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Giovanni Giudici

Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 1996
Pagine: 118 p.
  • EAN: 9788811634119


recensione di Bandini, F., L'Indice 1997, n. 2

Il titolo di un libro di versi è spesso suggerito all'autore da una scheggia dispersa del testo, non fornita in sé di particolare rilievo, anche se l'operazione la carica di senso. Nascono così i titoli sereniani "Gli strumenti umani" o "Stella variabile" e così avviene quasi sempre in Giudici. "Empie stelle" è un sintagma che appartiene alla poesia "Alexàmenos", l'ultima della sezione "Addizioni a Creùsa". Si suole dire (e usa questa etichetta la recente antologia "Poeti italiani del secondo Novecento") che la poesia di Giudici è "vita in versi". Ma talvolta per sintetizzare il giudizio sui poeti ci si attarda su immagini tràdite e scontate degli autori, con una non sufficiente attenzione ai loro più complessi percorsi.
In una poesia come "Alexàmenos" (e in gran parte della poesia di Giudici di questi ultimi anni) la "vita" intesa come autobiografia c'è ancora, ma ormai assunta in una sorta di luce purgatoriale. Vicende e uomini vengono contemplati religiosamente quasi "sub specie aeternitatis" e, non bastasse l'atmosfera che avvolge le poesie di Giudici, potrebbero offrire lampanti indizi di questo mutamento i dantismi che ormai corredano il suo dettato. La persona che regge l'affabulazione poetica, e che sempre più si espande, è ora il tu (o il lei del rispetto borghese): è il colloquio coi morti famigliari, con figure di un passato fioco per lungo silenzio, oppure con personaggi senza nome (ma non per questo meno riconoscibili nei loro precisi caratteri storici) usciti dal naufragio delle grandi fedi che caratterizza questo scorcio di secolo.
In Alexàmenos lo spunto è fornito da un'antica iscrizione romana, ritrovata nel "Paedagogium" palatino, che sotto il graffito di un asino crocefisso reca la scritta (in greco) "Alexàmenos venera il suo dio". Quanti hanno affrontato contrasti e sofferenze, subito persecuzioni e carcere, senza gloria perché la storia si è diretta altrove, vedendo misconosciuta e frustrata la loro fede? Degli intrecciatissimi riferimenti che tramano questa poesia Giudici, impietoso come tutti i poeti d'oggi, fornisce minime labilissime notizie. C'informa che il romanzo che viene nominato in quei versi è "Buio a mezzogiorno" di Koestler, e questo ci aiuta a capire cosa sia l'"alfabeto di prigione" nominato nella prima strofa: è l'alfabeto morse usato nel carcere dall'ufficiale controrivoluzionario dei bianchi per comunicare, ticchettando sulla parete, col bolscevico caduto in disgrazia della cella accanto.
Tutto questo è metafora d'una storia pubblica, più che storia personale. Giudici oggi non cerca più di estrarre qualche deduzione gnomica, usufruibile come verità civile, dalle proprie vicende private. Quando questo avveniva, nella sua precedente produzione, il discorso era mortificato, con sapiente strategia, dalla straziante quotidianità degli oggetti. Anche oggi il discorso viene in un certo senso mortificato, non c'è mai retorica o cedimento alla tentazione di toni spiegati, ma la voce che appare così esteriormente dimessa scava in profondità, è la voce di una pietas aperta su un vasto orizzonte del tempo e che da questo si sgancia per rientrare in una privatezza che più non pretende di sottolineare una propria sociale tipicità. "Empie stelle" è un'espressione che rovescia quella di uso comune "esser nato sotto una buona stella", fa riferimento a un eone avverso, a un secolo che ha marciato in senso opposto alle attese della mente (o del cuore).
