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La Dragunera - Linda Barbarino - copertina

La Dragunera

Linda Barbarino

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Editore: Il Saggiatore
Collana: La cultura
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 12 marzo 2020
Pagine: 192 p., Rilegato
  • EAN: 9788842827016
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Narratrice visionaria e sanguigna, capace di unire l’inventiva dialettale di Camilleri all’intensità emotiva di Elena Ferrante, Linda Barbarino canta una storia d’amore e di magia: la saga di una famiglia a un passo dalla fine, travolta da voracità e invidia.

«La Dragunera parla con voce sanguigna, è il canto di una terra assolata e pervasa di magia» - Donatella Di Pietrantonio, autrice de L’Arminuta

Rosa farebbe di tutto per tornare nella sua casa di bambina, quando volava tra le braccia di suo padre e cantava su un terrazzino profumato di basilico. Ma Rosa non può tornare, perché la casa è in rovina e lei per sopravvivere è diventata la puttana del paese. Ogni sabato Paolo le manda un fischio alla finestra per comperare qualche ora del suo amore. Ogni sabato la porta di Rosa si apre per farlo entrare. Paolo lavora le vigne di famiglia ed è ossessionato da un’altra donna che odia e desidera con uguale ferocia, una donna che dovrebbe tenere lontano, perché è la moglie di suo fratello e fin dal nome evoca tempesta e sciagura. La Dragunera, così la chiamano, è una fimmina sensuale e altera, i suoi capelli sono li di vento, i suoi occhi ramarri lo visitano in sogno; c’è chi dice che sia una strega. Cammina annaccata sui tacchi fra la basole delle viuzze, il seno che pare disegnato sotto la vestina stretta, il volto senza vergogna e senza paura.

La Dragunera è il racconto di una Sicilia ruvida e incantata, in cui si muovono personaggi dolcissimi e brutali, che hanno labbra vermiglie e unghie sporche di terra. Narratrice visionaria e sanguigna, capace di unire l’inventiva dialettale di Camilleri all’intensità emotiva di Elena Ferrante, Linda Barbarino canta una storia d’amore e di magia: la saga di una famiglia a un passo dalla fine, travolta da voracità e invidia. Il romanzo avvolgente di una magara e di una prostituta che conosceva l’amore.
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    Pasquy

    23/12/2020 15:04:30

    Un romanzo che profuma di sicilia, ricco di folklore, tradizioni e tempeste emotive. Una storia piena d'amore e d'odio, tra le pagine un'umanità vera e imperfetta. Consigliatissimo.

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    martino

    16/09/2020 10:50:53

    Sarà una lettura piacevole per chi parla il dialetto siciliano - per me non è stato così. Anche la storia non mi ha convinto più di quel tanto.

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    A. Iantomasi

    23/08/2020 17:46:53

    Ho appena terminato "La dragunera" di Linda Barbarino. Ne consiglio vivamente la lettura che ho trovato particolarmente adatta da affrontare nel caldo agostano perché questo è un romanzo caldo, un romanzo di sentimenti e forti passioni. La forza evocativa della terra siciliana ha le radici nelle scelte linguistiche dell' autrice e nelle tradizioni popolari dell'isola. Lei, la dragunera, la tempesta, porta scompiglio nel cuore dei fratelli Rizzuto, ne sconvolge le menti ed i sensi con arti da magara. Lei si porta dietro il fardello dell' infanzia difficile e del pregiudizio collettivo. Lo stesso fa Rosa, nota prostituta del paese la cui unica debolezza è proprio Paolo Rizzuto. Due figure che ricordano da vicino due " lupe" verghiane", scontano vivendo la volontà o l'impossibilità d' adeguarsi ai codici morali comuni, troppo lontani dalle loro essenze. Nessuno può resistere...

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    Isabella D.

    12/06/2020 21:15:44

    "La Dragunera" non è solo un breve romanzo, ma una conca di verbi fecondi, che parlano tutti una Sicilia antica e arroccata, nascosta al centro dell'isola, come fosse il suo ombelico. Enna, in primo piano, è vivida e dolce fra le righe del racconto, coprotagonista delle donne e degli uomini, buttane, mavare, contadini e paesani, che si muovono dolorosamente, subendo il peso di una sorte aspra, che lascia spazio solo a pochi sprazzi di sereno, di facile felicità. È proprio un gioco di colori che si dipana nel libro, di ombre e di chiari, di terra, acqua e vento, di uva ed erbe, di cose che complicano l'esistenza degli uomini fino a imporsi su di essi e diventare parte inscindibile della loro persona. È questo che mi è rimasto de "La Dragunera", immagini sparse: il vento sotto la gonna della mavara, il mosto ribollente nella notte, un letto coniugale e uno a pagamento, un terrazzo di bambina e via Roma che ticchetta sotto le scarpe domenicali. Ma, soprattutto, mi è rimasto l'amore, che sia fra amanti, fra madre e figlio, fra bimba e casa, fra occhi di uomo e corpo di donna indiavolato.

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    Simone C

    13/05/2020 19:09:28

    Un esordio quasi perfetto, scritto con una lingua che mescola sapientemente il dialetto all'Italiano, uno stile narrativo incredibilmente vivido che non si perde nelle descrizioni eppure dipinge, per tratti essenziali, scene perfettamente nitide. Uno dei libri migliori che ho letto quest'anno.

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    Gloria

    11/05/2020 07:17:59

    Libro divorato in pochi giorni, nonostante l'iniziale ostacolo linguistico (per chi non conosce il dialetto come me può essere difficile entrare inizialmente nella storia). Una volta capito lo stile dell'autrice, la lettura scorre via veloce e piacevole e tiene il lettore incollato alle pagine. Molto consigliato.

