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Eccomi - Jonathan Safran Foer - copertina

Eccomi

Jonathan Safran Foer

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Editore: Guanda
Anno edizione: 2016
In commercio dal: 29 agosto 2016
Pagine: 666 p., Rilegato
  • EAN: 9788823504882
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Ambientata a Washington durante quattro, convulse settimane, "Eccomi" è la storia di una famiglia in crisi. Mentre Jacob, Julia e i loro tre figli sono costretti a confrontarsi con la distanza tra la vita che desiderano e quella che si trovano a vivere, arrivano da Israele alcuni parenti in visita. I tradimenti coniugali veri o presunti, le frustrazioni professionali, le ribellioni adolescenziali e le domande esistenziali dei figli, i pensieri suicidi del nonno, la malattia del cane: tutto per Jacob e Julia rimane come sospeso quando un forte terremoto colpisce il Medio Oriente, innescando una serie di reazioni a catena che portano all'invasione dello stato di Israele. Di fronte a questo scenario inatteso, tutti sono costretti a confrontarsi con scelte a cui non erano preparati, e a interrogarsi sul significato della parola casa.
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    Marco

    20/09/2019 10:48:03

    Un libro difficile. Per stile, per temi, per trama. Ha ragione chi lo ha detestato. Ma ha più ragione chi è riuscito ad andare oltre quella corazza di spine e reticolati che l'autore ha messo intorno a un nocciolo di delicatissime verità personali, di dolore vero, di autobiografia (?). Un libro che mescola tutto, come fa la vita, e che rende a volte impossibile capirci qualcosa, come fa la vita: e che rende anche indecifrabile, fino alle ultime pagine, sapere come andrà a finire, come succede con la vita. O come fa la letteratura, quando mette la vita su una serie di pagine coperte da segni inchiostrati, per parlare di noi, di quello che abbiamo dentro, di quello che abbiamo intorno. Safran Foer non è un autore "per tutti". Ma se si ha fiducia in lui come scrittore, quello che leggerete qui dentro vi riguarda, di sicuro.

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    anna

    11/03/2019 18:28:35

    Sicuramente è un grande romanzo, un romanzo-mondo che vive contemporaneamente su molti piani: la crisi di una coppia apparentemente affiatata, un po' stucchevolmente progressista e quasi felice; la vita dei tre figli della coppia, splendidamente raffigurati; la possibile distruzione di Israele davanti al disinteresse e al cinismo, se non all'intima soddisfazione, di quasi tutto il mondo. E ancora: il sesso, il tradimento, la vigliaccheria, l'infelicità, l'ironia, l'amore paterno, l'amore materno, l'amore (e odio) verso la vita, la grande tradizione ebraica, la ricerca di capire se stessi e gli altri. Un libro che ti graffia l'anima. Pur rimanendo il punto di vista dell'autore sempre esterno ai personaggi, nel senso che la narrazione non è mai in prima persona. Un libro che non lascia indifferenti ma costringe il lettore a confrontare la propria realtà con quella dei protagonisti.

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    lucia

    10/03/2019 10:17:57

    sarà senza dubbio colpa mia, ma questo autore non riesce a piacermi, lo trovo sopravvalutato

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    Clara

    08/03/2019 14:57:40

    Un romanzo in cui tutte le scelte dei protagonisti sono permeate dalla cultura ebraica, dalla storia e dall'attualità di un popolo da sempre in lotta con il mondo e con se stesso. Il sogno della perfezione americana arricchita dalla profondità di questa cultura così fedele alle tradizioni, ma alleggerita dalla laicità e da una certa distanza intellettuale ed emotiva da Israele e da tutto ciò che significa. E' un libro denso di significati che impone una lettura impegnata e riflessiva.

