativi spesso falliscono, sia in termini di ricadute politiche e sociali, ad esempio intervenendo in aree geografiche quali l'Africa.
Tornando al libro, esso ruota intorno all'idea che nel corso di questa legislatura si riesca, oltre che a risolvere almeno i più gravi problemi di finanziamento, di organizzazione e di gestione di università ed enti, aggravatisi negli ultimi anni, anche a porre al centro del dibattito pubblico il tema delle responsabilità e dei doveri di ciascuno in un sistema complesso e delicato come quello della formazione e della ricerca, che non ha ancora visto pienamente realizzate le indicazioni contenute nella nostra costituzione. Il libro è stato chiuso prima delle ultime elezioni. Quello che era programma ora dovrebbe diventare realtà, e così sia.
  Aldo Fasolo