Traduttore: I. A. Piccinini
Editore: Guanda
Anno edizione: 2016
Pagine: 666 p., Rilegato
  • EAN: 9788823504882
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(…) Eccomi racconta le vicende dei Bloch, una famiglia ebreo-americana che, come quella d’origine di Foer, vive a Washington D.C. Jacob, il protagonista, è un padre nostalgico e arguto osservatore della realtà; uno sceneggiatore televisivo arrivato alla soglia della mezza età scrivendo per una serie in cui non si riconosce, riponendo letteralmente in un cassetto il suo sogno-sceneggiatura che aspira a narrare, e quindi a comprendere, la sua famiglia. E poi Julia, mossa da una cieca forza creatrice di madre e architetto; i figli Sam, Max e Benji, tre menti critiche e spigliate che ricordano, per originalità di spirito e umorismo, i protagonisti dei precedenti romanzi di Foer. (…).

La storia dei Bloch sa di saga familiare pur non avendone l’ampio respiro storico: è schiacciata su un presente tragico e feroce e le generazioni che vi si confrontano si accavallano, ciascuna con il proprio fardello, contraendosi in un nucleo di relazioni tese e prospettive discordanti. (…) Quando un terribile terremoto mette in ginocchio il Medio Oriente e la minaccia della distruzione di Israele da parte dei vicini paesi arabi risuona in tutto il mondo, ogni membro della famiglia reagisce in modo differente. Questa riflessione espande la portata della storia fino a inondare la banalità delle cose di tutti i giorni: si discute di partire per Israele per aiutarne i cittadini mentre si riempie la lavastoviglie, ci si domanda quale sia il futuro del popolo ebraico sorseggiando una birra.

Il riferimento geo-politico a Israele non può non attingere alla produzione letteraria di Philip Roth, inserendosi così nel dibattito che preme la comunità ebraico-americana a interrogarsi sulla propria identità, sulla possibilità di credere in una sola “terra promessa”, sul dissidio tra la quotidianità della cultura secolare e l’appartenenza tribale a una religione millenaria. Alla catastrofe che travolge Israele, seguita da un impatto mondiale e segnata da un’innegabile specificità ebraica, si contrappone la tragedia intima ma universale del matrimonio in crisi tra Jacob e Julia, un rapporto precipitato perché “la vita era diventata molto più piccola dentro che fuori, creando una cavità, un vuoto”. Sono questi i passaggi in cui la narrazione raggiunge il climax, incuneandosi in una tensione tra micro e macro, tra globale e personale, assoluto e contingente che rende Eccomi un’emozionante e coraggiosa epica dell’ordinarietà. (…).

Eccomi è un romanzo di scelte incompiute e di tentativi falliti. (…) E proprio questa audace rincorsa alla piccola, grande eroicità umana lo rende una lettura da perdere il fiato.

Recensione di Alice Balestrino


L’attesa è finita: a dieci anni dal suo straordinario best seller «Molto forte, incredibilmente vicino», il ritorno di uno dei maggiori talenti della narrativa americana con una storia eccezionale.

«Un ritorno forte, che mescola tradizione e sperimentazione, dedicato all’amore e alla sua dissoluzione.»Antonio Monda, la Repubblica

«Opera-mondo che si insinua nelle fondamenta della società, e nei nostri amori.»Marco Missiroli, Corriere della Sera

«Foer agguanta il tema del confronto fra tradizione americana, ebraismo e intolleranza armata… con scrittura millimetrica dove ogni particolare è in primo piano, come in una tela di Seraut.»Gianni Riotta, La Stampa

«A chi chiederà come eravamo nel 2016, dovremmo far leggere Eccomi di Joanthan Safran Foer.»Elena Stancanelli, D la Repubblica

Le distanze sono fattori di identità. Segmenti evanescenti, eppure onnipresenti, capaci di tracciare i contorni della tua esistenza. Uno spazio definito da quei precari confini marcati dalla eco della tua percezione, quella scomposta presenza che chiami vita, e il suono del tempo che ti piomba addosso, trascinandoti sempre più lontano da te stesso, dalla tua famiglia, dal tuo popolo, dal tuo Dio.
Rispondere “Eccomi” alla chiamata di ognuno di essi significa azzerare le distanze, ovverosia amare o avere fede, ma esserci per qualcun altro comporta una scelta, cioè la rinuncia a parte della propria identità.