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    stefano

    19/11/2018 07:56:20

    Una famiglia ebraico-americana, si ritrova in crisi. Un terremoto mette in ginocchio Israele. Ad un tratto gli equilibri saltano, la storia cambia traiettoria e ognuno deve cominciare a fare i conti con se stesso, con il passato, il presente, le tradizioni. Jacob è il prototipo di un uomo combattuto e fragile, buono, egoista, che non trova nelle sue origini ebraiche le risposte che cerca, ma non riesce ad eluderne l'influenza. I figli e la moglie vivono gli stessi imbarazzi e le stesse perplessità, ognuno impelagato a sciogliere i dubbi. La coppia giunge all'inevitabile ed i figli impegnati a comprendere da che parte stare. La famiglia, insomma, come laboratorio di ricerca narrativa. Foer sa scrivere come pochi ed è un virtuoso, capace di trasmettere tutta la complessità dei rapporti umani con elegante efficacia. Appare evidente quanto altri scrittori di origine ebraica lo abbiano influenzato e quanto lui creda nella tradizione letteraria americana. Si tratta, complessivamente, di un bel libro, forse non adatto a tutti, ma, nel momento in cui ci si lascia trasportare dalla corrente, è un piacere starci dentro.

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    fabio carbone

    18/09/2018 16:55:12

    Quando ho finito di leggere questo libro, ho sentito un profondo rimpianto di non esser nato ebreo, con la forza d’animo e la solidità che contraddistingue questo splendido popolo. Ho rimpianto di non aver fatto parte di una straordinaria famiglia nonostante finisca per dissolversi in modo inaspettato e straordinario. Il rimpianto di non aver avuto quei genitori,quei figli e nonni con i loro principi, hobby e lavori che tutti vorrebbero. Ho riso abbastanza e pianto poco, grazie di tutto Jonathan.

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    nelly61

    09/01/2018 07:42:24

    l'ho trovato geniale. C'è veramente tutto. Magari può risultare pesante ma è veramente scritto in maniera intelligente. Scava nell'intimo delle persone e ha il coraggio di raccontare i sentimenti più intimi. Ti costringe a interrogarti sul tuo matrimonio, sulle tue aspettative, i desideri più nascosti. Cosa significa essere ebreo in America? Non vivi solo la tua vita ma devi vivere anche per chi non è sopravvissuto

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    Laura

    03/08/2017 09:57:25

    In questo libro c'è tutto: l'amore, il matrimonio, i figli, la famiglia, la guerra, la vita, la storia. La scrittura è eccellente: ogni passaggio rimane scolpito nella mente ed sembra la risposta a qualcosa che ti sei sempre chiesto. E' un libro che consola delle proprie mancanze e dei propri limiti. "Non ci sono miracoli. Non più. E non ci sono rimedi per le ferite che feriscono di più. C'è solo la medicina di credere nel dolore dell'altro e esserci"

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    Stepan

    06/06/2017 13:57:57

    Beh, alla fine non l'ho trovato noioso come dice qualcuno, ma dispersivo e, soprattutto trovo molto falso che tutti nei dialoghi siano così civili e intelligenti e facciano discorsi complessi, parlano "come libri stampati". Non voglio il naturalismo a tutti i costi, ma credo che nella vita nessuno parli così, ribattendo sempre o con arguzia o con complessi ragionamenti e deduzioni psicologiche

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    tiziana

    17/04/2017 09:48:39

    ho pensato più volte di abbandonare la lettura di questo libro, poi mi sono imposta di finirlo perchè non amo lasciare le cose a metà, ma ho impiegato davvero tanto ma tanto tempo e non mi ha lasciato niente nessun bel ricordo solo l'amarezza di aver perso tempo dietro alla lettura noiosa e pesante. l' unico respiro di sollievo nella lettura l'ho avuto quando il protagonista ha ucciso l'avatar del gioco del figlio e ha poi cercato di rimediare.

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    Pessimo

    19/03/2017 19:27:21

    Uno dei libri più brutti della letteratura contemporanea. Mi sono obbligata a leggerlo, ma è stato faticosissimo. Una storia senza senso, a tratti irreale, dei bambini che parlano e pensano come adulti, un incedere lentissimo e prolisso. Pagibe e pagine sulle tradizioni religiose ebraiche nelle quali la famiglia protagonista neanche crede. Non credo che leggerò mai più quest'autore. È così difficile ritagliarmi degli spazi per dedicarmi alla lettura e non li sprecherò per Foer.

