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Descrizione

Ambientata a Washington durante quattro, convulse settimane, "Eccomi" è la storia di una famiglia in crisi. Mentre Jacob, Julia e i loro tre figli sono costretti a confrontarsi con la distanza tra la vita che desiderano e quella che si trovano a vivere, arrivano da Israele alcuni parenti in visita. I tradimenti coniugali veri o presunti, le frustrazioni professionali, le ribellioni adolescenziali e le domande esistenziali dei figli, i pensieri suicidi del nonno, la malattia del cane: tutto per Jacob e Julia rimane come sospeso quando un forte terremoto colpisce il Medio Oriente, innescando una serie di reazioni a catena che portano all'invasione dello stato di Israele. Di fronte a questo scenario inatteso, tutti sono costretti a confrontarsi con scelte a cui non erano preparati, e a interrogarsi sul significato della parola casa.
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Dettagli

2016
29 agosto 2016
666 p., Rilegato
9788823504882
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Indice


Le prime frasi del romanzo:

I

Prima della guerra

Tornare alla felicità

Quando la distruzione di Israele ebbe inizio, Isaac Bloch stava meditando se suicidarsi o trasferirsi alla Casa ebraica. Aveva vissuto in un appartamento rivestito di libri fino al soffitto, con tappeti così folti da inghiottire dadi; poi in una stanza e mezza con il pavimento in terra battuta; su pavimenti di foresta sotto stelle incuranti; sotto le assi del pavimento di un cristiano che, a distanza di mezzo mondo e tre quarti di secolo, sarebbe stato ricordato con un albero piantato nel Giardino dei Giusti; in una buca, per tanti di quei giorni che le sue ginocchia non sarebbero mai più riuscite a distendersi del tutto; tra zingari e partigiani e polacchi non troppo disonesti; in campi di transito, di rifugiati e di profughi; su una nave, con una bottiglia con una nave dentro, miracolosa costruzione di un agnostico insonne; dall’altro lato di un oceano che non avrebbe mai completamente attraversato; sopra una mezza dozzina di negozi di alimentari che si era ammazzato a sistemare e rivendere con un profitto minimo; accanto a una donna che ricontrollava le serrature fino a romperle e che era morta di vecchiaia a quarantadue anni senza una sillaba di lode in gola, ma con le cellule della madre assassinata che ancora le si dividevano nel cervello; e infine, nell’ultimo quarto di secolo, in una casetta a due piani a Silver Spring, silenziosa come un globo di neve: un librone fotografico di Roman Vishniac che ingialliva sul tavolino del soggiorno; Nemici. Una storia d’amore che si smagnetizzava nell’ultimo videoregistratore funzionante al mondo; insalata di uova che diventava influenza aviaria in un frigorifero mummificato in un involucro di fotografie di pronipoti splendidi, geniali, senza tumori.
Gli orticoltori tedeschi avevano potato l’albero genealogico di Isaac fino alle sue radici nel suolo galiziano. Ma grazie a fortuna e intuito e senza aiuti dall’alto, lui lo aveva trapiantato nei marciapiedi di Washington, D.C., ed era vissuto fino a vederne ricrescere i rami. E a meno che l’America non si fosse messa contro gli ebrei – o fino a quando, l’avrebbe corretto suo figlio Irv – l’albero avrebbe continuato a produrre rami e germogli. Naturalmente Isaac sarebbe stato di nuovo in una fossa, a quel punto. Non avrebbe mai raddrizzato le ginocchia, ma alla sua ignota età, dopo chissà quanti oltraggi chissà quanto vicini, era ora di disserrare i suoi pugni ebraici e ammettere l’inizio della fine. La distanza che separa l’ammettere dall’accettare è la depressione.
Anche a prescindere dalla distruzione di Israele, la tempistica non era propizia: mancavano poche settimane al Bar Mitzvah del suo primo pronipote, che Isaac aveva fissato come traguardo della propria vita dopo aver varcato il traguardo precedente, la nascita dell’ultimo pronipote. Ma non si può stabilire quando l’anima di un vecchio ebreo lascerà libero il suo corpo e il corpo lascerà libera l’ambita stanza singola per il prossimo corpo in lista d’attesa. E neppure si può affrettare o rinviare il raggiungimento dell’età adulta. E d’altra parte, l’acquisto di una decina di biglietti aerei non rimborsabili, la prenotazione di un pacchetto di stanze al Washington Hilton, il versamento di ventitremila dollari di acconti e anticipi per un Bar Mitzvah che è in calendario dalle ultime Olimpiadi invernali non possono garantire che si farà.

Valutazioni e recensioni

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Laura
Recensioni: 3/5

Questo libro non mi ha entusiasmata. Lo ho trovato difficile da leggere e poco scorrevole. L'autore ha una prosa complessa e ricca di citazioni, ma il tutto sembra un po' forzato, quasi fatto apposta per meravigliare il lettore. Ho fatto fatica a seguire ed amare i personaggi, appassionarmi alla storia ed arrivare alla fine. La mia notazione e' di tre stelle perche' ci sono passaggi molto carini, paragrafi divertenti e, generalmente, si nota un certo sforzo dell'autore nel comporre.