Il libro di Foer è l’esplorazione di questo sacrificio, dell’impossibilità di esserci per tutti e del quotidiano tentativo di porvi rimedio, uno sforzo spesso vano, ma che rivela quanto un individuo è disposto a perdere del proprio io pur di amare. Nel capitolo più importante, Sam, il figlio del protagonista, spiega che il reale sacrificio chiesto ad Abramo non è stata la richiesta di uccidere Isacco, ma la risposta immediata alla chiamata divina, quell’Eccomi pronunciato nella Bibbia solo in quel frangente. Abramo si rendeva presente a qualcuno che non fosse egli stesso, abiurando in quel preciso istante ogni altra possibile identità che non corrispondesse a quella di uomo di fede.
L’indagine di Foer non si nutre solamente di presenze e assenze affettive, riuscendo a lambire i territori già battuti, ma raramente con una tale intensità, dell’identità ebraica attraverso un ritratto famigliare.
Isaac, Irving, Jacob e Sam. Quattro generazioni che riassumono il cammino del popolo ebraico negli Stati Uniti nel corso di un secolo. Da Isaac, il bisnonno, matusalemme scampato ai campi di concentramento, fino al pronipote Sam, il dodicenne secolarizzato obbligato al Bar Mitzvah, immerso nei social e in una seconda vita virtuale. Tra questi estremi il nonno Irv, sionista disilluso che lotta per difendere le proprie radici e papà Jacob, il vero protagonista, l’alter ego di Foer, l’intellettuale nevrotico che deve conciliare il ruolo di pater familias con le proprie ambizioni, senza dimenticare le responsabilità etiche nei confronti del proprio popolo, un fardello che persino un ebreo praticamente ateo avverte.
“Epitome” è un termine che leggerete spesso. Compare svariate volte, nei dialoghi e come titolo di diversi capitoli. Una parola regolarmente pronunciata dai protagonisti, come se fosse una chiave di lettura delle proprie vite. Una parola messa in bocca a bambini troppo precoci e intelligenti per perdonare lo sfaldamento del legame dei genitori e pronunciata da adulti compiaciuti ma debolissimi, frastornati dal diradarsi degli affetti, messi alla prova dalle distanze azzerate, dalle identità negate.
Si può essere un’epitome di sé stessi? Una versione abbreviata ma fedele di ciò che si deve essere? Foer prova a rispondere a questa domanda esistenziale, dando vita a un romanzo che fagocita ogni aspetto della contemporaneità, dalla famiglia alla società, passando ovviamente per la religione. La sua opera è un compendio di cosa è significato e tuttora significa essere degli ebrei negli Stati Uniti, gettando uno sguardo sul futuro, immaginandosi la distruzione dello stato di Israele e il senso di spaesamento di una stirpe predestinata alla sofferenza e alla distanza.

A quello spazio che ha definito l’identità di un popolo rispetto al luogo di appartenenza, a quella distanza che lo unisce ad un Dio imperscrutabile, a cui rispondere “Eccomi” diventa la sfida più intensa che un uomo possa vivere nel presente.