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    chiara

    24/02/2017 20:21:29

    "Forse nella prossima vita i sentimenti non l'avrebbero risucchiato in modo così totale e gli sarebbe rimasta una parte di sè per capire" Jonathan Safran Foer "Eccomi" Famiglia ebrea borghese che vive negli Stati Uniti. Mamma, papà e tre figli maschi minorenni. Quindici anni di matrimonio, di un amore serio e profondo che sta per finire nella malinconia dei ricordi e delle routine, nei dubbi del fare la cosa giusta. Tutte scelte permeate dalla cultura ebraica (laica se possibile), dalla storia e dall'attualità di un popolo da sempre in lotta con il mondo e con se stesso. E' un librone denso di significati (persino il cane Argo, incontinente alle feci, lascia il dubbio all'umile lettore di aver compreso la sua funzione narrativa), una lettura impegnativa; scritto da un radical chic per i suoi pari, possibilmente di cultura ebraica. Tenere e delicate le pagine dedicare all'amore peri figli.

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    Arrigo

    13/02/2017 15:20:42

    Il talento senza maturità genera libri come questo: belle pagine perdute in un mare di incontinenza. Si è perduta la generazione degli editor che sapevano imporre i tagli agli scrittori incapaci di farsi adulti.

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    Sonia

    08/02/2017 13:11:28

    Libro prolisso. Andrebbero eliminate pagine e pagine di dialoghi inconcludenti. Noioso e pesante. Dove è finito l'autore dei primi tempi?

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    adele m

    11/01/2017 09:30:48

    Eccomi: la vita è preziosa e io vivo nel mondo...sono pronto. Come sottrarsi? A che serve pensare non è giusto! Non voglio che succeda. Non sono pronto perchè succeda. Non Puo' succedere...non puoi impedire alle cose di succedere . Puoi solo scegliere di non esserci, come ha fatto il nonno Isaac, oppure scegliere la dedizione completa, come Jacob. O forse è Jacob che sceglie di non esserci, e il bisnonno che ha scelto la dedizione completa. Essere e non essere, questa è la risposta. Ammettere “questo sono io” e accettare che è diverso da “quello che vorrei essere”...la distanza che li separa è la depressione e il non avere il coraggio o la motivazione che spinge ad agire. Il Bar mitzvah di Sam non è che il passaggio alla vita adulta di Foer: non piu' ogni cosa è illuminata, ogni cosa nella vita reale è solitudine, sofferenza e incomprensione. “Alla fine riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare”; “Anche non avere scelta è una scelta” ; “Inseguendo la felicità, smarriamo la soddisfazione”; “Vivere la vita sbagliata è molto peggio che morire della morte sbagliata”. “Qual è l'epitome della vita? (Essenza della)”. Interrogativi esistenziali che si intrecciano con quelli della storia del popolo ebraico e che costringono chi riflette su tali tematiche a portare un fardello pesante e carico di responsabilità; tanti “chiodi che trafiggono le mani, cioè Aspettative. Doveri. Comandamenti. Voglia di compiacere tutti. E tutto il resto (puoi ritenerti fortunato: non piangere per me, vivi per me...)”. E se tutto questo pensare e trovare significati non trovasse alcuna alcuna spiegazione? Aqua seafoam shame. Foer ci costringe a leggere tutto d'un fiato il suo romanzo nella speranza di riuscire finalmente a scoprire la parola che inizia con n...è la nostra speranza migliore! Che buffo! Che buffo! Che buffo!

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    carlo

    23/12/2016 19:46:07

    il libro mi ha lasciato perplesso. Ci sono dei pezzi molto belli soprattutto i dialoghi, ma la storia mi é risultata di difficile comprensione. Non all'altezza dei precedenti.

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    mara

    17/12/2016 17:12:30

    trama senza senso, personaggi senza spessore. in una parola: sconclusionato.

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    as

    21/10/2016 15:25:46

    voto medio perchè rappresenta bene gli alti e bassi che ho vissuto in questo libro momneti emozionanti, momenti ben scritti, momneti noiosi e talora incomprensibili

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    Stefano

    17/10/2016 13:29:39

    Fino a qualche anno fa, quando mi imbattevo in certe opere mi sforzavo di capire, di mettermi dalla parte dell'autore. Ora non più. Ora rivendico il diritto di abbandonare un libro e di non terminarne la lettura. Non devo essere sempre io a capire: il primo requisito di un autore, secondo me, è proprio quello di farsi comprendere. Per questo, dopo aver sopportato questa storia improbabile e inutilmente verbosa per circa 180 pagine, ho deciso di riporre questo libro e di metterci una pietra sopra. Fra le tante cose sballate, la più fastidiosa è il ragazzino saccente che a 12 anni parla come se ne avesse 120. Per me, non ci siamo proprio. Giudizio: illeggibile.