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pulli
Recensioni: 4/5

Safran Foer non si smentisce e attraverso un'apparente lettura leggera, un racconto, riesce a indagare elementi dell'anima dei personaggi (e del lettore, per quanto mi riguarda) che lasciano l'amaro in bocca. Non è stata una lettura facile dal punto di vista emotivo, ma scorrevole nonostante le oltre 600 pagine. Attualissimo per quanto riguarda le tematiche, riesce a spiegare la percezione della tradizione ebraica in una famiglia sotto ogni punto di vista attuale, dei giorni nosti.

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LEOPOLDO ROMAN
Recensioni: 3/5

Eccomi, finalmente sono riuscito a finirlo. E’ stata un’impresa, la quarantena coronavirus mi ha aiutato, ma alla fine ce l’ho fatta. Che dire? Giudicarlo un libro dell’anno, sicuramente è stato eccessivo. Certo contiene delle pagine di alta letteratura e più di qualche volta esprime concetti anche molto profondi, ma è troppo prolisso e ripetitivo per poterlo consigliare. Dedicare oltre 600 pagine alla descrizione di un complesso rapporto di coppia, dove comunque non si riesce mai ad afferrare cosa vogliono i protagonisti, confusi nelle scelte da fare, sempre incerti se seguire i propri istinti o i dettami della religione che professano, quella ebraica, ma senza mai esserne completamente convinti, è decisamente troppo. Per non parlare dei ritratti dei tre loro figli, genietti in miniatura, sempre con le battute pronte, ovviamente destinati ad un futuro radioso. L’ho letto perché questa vicenda si inseriva in un ipotetico evento geopolitico in un’area sempre al centro dell’attenzione del mondo: la distruzione di Israele in seguito ad un forte terremoto e ad una successiva guerra scatenata dai paesi arabi, cui doveva seguire una chiamata in patria di tutti gli ebrei sparsi per il mondo. Chiamata, la cui risposta ha dato il titolo al libro. C’è stata da parte del protagonista? Arrivate anche voi alla fine e lo capirete.

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Recensioni

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Voce della critica

(…) Eccomi racconta le vicende dei Bloch, una famiglia ebreo-americana che, come quella d’origine di Foer, vive a Washington D.C. Jacob, il protagonista, è un padre nostalgico e arguto osservatore della realtà; uno sceneggiatore televisivo arrivato alla soglia della mezza età scrivendo per una serie in cui non si riconosce, riponendo letteralmente in un cassetto il suo sogno-sceneggiatura che aspira a narrare, e quindi a comprendere, la sua famiglia. E poi Julia, mossa da una cieca forza creatrice di madre e architetto; i figli Sam, Max e Benji, tre menti critiche e spigliate che ricordano, per originalità di spirito e umorismo, i protagonisti dei precedenti romanzi di Foer. (…).

La storia dei Bloch sa di saga familiare pur non avendone l’ampio respiro storico: è schiacciata su un presente tragico e feroce e le generazioni che vi si confrontano si accavallano, ciascuna con il proprio fardello, contraendosi in un nucleo di relazioni tese e prospettive discordanti. (…) Quando un terribile terremoto mette in ginocchio il Medio Oriente e la minaccia della distruzione di Israele da parte dei vicini paesi arabi risuona in tutto il mondo, ogni membro della famiglia reagisce in modo differente. Questa riflessione espande la portata della storia fino a inondare la banalità delle cose di tutti i giorni: si discute di partire per Israele per aiutarne i cittadini mentre si riempie la lavastoviglie, ci si domanda quale sia il futuro del popolo ebraico sorseggiando una birra.

Il riferimento geo-politico a Israele non può non attingere alla produzione letteraria di Philip Roth, inserendosi così nel dibattito che preme la comunità ebraico-americana a interrogarsi sulla propria identità, sulla possibilità di credere in una sola “terra promessa”, sul dissidio tra la quotidianità della cultura secolare e l’appartenenza tribale a una religione millenaria. Alla catastrofe che travolge Israele, seguita da un impatto mondiale e segnata da un’innegabile specificità ebraica, si contrappone la tragedia intima ma universale del matrimonio in crisi tra Jacob e Julia, un rapporto precipitato perché “la vita era diventata molto più piccola dentro che fuori, creando una cavità, un vuoto”. Sono questi i passaggi in cui la narrazione raggiunge il climax, incuneandosi in una tensione tra micro e macro, tra globale e personale, assoluto e contingente che rende Eccomi un’emozionante e coraggiosa epica dell’ordinarietà. (…).

Eccomi è un romanzo di scelte incompiute e di tentativi falliti. (…) E proprio questa audace rincorsa alla piccola, grande eroicità umana lo rende una lettura da perdere il fiato.

Recensione di Alice Balestrino

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La recensione di IBS


L’attesa è finita: a dieci anni dal suo straordinario best seller «Molto forte, incredibilmente vicino», il ritorno di uno dei maggiori talenti della narrativa americana con una storia eccezionale.