Le prime frasi del romanzo:

I

Prima della guerra

Tornare alla felicità

Quando la distruzione di Israele ebbe inizio, Isaac Bloch stava meditando se suicidarsi o trasferirsi alla Casa ebraica. Aveva vissuto in un appartamento rivestito di libri fino al soffitto, con tappeti così folti da inghiottire dadi; poi in una stanza e mezza con il pavimento in terra battuta; su pavimenti di foresta sotto stelle incuranti; sotto le assi del pavimento di un cristiano che, a distanza di mezzo mondo e tre quarti di secolo, sarebbe stato ricordato con un albero piantato nel Giardino dei Giusti; in una buca, per tanti di quei giorni che le sue ginocchia non sarebbero mai più riuscite a distendersi del tutto; tra zingari e partigiani e polacchi non troppo disonesti; in campi di transito, di rifugiati e di profughi; su una nave, con una bottiglia con una nave dentro, miracolosa costruzione di un agnostico insonne; dall’altro lato di un oceano che non avrebbe mai completamente attraversato; sopra una mezza dozzina di negozi di alimentari che si era ammazzato a sistemare e rivendere con un profitto minimo; accanto a una donna che ricontrollava le serrature fino a romperle e che era morta di vecchiaia a quarantadue anni senza una sillaba di lode in gola, ma con le cellule della madre assassinata che ancora le si dividevano nel cervello; e infine, nell’ultimo quarto di secolo, in una casetta a due piani a Silver Spring, silenziosa come un globo di neve: un librone fotografico di Roman Vishniac che ingialliva sul tavolino del soggiorno; Nemici. Una storia d’amore che si smagnetizzava nell’ultimo videoregistratore funzionante al mondo; insalata di uova che diventava influenza aviaria in un frigorifero mummificato in un involucro di fotografie di pronipoti splendidi, geniali, senza tumori.
Gli orticoltori tedeschi avevano potato l’albero genealogico di Isaac fino alle sue radici nel suolo galiziano. Ma grazie a fortuna e intuito e senza aiuti dall’alto, lui lo aveva trapiantato nei marciapiedi di Washington, D.C., ed era vissuto fino a vederne ricrescere i rami. E a meno che l’America non si fosse messa contro gli ebrei – o fino a quando, l’avrebbe corretto suo figlio Irv – l’albero avrebbe continuato a produrre rami e germogli. Naturalmente Isaac sarebbe stato di nuovo in una fossa, a quel punto. Non avrebbe mai raddrizzato le ginocchia, ma alla sua ignota età, dopo chissà quanti oltraggi chissà quanto vicini, era ora di disserrare i suoi pugni ebraici e ammettere l’inizio della fine. La distanza che separa l’ammettere dall’accettare è la depressione.
Anche a prescindere dalla distruzione di Israele, la tempistica non era propizia: mancavano poche settimane al Bar Mitzvah del suo primo pronipote, che Isaac aveva fissato come traguardo della propria vita dopo aver varcato il traguardo precedente, la nascita dell’ultimo pronipote. Ma non si può stabilire quando l’anima di un vecchio ebreo lascerà libero il suo corpo e il corpo lascerà libera l’ambita stanza singola per il prossimo corpo in lista d’attesa. E neppure si può affrettare o rinviare il raggiungimento dell’età adulta. E d’altra parte, l’acquisto di una decina di biglietti aerei non rimborsabili, la prenotazione di un pacchetto di stanze al Washington Hilton, il versamento di ventitremila dollari di acconti e anticipi per un Bar Mitzvah che è in calendario dalle ultime Olimpiadi invernali non possono garantire che si farà.