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    Agata

    17/10/2016 12:34:53

    L'ho atteso e atteso e atteso. Alla fine è arrivato l'ultimo romanzo di Foer. L'ho letteralmente "divorato" perché volevo comunque vedere dove andava a parare e per capire se alla fine potevo dire che mi era piaciuto. Ma non mi è piaciuto, escludendo qualche pagina qua e là dove Foer c'era ancora. Le pagine che descrivono la scoperta del sesso del ragazzino di 10/12 anni sono poi di un tale squallore e cattivo gusto da far riflettere sulla legalità di esporre anche solo in letteratura e con tale crudezza ciò che sta coinvolgendo un bambino!!! E in quelle righe c'è un autocompiacimento assurdo da parte dello scrittore: all'inizio le prodezze erotiche del ragazzino sembrava facessero ridere, ma alla fine si resta molto molto perplessi.

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(…) Eccomi racconta le vicende dei Bloch, una famiglia ebreo-americana che, come quella d’origine di Foer, vive a Washington D.C. Jacob, il protagonista, è un padre nostalgico e arguto osservatore della realtà; uno sceneggiatore televisivo arrivato alla soglia della mezza età scrivendo per una serie in cui non si riconosce, riponendo letteralmente in un cassetto il suo sogno-sceneggiatura che aspira a narrare, e quindi a comprendere, la sua famiglia. E poi Julia, mossa da una cieca forza creatrice di madre e architetto; i figli Sam, Max e Benji, tre menti critiche e spigliate che ricordano, per originalità di spirito e umorismo, i protagonisti dei precedenti romanzi di Foer. (…).

La storia dei Bloch sa di saga familiare pur non avendone l’ampio respiro storico: è schiacciata su un presente tragico e feroce e le generazioni che vi si confrontano si accavallano, ciascuna con il proprio fardello, contraendosi in un nucleo di relazioni tese e prospettive discordanti. (…) Quando un terribile terremoto mette in ginocchio il Medio Oriente e la minaccia della distruzione di Israele da parte dei vicini paesi arabi risuona in tutto il mondo, ogni membro della famiglia reagisce in modo differente. Questa riflessione espande la portata della storia fino a inondare la banalità delle cose di tutti i giorni: si discute di partire per Israele per aiutarne i cittadini mentre si riempie la lavastoviglie, ci si domanda quale sia il futuro del popolo ebraico sorseggiando una birra.

Il riferimento geo-politico a Israele non può non attingere alla produzione letteraria di Philip Roth, inserendosi così nel dibattito che preme la comunità ebraico-americana a interrogarsi sulla propria identità, sulla possibilità di credere in una sola “terra promessa”, sul dissidio tra la quotidianità della cultura secolare e l’appartenenza tribale a una religione millenaria. Alla catastrofe che travolge Israele, seguita da un impatto mondiale e segnata da un’innegabile specificità ebraica, si contrappone la tragedia intima ma universale del matrimonio in crisi tra Jacob e Julia, un rapporto precipitato perché “la vita era diventata molto più piccola dentro che fuori, creando una cavità, un vuoto”. Sono questi i passaggi in cui la narrazione raggiunge il climax, incuneandosi in una tensione tra micro e macro, tra globale e personale, assoluto e contingente che rende Eccomi un’emozionante e coraggiosa epica dell’ordinarietà. (…).

Eccomi è un romanzo di scelte incompiute e di tentativi falliti. (…) E proprio questa audace rincorsa alla piccola, grande eroicità umana lo rende una lettura da perdere il fiato.

Recensione di Alice Balestrino


L’attesa è finita: a dieci anni dal suo straordinario best seller «Molto forte, incredibilmente vicino», il ritorno di uno dei maggiori talenti della narrativa americana con una storia eccezionale.

