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Jonathan Frankel

Traduttore: A. Guaraldo
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1990
Pagine: XVI-893 p.
  • EAN: 9788806118679

recensione di Vidal-Naquet, P., L'Indice 1991, n. 1

In una sala del Museo della Diaspora, a Tel Aviv, il visitatore è invitato a compiere un piccolo esperimento pratico. Deve cercare di identificarsi con un ebreo russo, alla fine del XIX secolo, e prendere in considerazione le diverse possibilità che gli si offrono. Si impegna in un partito socialista ebraico, come il Bund? Questo, come tutti i partiti non bolscevichi, sarà di lì a poco proibito. Sceglie il terrorismo? È chiaro che questa scelta non porta da nessuna parte. Entra, come molti bundisti, nel partito bolscevico? Finirà fucilato o confinato in un gulag, o, per bene che gli vada, esiliato con il rischio di essere assassinato come Trotzky. Gli rimane un'unica strada: l'emigrazione verso la Palestina, la partecipazione alla costruzione di Eretz Israel. Ma anche questa non è forse una strada senza uscita, una nuova tragedia che si va ad aggiungere alle tragedie vissute dopo il 1917 e che sono sovrastate dal grande massacro nazista, con tutto il suo peso? Questo gioco, evidentemente, è una semplificazione. Nel bel libro che in inglese era intitolato "Prophecy and Politics. Socialism, Nationalism and the Russian Jews", e che in italiano è diventato (fortunata Italia, che traduce i libri che valgono, anche se di grandi dimensioni!) "Gli ebrei russi. Tra socialismo e nazionalismo (1862-1917)", Jonathan Frankel ricorda che si aprì un'altra strada, quella dell'emigrazione verso gli Stati Uniti. Il dato che ci fornisce è il seguente: da 20.000 a 30.000 emigranti ebrei russi in Palestina nel corso del decennio precedente al 1914, a fronte di un milione che si dirigono verso gli Stati Uniti.
Il libro di Frankel, che insegna all'università di Gerusalemme, va catalogato come una di quelle grandi sintesi cui un autore dedica parte della propria vita. Ha alle spalle interminabili consultazioni in tutte le lingue occidentali, ma anche in russo, in 'yiddish' e in ebraico. Ha alle spalle qualcosa di più: il senso della diversità storica, il rifiuto di rinchiudere gli uomini in questa o in quella categoria o classificazione, il senso, anche, di cos'è una tragedia della storia, i cui elementi sono tutti, in qualche modo, già riuniti molto prima del 1933.
Il libro, d'altronde, termina proprio con le parole tragedia e dramma, e non si tratta di anticipare la storia. L'ultimo capitolo non è dedicato alla Palestina, ma agli Stati Uniti. Chi sa, per esempio, che il Lower East Side, il quartiere ebraico di New York, fornirà al Congresso americano l'unico deputato socialista, o quasi, mai eletto? Il penultimo capitolo, invece, si colloca in Palestina. I rivoluzionari formatisi in Russia vi scoprono un mondo imprevisto, popolato da anonimi arabi, che non è il caso di convertire all'idea di rivoluzione. Quelli che sarebbero tentati di farlo saranno presto delusi. Rivendicando il lavoro ebraico, cioè contrastando la manodopera araba utilizzata nelle prime colonie, i membri della seconda Alyah, dopo il pogrom di Kishinev (1903), scavano un fossato che non sarà mai più riempito. Costruiscono una nazione, certo, e sarà proprio il movimento operaio a fornire i quadri e alcune delle strutture portanti a questa nuova nazione, tra il 1930 e il 1977. Poi giunse il giorno in cui la logica del nazionalismo diventò più forte della logica del socialismo; saranno gli eredi di Vladimir Jabotinsky ad averla vinta sugli eredi di Nachman Syrkin, ovvero di David Ben Gurion.
Per seguire questo percorso, occorre partire dal 1848: la "primavera dei popoli" da sociale è diventata nazionale. Non ha portato alla rivoluzione, bensì all'unità tedesca e all'unità italiana. Moses Hess, nel suo libro "Roma e Gerusalemme" (1862), che costituisce il punto di partenza del libro di Frankel, per essendo un amico di Marx e di Engels, osserva molto presto che quelli tra gli ebrei che hanno partecipato a questa primavera sociale e nazionale si vedono emarginati. Se Roma diventa la capitale d'Italia, perché Gerusalemme non dovrebbe esserlo di questa "nazione" che fu allo stesso tempo la prima e l'ultima? Ma è in Russia che il suo messaggio, come anche quello di Aron Liberman, che si suicidò a New York nel 1879, troverà un'eco degna di questo nome. Il nucleo centrale del libro di Frankel e dedicato allo studio dello straordinario prisma rappresentato dall'impegno rivoluzionario degli ebrei tra il 1881 (quando la Narodnaia Volia assassina Alessandro II) e il 1914, in cui è rappresentata tutta la gamma possibile. Sono ben conosciuti sia gli ebrei che circondavano Lenin sia, all'altra estremità del prisma, i nazionalisti puri. Ma vorrei dire che non è questo il problema. L'interesse del libro si colloca tra i due poli. Non era possibile fare appello al proletariato ebraico, senza allo stesso tempo invitarlo a prendere coscienza, in nome della tradizione dei profeti, della propria identità, che si esprimeva nella lingua e nella cultura "yiddish". Non era neppure possibile essere un nazionalista, ovvero un sionista, senza partecipare poco o tanto alla lotta rivoluzionaria contro la "prigione dei popoli". Ma in questa prigione gli ebrei non rappresentavano la maggioranza dei prigionieri, e tra i loro nemici non c'era solo l'amministrazione zarista. Questa affermazione è casi vera che, nel 1881, i primi 'pogrom' della storia moderna sono salutati come rivoluzionari dalla Narodnaia Volia. Ci si può alleare a gruppi all'interno dei quali alcuni sognano di distruggervi? Furono in molti a porsi questa domanda. La cosa straordinaria è che tutte le posizioni possibili furono occupate e che, attraverso un certo numero di individui come Khiltovsky, Syrkin, Borochov e alcuni altri, Jonathan Frankel ha saputo mostrare non soltanto le diverse sfumature, secondo le persone o secondo i tempi, ma le sfumature all'interno degli stessi individui, di chi si ritrovava sionista al mattino, diventava americano la sera e rivoluzionario russo il mattino dopo. E non esagero nello schematizzare.
In secondo piano, una sorta di interrogativo angoscioso, che è ben riassunto da una poesia di Yehuda Leb Gordon, del 1892, dedicata a Pinsker, autore di un famoso libro sull'autoemancipazione: "Mi si domanda che cosa siamo,- scrisse - . Non siamo una nazione, e neppure una congregazione religiosa: siamo un gregge". Affinché gli ebrei non siano più un gregge, alcuni uomini - di cui Jonathan Frankel racconta la storia - hanno speso energie davvero incredibili. Ma, ciononostante, le trappole si sono rinchiuse...