Recensioni dei clienti

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    Laura

    03/08/2017 09:57:25

    In questo libro c'è tutto: l'amore, il matrimonio, i figli, la famiglia, la guerra, la vita, la storia. La scrittura è eccellente: ogni passaggio rimane scolpito nella mente ed sembra la risposta a qualcosa che ti sei sempre chiesto. E' un libro che consola delle proprie mancanze e dei propri limiti. "Non ci sono miracoli. Non più. E non ci sono rimedi per le ferite che feriscono di più. C'è solo la medicina di credere nel dolore dell'altro e esserci"

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    Stepan

    06/06/2017 13:57:57

    Beh, alla fine non l'ho trovato noioso come dice qualcuno, ma dispersivo e, soprattutto trovo molto falso che tutti nei dialoghi siano così civili e intelligenti e facciano discorsi complessi, parlano "come libri stampati". Non voglio il naturalismo a tutti i costi, ma credo che nella vita nessuno parli così, ribattendo sempre o con arguzia o con complessi ragionamenti e deduzioni psicologiche

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    tiziana

    17/04/2017 09:48:39

    ho pensato più volte di abbandonare la lettura di questo libro, poi mi sono imposta di finirlo perchè non amo lasciare le cose a metà, ma ho impiegato davvero tanto ma tanto tempo e non mi ha lasciato niente nessun bel ricordo solo l'amarezza di aver perso tempo dietro alla lettura noiosa e pesante. l' unico respiro di sollievo nella lettura l'ho avuto quando il protagonista ha ucciso l'avatar del gioco del figlio e ha poi cercato di rimediare.

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    Pessimo

    19/03/2017 19:27:21

    Uno dei libri più brutti della letteratura contemporanea. Mi sono obbligata a leggerlo, ma è stato faticosissimo. Una storia senza senso, a tratti irreale, dei bambini che parlano e pensano come adulti, un incedere lentissimo e prolisso. Pagibe e pagine sulle tradizioni religiose ebraiche nelle quali la famiglia protagonista neanche crede. Non credo che leggerò mai più quest'autore. È così difficile ritagliarmi degli spazi per dedicarmi alla lettura e non li sprecherò per Foer.

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    chiara

    24/02/2017 20:21:29

    "Forse nella prossima vita i sentimenti non l'avrebbero risucchiato in modo così totale e gli sarebbe rimasta una parte di sè per capire" Jonathan Safran Foer "Eccomi" Famiglia ebrea borghese che vive negli Stati Uniti. Mamma, papà e tre figli maschi minorenni. Quindici anni di matrimonio, di un amore serio e profondo che sta per finire nella malinconia dei ricordi e delle routine, nei dubbi del fare la cosa giusta. Tutte scelte permeate dalla cultura ebraica (laica se possibile), dalla storia e dall'attualità di un popolo da sempre in lotta con il mondo e con se stesso. E' un librone denso di significati (persino il cane Argo, incontinente alle feci, lascia il dubbio all'umile lettore di aver compreso la sua funzione narrativa), una lettura impegnativa; scritto da un radical chic per i suoi pari, possibilmente di cultura ebraica. Tenere e delicate le pagine dedicare all'amore peri figli.

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    Arrigo

    13/02/2017 15:20:42

    Il talento senza maturità genera libri come questo: belle pagine perdute in un mare di incontinenza. Si è perduta la generazione degli editor che sapevano imporre i tagli agli scrittori incapaci di farsi adulti.

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    Sonia

    08/02/2017 13:11:28

    Libro prolisso. Andrebbero eliminate pagine e pagine di dialoghi inconcludenti. Noioso e pesante. Dove è finito l'autore dei primi tempi?