«Un ritorno forte, che mescola tradizione e sperimentazione, dedicato all’amore e alla sua dissoluzione.»Antonio Monda, la Repubblica

«Opera-mondo che si insinua nelle fondamenta della società, e nei nostri amori.»Marco Missiroli, Corriere della Sera

«Foer agguanta il tema del confronto fra tradizione americana, ebraismo e intolleranza armata… con scrittura millimetrica dove ogni particolare è in primo piano, come in una tela di Seraut.»Gianni Riotta, La Stampa

«A chi chiederà come eravamo nel 2016, dovremmo far leggere Eccomi di Joanthan Safran Foer.»Elena Stancanelli, D la Repubblica

Le distanze sono fattori di identità. Segmenti evanescenti, eppure onnipresenti, capaci di tracciare i contorni della tua esistenza. Uno spazio definito da quei precari confini marcati dalla eco della tua percezione, quella scomposta presenza che chiami vita, e il suono del tempo che ti piomba addosso, trascinandoti sempre più lontano da te stesso, dalla tua famiglia, dal tuo popolo, dal tuo Dio.
Rispondere “Eccomi” alla chiamata di ognuno di essi significa azzerare le distanze, ovverosia amare o avere fede, ma esserci per qualcun altro comporta una scelta, cioè la rinuncia a parte della propria identità.

Il libro di Foer è l’esplorazione di questo sacrificio, dell’impossibilità di esserci per tutti e del quotidiano tentativo di porvi rimedio, uno sforzo spesso vano, ma che rivela quanto un individuo è disposto a perdere del proprio io pur di amare. Nel capitolo più importante, Sam, il figlio del protagonista, spiega che il reale sacrificio chiesto ad Abramo non è stata la richiesta di uccidere Isacco, ma la risposta immediata alla chiamata divina, quell’Eccomi pronunciato nella Bibbia solo in quel frangente. Abramo si rendeva presente a qualcuno che non fosse egli stesso, abiurando in quel preciso istante ogni altra possibile identità che non corrispondesse a quella di uomo di fede.
L’indagine di Foer non si nutre solamente di presenze e assenze affettive, riuscendo a lambire i territori già battuti, ma raramente con una tale intensità, dell’identità ebraica attraverso un ritratto famigliare.
Isaac, Irving, Jacob e Sam. Quattro generazioni che riassumono il cammino del popolo ebraico negli Stati Uniti nel corso di un secolo. Da Isaac, il bisnonno, matusalemme scampato ai campi di concentramento, fino al pronipote Sam, il dodicenne secolarizzato obbligato al Bar Mitzvah, immerso nei social e in una seconda vita virtuale. Tra questi estremi il nonno Irv, sionista disilluso che lotta per difendere le proprie radici e papà Jacob, il vero protagonista, l’alter ego di Foer, l’intellettuale nevrotico che deve conciliare il ruolo di pater familias con le proprie ambizioni, senza dimenticare le responsabilità etiche nei confronti del proprio popolo, un fardello che persino un ebreo praticamente ateo avverte.
“Epitome” è un termine che leggerete spesso. Compare svariate volte, nei dialoghi e come titolo di diversi capitoli. Una parola regolarmente pronunciata dai protagonisti, come se fosse una chiave di lettura delle proprie vite. Una parola messa in bocca a bambini troppo precoci e intelligenti per perdonare lo sfaldamento del legame dei genitori e pronunciata da adulti compiaciuti ma debolissimi, frastornati dal diradarsi degli affetti, messi alla prova dalle distanze azzerate, dalle identità negate.
Si può essere un’epitome di sé stessi? Una versione abbreviata ma fedele di ciò che si deve essere? Foer prova a rispondere a questa domanda esistenziale, dando vita a un romanzo che fagocita ogni aspetto della contemporaneità, dalla famiglia alla società, passando ovviamente per la religione. La sua opera è un compendio di cosa è significato e tuttora significa essere degli ebrei negli Stati Uniti, gettando uno sguardo sul futuro, immaginandosi la distruzione dello stato di Israele e il senso di spaesamento di una stirpe predestinata alla sofferenza e alla distanza.

A quello spazio che ha definito l’identità di un popolo rispetto al luogo di appartenenza, a quella distanza che lo unisce ad un Dio imperscrutabile, a cui rispondere “Eccomi” diventa la sfida più intensa che un uomo possa vivere nel presente.


