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Margherita Pelaja, Lucetta Scaraffia

Editore: Laterza
Anno edizione: 2008
Pagine: XI-322 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788842087397
Se c'è un campo in cui oggi domina l'incertezza e regna la controversia, questo è il campo della sessualità. Da fatto "naturale" (il "sesso"), grazie agli studi storici e decostruzionisti, la sessualità è diventata infatti un dispositivo storico, precipitando in questo modo nel maelstrom del relativismo. Poiché le società postindustriali tendono a eliminare confini e limiti, oggi anche i confini sessuali e di genere tradizionali vacillano e mutano profondamente. In particolare, le femministe critiche prima, gli studi di genere poi hanno provocatoriamente messo in luce come il controllo sociale sulle donne sia una delle motivazioni principali che stanno alla base della morale sessuale cristiana tradizionale. Ma è in genere il ruolo nuovo che la sessualità ha acquistato nel mondo contemporaneo in conseguenza di scoperte scientifiche e nuovi fattori culturali ad aver messo in crisi in modo radicale le etiche tradizionali cristiane a essa relative. Proprio la delicatezza, complessità, magmaticità e fluidità della materia suggeriscono di evitare la trappola di sintesi affrettate e caduche: trappola in cui invece cade il libro di Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia.
Intento delle autrici, diverse per formazione, interessi e posizioni ideologiche, ma accomunate dallo scopo di fondo, è scrivere un libro che non c'era (e che, purtroppo, continua a non esserci): una ricostruzione di lungo periodo del discorso e della politica della chiesa cattolica sulla sessualità, allo scopo di riesaminare e verificare "stereotipi acclamati" (sic! la scrittura non è la qualità migliore del libro) come quello della sessuofobia della tradizione cattolica e, più in generale, del cristianesimo. Nonostante le buone intenzioni, secondo l'epigrafe apposta all'introduzione, di essere "due in un libro", in realtà il lettore si trova di fronte due libri profondamente diversi.
Il primo, scritto da Pelaja, concernente in sostanza la parte medievale e moderna, è un'utile ricostruzione storica del modo in cui la sessualità è stata affrontata dal Magistero e dalla riflessione teologica cattoliche in un periodo compreso tra Graziano e l'avvento della medicina scientifica. Contrariamente alla dichiarazione iniziale – tanto ingenua quanto rivelatrice – che il libro si basa "su indagini già svolte piuttosto che su ricerche d'archivio originali" e cioè aspira a essere una compilazione fondata sulla letteratura secondaria, i capitoli redatti da Pelaja dimostrano una familiarità con le fonti archivistiche che le permette di districarsi in una complicata materia, arrecando un contributo interessante sia per quanto concerne la riflessione teologica soprattutto secentesca sia la normativa concernente lo spettro variegato dei fenomeni sessuali, dalla polluzione alla masturbazione, dall'omosessualità all'impotenza. Il secondo, scritto da Scaraffia, è un libro apologetico, a difesa della posizione tradizionale del Magistero, la cui affidabilità storica, soprattutto per quanto concerne la parte decisiva delle origini e della più antica elaborazione teologica cristiana, è pressoché nulla.
La tesi di fondo di Scaraffia può essere così riassunta. L'annuncio cristiano, legato al mistero dell'incarnazione, trasforma il rapporto sessuale tra uomo e donna, ponendoli su di un piano di parità e di uguale dignità, nel contempo, attraverso la metafora sponsale del rapporto tra il Cristo e la chiesa, fornendo un modello simbolico che apre al mistero dell'amore divino e preannuncia "il piacere d'amore che si vivrà in paradiso". La linea sessuofobica, che pur esiste e trova in Agostino e nella tradizione che a lui si richiama la migliore espressione, è, in questa prospettiva, secondaria. Contrariamente alle intenzioni dell'autrice, le prove portate a sostegno di questa lettura nei primi due capitoli finiscono in realtà per confermare la tesi che si vorrebbe smontare.
Fra le tante sviste, una delle più gravide di conseguenze è la mancata distinzione, per quanto riguarda la fase fondativa delle origini, tra castità e continenza. Mentre la castitas era un valore culturale diffuso e comune, la continenza come rinuncia ascetica alla pratica sessuale è un aspetto distintivo sia dell'annuncio gesuano (il regno dei cieli vede in prima fila gli eunuchi) sia della rilettura che ne fa Paolo. Tutta la tradizione cristiana antica è rimasta fedele, in gradi e forme diverse che vanno dalla rilettura simbolica dei rapporti matrimoniali alla rinuncia radicale di tipo encratita, a questa linea iniziale di continenza ascetica. Né l'annuncio di Paolo fuoriesce dal tradizionale modello patriarcale allora dominante.
Se di novità cristiana si vuole parlare, essa va ricercata nel rifiuto del ripudio e nella condanna del divorzio. È proprio su questo punto che, tra IV e V secolo, quando in Occidente l'impero entra in crisi, si è giocata la partita decisiva, almeno per quanto concerneva le classi dirigenti, dell'affermazione di un modello cristiano di matrimonio e di famiglia, alternativo a quello romano basato sulla centralità del paterfamilias: l'inviolabilità del vincolo matrimoniale, infatti, ha portato la chiesa a costruire un modello di rapporti tra i coniugi in cui la moglie doveva ora essere subordinata al marito, e non più alla giurisdizione del padre. Ma questo cambiamento decisivo non ha significato un mutamento né della finalità riproduttiva del matrimonio, né tanto meno del privilegiamento della continenza come via di perfezione per i cristiani. Le strategie ecclesiastiche si sono dimostrate su questo punto coerenti nei secoli, sia dal punto di vista interno, imponendo la continenza al clero, sia esternamente, come tentativo di controllo sistematico sulla sessualità, che doveva essere usata nel matrimonio monogamico soltanto a fini riproduttivi. Da Agostino a Giovanni Paolo II, il Magistero è stato su questo tema di fondo implacabilmente coerente, da un lato, come del resto fa vedere la stessa Scaraffia, promuovendo o favorendo una lettura sublimata dei rapporti sessuali, dall'altro condannando ogni forma ritenuta deviante rispetto al modello della "sacra famiglia" (del resto, che tipo di modello di vita sessuale potrà mai essere quello che la chiesa ha costruito a partire dalla verginità di Maria e dalla pseudo paternità di Giuseppe?).
La lettura fortemente ideologica è confermata dalle conclusioni. La secolarizzazione ha imposto un comportamento e una gestione, soprattutto femminili, private e prive di controllo della sessualità. L'auspicio di Scaraffia è che "il comportamento sessuale torni ad essere problema collettivo" e cioè possa funzionare veramente il tradizionale controllo ecclesiastico. Si può esprimere più chiaramente l'intento di difendere l'attuale biopolitica del Magistero e la sua concezione tradizionale della sacralità della vita?
Giovanni Filoramo