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    adele m

    11/01/2017 09:30:48

    Eccomi: la vita è preziosa e io vivo nel mondo...sono pronto. Come sottrarsi? A che serve pensare non è giusto! Non voglio che succeda. Non sono pronto perchè succeda. Non Puo' succedere...non puoi impedire alle cose di succedere . Puoi solo scegliere di non esserci, come ha fatto il nonno Isaac, oppure scegliere la dedizione completa, come Jacob. O forse è Jacob che sceglie di non esserci, e il bisnonno che ha scelto la dedizione completa. Essere e non essere, questa è la risposta. Ammettere “questo sono io” e accettare che è diverso da “quello che vorrei essere”...la distanza che li separa è la depressione e il non avere il coraggio o la motivazione che spinge ad agire. Il Bar mitzvah di Sam non è che il passaggio alla vita adulta di Foer: non piu' ogni cosa è illuminata, ogni cosa nella vita reale è solitudine, sofferenza e incomprensione. “Alla fine riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare”; “Anche non avere scelta è una scelta” ; “Inseguendo la felicità, smarriamo la soddisfazione”; “Vivere la vita sbagliata è molto peggio che morire della morte sbagliata”. “Qual è l'epitome della vita? (Essenza della)”. Interrogativi esistenziali che si intrecciano con quelli della storia del popolo ebraico e che costringono chi riflette su tali tematiche a portare un fardello pesante e carico di responsabilità; tanti “chiodi che trafiggono le mani, cioè Aspettative. Doveri. Comandamenti. Voglia di compiacere tutti. E tutto il resto (puoi ritenerti fortunato: non piangere per me, vivi per me...)”. E se tutto questo pensare e trovare significati non trovasse alcuna alcuna spiegazione? Aqua seafoam shame. Foer ci costringe a leggere tutto d'un fiato il suo romanzo nella speranza di riuscire finalmente a scoprire la parola che inizia con n...è la nostra speranza migliore! Che buffo! Che buffo! Che buffo!

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    carlo

    23/12/2016 19:46:07

    il libro mi ha lasciato perplesso. Ci sono dei pezzi molto belli soprattutto i dialoghi, ma la storia mi é risultata di difficile comprensione. Non all'altezza dei precedenti.

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    mara

    17/12/2016 17:12:30

    trama senza senso, personaggi senza spessore. in una parola: sconclusionato.

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    as

    21/10/2016 15:25:46

    voto medio perchè rappresenta bene gli alti e bassi che ho vissuto in questo libro momneti emozionanti, momenti ben scritti, momneti noiosi e talora incomprensibili

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    Stefano

    17/10/2016 13:29:39

    Fino a qualche anno fa, quando mi imbattevo in certe opere mi sforzavo di capire, di mettermi dalla parte dell'autore. Ora non più. Ora rivendico il diritto di abbandonare un libro e di non terminarne la lettura. Non devo essere sempre io a capire: il primo requisito di un autore, secondo me, è proprio quello di farsi comprendere. Per questo, dopo aver sopportato questa storia improbabile e inutilmente verbosa per circa 180 pagine, ho deciso di riporre questo libro e di metterci una pietra sopra. Fra le tante cose sballate, la più fastidiosa è il ragazzino saccente che a 12 anni parla come se ne avesse 120. Per me, non ci siamo proprio. Giudizio: illeggibile.

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    Agata

    17/10/2016 12:34:53

    L'ho atteso e atteso e atteso. Alla fine è arrivato l'ultimo romanzo di Foer. L'ho letteralmente "divorato" perché volevo comunque vedere dove andava a parare e per capire se alla fine potevo dire che mi era piaciuto. Ma non mi è piaciuto, escludendo qualche pagina qua e là dove Foer c'era ancora. Le pagine che descrivono la scoperta del sesso del ragazzino di 10/12 anni sono poi di un tale squallore e cattivo gusto da far riflettere sulla legalità di esporre anche solo in letteratura e con tale crudezza ciò che sta coinvolgendo un bambino!!! E in quelle righe c'è un autocompiacimento assurdo da parte dello scrittore: all'inizio le prodezze erotiche del ragazzino sembrava facessero ridere, ma alla fine si resta molto molto perplessi.

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    marcello

    12/10/2016 14:21:31

    E' rarissimo che mi capiti di non finire un libro, in questo caso ho resistito fino a pag.200 e poi ho ceduto le armi. Ritmo incalzante per una trama lentissima, l'interesse per la psicologia dei personaggi è affogato in una ripetitività di azioni e reazioni esasperante. Il tutto intriso di religiosità e consuetudine ebraica considerate ma anche ignorate se non derise. Una vera palla ! Meglio passare ad altro. Non so come possa aver fatto chi ha finito le oltre 700 pagine, me lo faccia sapere.