Le prime frasi del romanzo:

I

Prima della guerra

Tornare alla felicità

Quando la distruzione di Israele ebbe inizio, Isaac Bloch stava meditando se suicidarsi o trasferirsi alla Casa ebraica. Aveva vissuto in un appartamento rivestito di libri fino al soffitto, con tappeti così folti da inghiottire dadi; poi in una stanza e mezza con il pavimento in terra battuta; su pavimenti di foresta sotto stelle incuranti; sotto le assi del pavimento di un cristiano che, a distanza di mezzo mondo e tre quarti di secolo, sarebbe stato ricordato con un albero piantato nel Giardino dei Giusti; in una buca, per tanti di quei giorni che le sue ginocchia non sarebbero mai più riuscite a distendersi del tutto; tra zingari e partigiani e polacchi non troppo disonesti; in campi di transito, di rifugiati e di profughi; su una nave, con una bottiglia con una nave dentro, miracolosa costruzione di un agnostico insonne; dall’altro lato di un oceano che non avrebbe mai completamente attraversato; sopra una mezza dozzina di negozi di alimentari che si era ammazzato a sistemare e rivendere con un profitto minimo; accanto a una donna che ricontrollava le serrature fino a romperle e che era morta di vecchiaia a quarantadue anni senza una sillaba di lode in gola, ma con le cellule della madre assassinata che ancora le si dividevano nel cervello; e infine, nell’ultimo quarto di secolo, in una casetta a due piani a Silver Spring, silenziosa come un globo di neve: un librone fotografico di Roman Vishniac che ingialliva sul tavolino del soggiorno; Nemici. Una storia d’amore che si smagnetizzava nell’ultimo videoregistratore funzionante al mondo; insalata di uova che diventava influenza aviaria in un frigorifero mummificato in un involucro di fotografie di pronipoti splendidi, geniali, senza tumori.
Gli orticoltori tedeschi avevano potato l’albero genealogico di Isaac fino alle sue radici nel suolo galiziano. Ma grazie a fortuna e intuito e senza aiuti dall’alto, lui lo aveva trapiantato nei marciapiedi di Washington, D.C., ed era vissuto fino a vederne ricrescere i rami. E a meno che l’America non si fosse messa contro gli ebrei – o fino a quando, l’avrebbe corretto suo figlio Irv – l’albero avrebbe continuato a produrre rami e germogli. Naturalmente Isaac sarebbe stato di nuovo in una fossa, a quel punto. Non avrebbe mai raddrizzato le ginocchia, ma alla sua ignota età, dopo chissà quanti oltraggi chissà quanto vicini, era ora di disserrare i suoi pugni ebraici e ammettere l’inizio della fine. La distanza che separa l’ammettere dall’accettare è la depressione.
Anche a prescindere dalla distruzione di Israele, la tempistica non era propizia: mancavano poche settimane al Bar Mitzvah del suo primo pronipote, che Isaac aveva fissato come traguardo della propria vita dopo aver varcato il traguardo precedente, la nascita dell’ultimo pronipote. Ma non si può stabilire quando l’anima di un vecchio ebreo lascerà libero il suo corpo e il corpo lascerà libera l’ambita stanza singola per il prossimo corpo in lista d’attesa. E neppure si può affrettare o rinviare il raggiungimento dell’età adulta. E d’altra parte, l’acquisto di una decina di biglietti aerei non rimborsabili, la prenotazione di un pacchetto di stanze al Washington Hilton, il versamento di ventitremila dollari di acconti e anticipi per un Bar Mitzvah che è in calendario dalle ultime Olimpiadi invernali non possono garantire che si farà.
  • Jonathan Safran Foer Cover

    Jonathan Safran Foer (Washington 1977) è narratore statunitense. Nel 1999 si è recato in Ucraina per condurre ricerche sulla vita del nonno ebreo. Da quel viaggio è nato Ogni cosa è illuminata (2002), romanzo vincitore del National Jewish Book Award e del Guardian First Book Award. Un altro dramma sommesso della memoria è Molto forte, incredibilmente vicino (2005), divagazione di un ragazzo alle prese, tra foto di famiglia e altre reliquie, col ricordo del padre, vittima dell’attacco alle Torri Gemelle. Nel saggio Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (Eating animals, 2009) ha raccontato le motivazioni della propria scelta vegetariana. Nel 2007 è stato incluso nel Granta's Best of Young American Novelists. Tra gli altri libri... Approfondisci
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