«Un ritorno forte, che mescola tradizione e sperimentazione, dedicato all’amore e alla sua dissoluzione.»Antonio Monda, la Repubblica

«Opera-mondo che si insinua nelle fondamenta della società, e nei nostri amori.»Marco Missiroli, Corriere della Sera

«Foer agguanta il tema del confronto fra tradizione americana, ebraismo e intolleranza armata… con scrittura millimetrica dove ogni particolare è in primo piano, come in una tela di Seraut.»Gianni Riotta, La Stampa

«A chi chiederà come eravamo nel 2016, dovremmo far leggere Eccomi di Joanthan Safran Foer.»Elena Stancanelli, D la Repubblica

Le distanze sono fattori di identità. Segmenti evanescenti, eppure onnipresenti, capaci di tracciare i contorni della tua esistenza. Uno spazio definito da quei precari confini marcati dalla eco della tua percezione, quella scomposta presenza che chiami vita, e il suono del tempo che ti piomba addosso, trascinandoti sempre più lontano da te stesso, dalla tua famiglia, dal tuo popolo, dal tuo Dio.
Rispondere “Eccomi” alla chiamata di ognuno di essi significa azzerare le distanze, ovverosia amare o avere fede, ma esserci per qualcun altro comporta una scelta, cioè la rinuncia a parte della propria identità.

Il libro di Foer è l’esplorazione di questo sacrificio, dell’impossibilità di esserci per tutti e del quotidiano tentativo di porvi rimedio, uno sforzo spesso vano, ma che rivela quanto un individuo è disposto a perdere del proprio io pur di amare. Nel capitolo più importante, Sam, il figlio del protagonista, spiega che il reale sacrificio chiesto ad Abramo non è stata la richiesta di uccidere Isacco, ma la risposta immediata alla chiamata divina, quell’Eccomi pronunciato nella Bibbia solo in quel frangente. Abramo si rendeva presente a qualcuno che non fosse egli stesso, abiurando in quel preciso istante ogni altra possibile identità che non corrispondesse a quella di uomo di fede.
L’indagine di Foer non si nutre solamente di presenze e assenze affettive, riuscendo a lambire i territori già battuti, ma raramente con una tale intensità, dell’identità ebraica attraverso un ritratto famigliare.
Isaac, Irving, Jacob e Sam. Quattro generazioni che riassumono il cammino del popolo ebraico negli Stati Uniti nel corso di un secolo. Da Isaac, il bisnonno, matusalemme scampato ai campi di concentramento, fino al pronipote Sam, il dodicenne secolarizzato obbligato al Bar Mitzvah, immerso nei social e in una seconda vita virtuale. Tra questi estremi il nonno Irv, sionista disilluso che lotta per difendere le proprie radici e papà Jacob, il vero protagonista, l’alter ego di Foer, l’intellettuale nevrotico che deve conciliare il ruolo di pater familias con le proprie ambizioni, senza dimenticare le responsabilità etiche nei confronti del proprio popolo, un fardello che persino un ebreo praticamente ateo avverte.
“Epitome” è un termine che leggerete spesso. Compare svariate volte, nei dialoghi e come titolo di diversi capitoli. Una parola regolarmente pronunciata dai protagonisti, come se fosse una chiave di lettura delle proprie vite. Una parola messa in bocca a bambini troppo precoci e intelligenti per perdonare lo sfaldamento del legame dei genitori e pronunciata da adulti compiaciuti ma debolissimi, frastornati dal diradarsi degli affetti, messi alla prova dalle distanze azzerate, dalle identità negate.
Si può essere un’epitome di sé stessi? Una versione abbreviata ma fedele di ciò che si deve essere? Foer prova a rispondere a questa domanda esistenziale, dando vita a un romanzo che fagocita ogni aspetto della contemporaneità, dalla famiglia alla società, passando ovviamente per la religione. La sua opera è un compendio di cosa è significato e tuttora significa essere degli ebrei negli Stati Uniti, gettando uno sguardo sul futuro, immaginandosi la distruzione dello stato di Israele e il senso di spaesamento di una stirpe predestinata alla sofferenza e alla distanza.

A quello spazio che ha definito l’identità di un popolo rispetto al luogo di appartenenza, a quella distanza che lo unisce ad un Dio imperscrutabile, a cui rispondere “Eccomi” diventa la sfida più intensa che un uomo possa vivere nel presente.

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Conosci l'autore

Jonathan Safran Foer

1977, Washington

Jonathan Safran Foer (Washington 1977) è narratore statunitense. Nel 1999 si è recato in Ucraina per condurre ricerche sulla vita del nonno ebreo. Da quel viaggio è nato Ogni cosa è illuminata (2002), romanzo vincitore del National Jewish Book Award e del Guardian First Book Award. Un altro dramma sommesso della memoria è Molto forte, incredibilmente vicino (2005), divagazione di un ragazzo alle prese, tra foto di famiglia e altre reliquie, col ricordo del padre, vittima dell’attacco alle Torri Gemelle. Nel saggio Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (Eating animals, 2009) ha raccontato le motivazioni della propria scelta vegetariana. Nel 2007 è stato incluso nel Granta's Best of Young American Novelists. Tra gli altri libri...

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