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    TONY CLIFTON

    12/10/2016 11:47:02

    Insopportabile, prolisso, minestrone da cui emerge un'irrefrenabile autocompiacimento. Professore di scrittura creativa, salutato come ragazzo prodigio in passato, Foer ingaggia una gara con se stesso per dimostrare ad ogni riga la sua bravura. Il risultato è stucchevole e deludente. La scrittura è vista come il fine e non il mezzo; oceanici dialoghi impossibili e fanta-politica kosher soffocano un romanzo senza cuore e senza anima. L'incontinente scrittore sembra voler assurgere al ruolo di paladino radical-chic. Mi spiace, bocciato.

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    Lorenza

    11/10/2016 08:15:41

    Il ragazzo è tornato e si è fatto uomo. Quando si cresce si cambia, si perde la magia e il disincanto e questo succede anche in Eccomi, sicuramente non è all'altezza dei suoi predecessori (Ogni cosa è illuminata, Molto forte incredibilmente vicino) è un libro più ostico. Incentrato molto sulla religione ebraica, uno dei fulcri su cui ruota buona parte del racconto è il Bar Mitzvah di Sam, e sulla crisi dell'identità ebraica "essere ebrei è più difficile", è un mattone di 600 pagine dove ogni tanto torna la delicatezza e la poesia di Foer che conoscevo e torna l'importanza delle parole e del loro significato "mio padre diceva sempre che non esistono brutte parole, solo un cattivo uso". Mi è piaciuto? Si. Mi aspettavo di più? Si, perché ero legata al ricordo del giovane Foer, ma le aspettative ci fregano sempre, se fossi in grado di fare tabula rasa lo consiglierei!

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    giana

    10/10/2016 18:56:29

    No mi esprimo sul voto perché sono ancora a metà, ma mi sembra un incrocio tra Philip Roth e Woody Allen. Troppo incentrato sulla morale e sulla religione ebraica, torah, hannuka, bar mitzwah, ecc. Con sprazzi di umorismo alla Woody Allen e troppi dialoghi e ragionamenti contorti da parte di un bambino di 12 anni, che non so se proprio siano realistici. Aspetto di arrivare alla fine per esprimere un giudizio, spero che sia all'altezza degli altri due romanzi di Foer che ho apprezzato tanto.

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    ulisse

    07/10/2016 09:32:26

    abbandonato dopo venti pagine (costo : un euro a pagina). Non ne potevo più della linea narrativa sconclusionata e caotica e dello stile ampolloso di questo acclamato scrittore. Passo volentieri ad altro.

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    turidduzzu

    06/10/2016 09:30:02

    Nevrotico indisponente ma la scrittura di Foer è sublime

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    enrico.s

    16/09/2016 16:56:49

    Tanto tuonò che non piovve. Anni di attesa dal precedente romanzo (bellissimo) per ritrovarsi tra le mani un lavoro deludente sia sotto l'aspetto estetico (scrittura sciatta, dialoghi che sembrano presi di peso da sitcom di serie b, giochini di parole finto intelligenti, personaggi, intesi come tipi umani, quasi tutti irritanti e da me insopportabili), che sotto l'aspetto cognitivo (cosa ci insegna di nuovo o cosa ci dice di profondo questo ennemillesimo ritratto di famiglia americana benestante progressista in crisi? ...nulla; tutto già visto e rivisto). Meglio sorvolare, poi, sull'elemento "politico" (la questione israeliana) inserito a forza nella trama principale, trattato in modo che dire grossolano e grottesco è poco. Sembra che il lungo periodo di assenza dalla narrativa abbia arrugginito il talento di Foer, che solo per brevissimi lampi si rivela tra lunghe pagine di rara banalità. Provaci ancora, Safran...

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