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    Annalisa T

    29/04/2020 08:00:01

    La scrittura (per la lingua utilizzata) è l'aspetto più interessante del libro. Per il resto, storia confusa e poco appassionante. L'abbiamo letto in due, in casa, rimanendo entrambi delusi

Vedi tutte le 7 recensioni cliente

In un video pubblicato dalla sua casa editrice, il Saggiatore, Linda Barbarino siede al tavolo da pranzo, apre un’agenda e ne estrae una vecchia lettera, custodita con cura evidente. All’interno della lettera, quasi un telegramma, il mittente afferma, «da conosciuto a sconosciuta, alle sue scontentezze di provinciale esiliata», dicendo di non poterle dare altro che «un illusorio conforto a parole», rassicurandola sul fatto che «sarà il tempo a compierla, a darle coscienza di maturità e di persona».

Linda Barbarino conserva la lettera, «una cosa bella» dice. Sì, perché oltre alla bellezza delle parole, c’è l’importanza del mittente, che risponde al nome di Gesualdo Bufalino, cui la giovane Barbarino aveva scritto a seguito di una conferenza che l’autore siciliano aveva tenuto nella scuola in cui lei insegnava. Insegna ancora, Linda Barbarino, italiano, latino e greco in un liceo classico di Enna, dove è nata e vive. E oggi, ad almeno venticinque anni da quella lettera, esordisce con La Dragunera, romanzo finalista nell’ultima edizione del Premio Calvino.

La dragunera, nel dialetto siciliano, è la «tempesta di vento e acqua», ma all’interno del romanzo è il soprannome che il paese ha affibbiato a una «magara», una giovane donna che, oltre ad avere chissà quali poteri occulti, ha l’ardire di attraversare le vie a testa alta, «annacata sui tacchi», senza vergogna e senza paura. Una presenza scomoda, sinistra, che si insinua nelle agresti vicende dei Rizzuto, gente cui il nero sotto le unghie si è impresso come un tatuaggio, regolati all’interno di una famiglia di stampo patriarcale così composta: Don Tano, il dispotico e ostinato pater familias; Donna Angelina, sua consorte, devota più ai santi che al marito, con il quale ingaggia lotte sulla gestione della casa; e infine i due fratelli, i Caino e Abele di una Sicilia rurale e arcaica, per certi aspetti grottesca, che rispondono al nome di Paolo e Biagio. Il primo passa la sue giornate tra «femmine e travaglio, travaglio e femmine», mentre il secondo, dopo un’esperienza nel lontano nord Italia che gli ha valso la reputazione di scansafatiche, vive la sua tragica parabola di figliol prodigo, ovvero torna a casa e reclamare i propri diritti: è proprio lui che, senza neanche interpellare la famiglia, quasi ne fosse stato stregato, osa sposare la dragunera, gettando lo scompiglio all’interno dei Rizzuto.

Ma la protagonista eponima non è l’unica presenza femminile all’interno di questo breve romanzo, quasi novella: c’è infatti anche Rosa Sciandra, «una brava fimmina, peccato che faceva la buttana»: orfana, cresciuta a pane e miseria, a fare quel mestiere ci si è ritrovata, costretta per sopravvivere. E una buttana che fa? «Si piglia l’amore che resta», quello che Paolo le concede prima, durante e dopo i loro incontri; un amore mai detto, mai neanche pensato con il sussidio della ragione, alle volte espresso sotto forma di vampate e impeti incontrollabili, altre teneramente taciuto, vergognosamente celato; un amore che, si capisce, semplicemente non può essere.

L’amore, dunque, ma non solo: le vicende dei Rizzuto si alternano tra odio e rancore viscerali, come solo i sentimenti innaffiati dallo stesso sangue, che scorre in corpi avidi della stessa «robba», sanno essere. D’altronde, le vite nei campi dei protagonisti persistono in un microcosmo in cui l’esistenza tutta è appesa al filo dell’imponderabile, in cui una notte troppo fredda può ammazzarti di fame e mandare in malora il lavoro di una stagione, o peggio di una vita.

È un piccolo affresco di sentimenti umani, La Dragunera, animato da personaggi ferini, animaleschi, disgraziati più di ogni altra cosa, in cui il lettore può scovare  il lato oscuro della propria umanità, quello fatto di motivi e impulsi difficili da confessare anche a sé stesso. È nelle ombre del grottesco che Barbarino prima cela e poi svela una caricatura dell’essere dell’umano, la sua origine animale nel senso etimologico del termine, che lo porta a sottomettersi a «raggia» e «scantu», rabbia e paura, i due moti irrazionali dell’uomo, quelli che più lo riconducono alla bestia.

Ciò che più affascina del romanzo, tuttavia, è senza dubbio alcuno la sua lingua: un impasto di italiano e dialetto siculo che suona sporco e allo stesso tempo lirico, in piena sintonia con personaggi e vicende, un miscuglio che rifugge il folklore e l’esotismo, questi sì, mostri che si annidano negli armadi degli scrittori che si cimentano con tale materia; una voce che descrive, anzi costruisce un mondo, pietra su pietra, crepa su crepa, dalle case diroccate infestate di surci fino alle menti, diroccate e infestate anch’esse, dei personaggi; un mondo arcaico, sì, tipicamente rurale, certo, che forse non esiste più, o non più in questo modo, d’accordo, ma che ha il pregio di dare vita a un’opera coerente e matura, che si inserisce coscienziosamente nel lungo e prezioso filone della narrativa siciliana; un’opera, per tornare alle parole di Bufalino, di quellache fu  una «provinciale esiliata», e che oggi è una scrittrice compiuta.

Recensione di Ignazio Caruso

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