Due passi per Praga insieme a Kafka

Klaus Wagenbach

Traduttore: C. De Marchi
Editore: Feltrinelli
Edizione: 2
Anno edizione: 1996
Pagine: 144 p., ill.
  • EAN: 9788807420757
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recensione di Schiavoni, G., L'Indice 1998, n. 1

Nel corso della sua breve esistenza (1883-1924) Franz Kafka lasciò soltanto in poche occasioni la natia Praga, allora capitale del regno di Boemia, una città in cui finí per muoversi come in una cella. Se si allontanò da quella "mammina con gli artigli" che "non lascia mai" (come egli scrisse diciannovenne) fu soltanto per compiere viaggi di lavoro, qualche viaggio di istruzione, molte degenze in sanatorio, sei mesi a Berlino e qualche soggiorno nella campagna boema. Per sapere "che cosa vedessero gli occhi di Kafka" in questa città amata-odiata il lettore non ha altro modo che quello di recarvisi, "fisicamente o con lo spirito": parola di Klaus Wagenbach, grande e appassionato studioso dell'opera di Kafka, suo "vecchio orfano" (come egli stesso si definisce), oltre che mediatore storico della cultura italiana presso il pubblico tedesco.
La felice formula adottata da Wagenbach per disegnare questa topografia letteraria è quella del "libro di lettura e di viaggio" ("Reiselesebuch"), o - perché no? - del "libro che aiuta a leggere e a viaggiare", di un Baedeker" "cioè concepito per far da scorta e accompagnamento sia nell'uno che nell'altro caso. Il titolo originale del volume è infatti proprio "Kafkas Prag. Ein Reiselesebuch."
Wagenbach non è nuovo a questi accostamenti fra immagini e scrittura, avendo al suo attivo un volume del 1983, tradotto da Adelphi con il titolo "Kafka, immagini della sua vita". Questa sua nuova fatica appare più agile e vivace e offre di fatto assai più che la classica biografia per immagini, non solo perché qui sono stati introdotti nuovi materiali fotografici (in tutto oltre cento illustrazioni e fotografie originali dell'epoca), ma anche perché è stato realizzato un sapiente dosaggio di immagine e scrittura-commento, sulla base di testi letterari, diari, carteggi di Kafka, che fanno del volume una sorta di toponimia commentata. Per questa duplice ragione il testo si può consigliare non solo a chi si rechi a Praga mantenendo Kafka nella mente e nel cuore, ma anche a chi sia digiuno o quasi della letteratura praghese e dell'atmosfera che si respira nei testi kafkiani.
Ne è scaturito un libro davvero esemplare, capace di catturare il lettore evocando - senza sbavature alchimistiche né rigurgiti metafisici - qualche sprazzo di quella "Praga magica" che fu resa celebre alcuni anni fa da un fortunato libro di Angelo Ripellino e che è passata pressoché indenne attraverso le catastrofi belliche di questo secolo. Una città dunque che il lettore può ritrovare affidandosi a questa guida turistica che lo accompagna per i suoi mille angoli in cui Kafka torna a rivivere (quasi tutte le case in cui lo scrittore abitò sono ancora in piedi). È sufficiente seguire le cinque sezioni biografiche e insieme tematiche in cui il volume è strutturato ("La Praga di Kafka", "La vita di Kafka", "La carriera di impiegato statale", "Le passeggiate preferite", "Luoghi e svaghi letterari"), non senza far tesoro della cartina topografica stessa della città, presentata in tedesco ad apertura del volume, e in ceco alla chiusura (quasi a rammentare con forza che Kafka è figlio di quelle due culture).
Si apprende così che esistono ancora il portale della casa natale di Kafka nell'odierna Rathausgasse; la casa Minutta, dove videro la luce le sue tre sorelle; la casa tardogotica "Ai Tre Re", dove lo scrittore abitò dagli anni del ginnasio sino a poco dopo la laurea in giurisprudenza, ossia fino al 1907; l'elegante palazzo Kinsky, sull'Altstädter Ring, dove il padre Hermann aveva il negozio di articoli galanti; e infine la casa Oppelt, situata accanto al municipio vecchio, nella quale la famiglia Kafka si trasferì nel 1913 e dove Franz scrisse alcuni capitoli del "Castello" e vari racconti, tra cui "Josephine la cantante", nel marzo 1924.
Si apprende che - volendo - ci si potrebbe sedere nel Café Savoy, sede del teatro più amato da Kafka tra il 1910 e il 1912, un localino malandato dove si esibiva una compagnia yiddish alla quale apparteneva il grande attore Jizchak Löwy. E si guarda con la commozione della memoria una foto del 1905 che mostra il Municipio ebraico con a sinistra la sinagoga vecchia-nuova (unico residuo del ghetto risanato).
Non tutti probabilmente saranno disposti a condividere lo spirito di fondo che sorregge il volume, ossia l'ambizioso progetto wagenbachiano - che è anche il sogno di ogni lettore viscerale dell'autore amato - di porsi sulle orme di Kafka al punto da riappropriarsi delle sue stesse impressioni ottiche e insieme mentali nell'aggirarsi nei parchi, nelle piazze e per le vie di Praga, al punto da ripercorre quei luoghi con gli stessi occhi di Kafka, in una sorta di "Einfühlung "visionaria. Non tutti cioè saranno disposti a condividere quello che rischia di configuarsi come un tentativo critico-saggistico di immedesimazione totale.
Si rassicuri però il lettore-turista: Wagenbach non gli ha ammannito nulla di oleografico, non ha lasciato cadere neppure una briciola dell'inquietudine che fa di Kafka un fratello contemporaneo di Pirandello, né ha semplificato le cose proponendo una città dalle suggestioni demoniache o dalle atmosfere auratiche. A mettere quasi in guardia il lettore (a straniarlo) si direbbe già sufficiente la foto che campeggia in copertina, in cui un Kafka giovanilmente spensierato sembra volerlo invitare a passeggiare in città in sua compagnia. Indubbiamente una bella immagine. Soltanto che la si cercherebbe invano negli archivi, dato che si tratta di un accorto fotomontaggio di Peter Rink. A conferma che Kafka fu un personaggio oltremodo schivo. Sicché i siti mentali e geografici documentati nel libro di Wagenbach e sui quali Kafka si è elevato in forza dei suoi sogni e dei suoi incubi sono luoghi nei quali la persona fisica di Kafka stesso - sorprendentemente - brilla proprio per la sua assenza.