Ed è giusto ripetere che - malgrado tutte le cose scontate che su di essa talvolta si scrivono - la poesia di Giudici è una poesia difficile, e tanto più difficile quanto più essa sembra aggregarsi attorno a nuclei di linguaggio prosastico. Non è soltanto difficile il poeta di "Salutz", rapito nei baleni di una centrale metafora trobadorica, alla quale egli confida le sorti del suo arduo canzoniere amoroso. Lo è anche il poeta del "Ristorante dei morti" e di "Lume dei tuoi misteri". In "Salutz" la lingua poetica realizzava un proprio "trobar clus" che ambiva, da una parte, a muoversi all'ombra del modello illustre che faceva da sfondo all'operazione, e dall'altra a esprimere l'assoluto di un rapporto amoroso, talmente alto e acuto da configurarsi come una sorta di cella murata: uno dei più alti momenti della poesia italiana dei nostri anni. Ma sbaglierebbe chi pensasse a quella lingua alta e illustre (dove i materiali non solo della tradizione trobadorica ma del più eletto pertrarchismo del passato sono rivissuti senza alcuna intenzione di deformante ironia) come a un episodio eccezionale nello sviluppo della poesia giudiciana. È che in "Salutz" alcuni fenomeni della lingua poetica di Giudici appaiono fortemente concentrati, allo stato puro, mentre prima (e poi) quegli stessi fenomeni si presentano in forma aggregata, in combinazione con altri elementi.
Tra questi fenomeni - senza indugiare in campioni che sarebbero molto copiosi - ne cito soprattutto due. Innanzitutto lo spostamento della parola dalla normale nozione d'uso, non attraverso il consueto procedimento metaforico, né tanto meno coi modi della scrittura automatica cui tanto indulge una parte della giovane poesia d'oggi, ma con un ricorso all'analogia che si offre alla complicità intelligente del lettore. La decifrazione dell'esatto valore semantico di quella parola sarà possibile solo quando tutto il testo sia stato consumato, perché quel valore non si affida agli eventi micrologici del testo (situazioni di contiguità, l'ambito di uno o due versi), ma alla sua completa affabulazione. Il secondo fenomeno che qui segnaliamo è la sintassi, che quanto più il lessico viene desunto dalle zone del quotidiano e del parlato, tanto più s'impenna e si organizza in complesse volute, di antica letterarietà. Si aggiunga che Giudici nel corso degli anni ha sempre più ridotto la punteggiatura nei suoi testi, se si escludano le lineette che segnalano pause più scandite, vere e proprie fratture del discorso, e che oggi nelle sue poesie la punteggiatura è del tutto scomparsa. Cosicché assistiamo al caso singolarissimo di un poeta che pensa a una poesia fatta di cose e di inquiete verità, lontanissimo da ogni idea di orfismo e da ogni rischiosa incongruenza sperimentale, ma che tuttavia scoraggia più di una volta i suoi lettori.
Certo, un discorso come quello che noi qui facciamo può scandalizzare, come corrivamente empirico, chi della poesia (e della critica) abbia una concezione talmente eletta da vergognarsi di tentare spiegazioni o parafrasi. Ma Giudici è un grande poeta, e la grandezza richiede di essere misurata e descritta, non può basarsi soltanto su qualche oscura forma di rispetto e di venerazione. Questo vale per lui, naturalmente, e per ogni importante poeta dei nostri anni. Anche la poesia di Zanzotto può essere spiegata con strumenti diversi da quelli usati da alcuni suoi strenui critici lucubranti, basta solo che il critico non pretenda di competere col poeta come chi riproducesse tra sé un alto pezzo di musica orchestrale fischiettandolo.
L'assenza di punteggiatura in Giudici è tanto più singolare perché, com'è noto ai suoi amici e conoscitori, lui è un "fine dicitore" dei suoi versi. Quand'egli si legge, la punteggiatura riappare come pausa, intonazione, perentorietà della voce. La voce (cioè il corpo) esplicita la sostanza sentimentale sottesa nella lingua. C'è quindi una forte divaricazione tra corpo e scrittura, ma non tanto forte che non possa essere colmata dal semplice evento del poeta che legge se stesso, cosa che non potrebbe succedere così semplicemente con altri poeti. Il lavoro faticoso che il poeta affida, attraverso la propria scrittura, al lettore, è parte di una strategia profonda che si rifiuta a donarsi del tutto disarmato, richiede a quel lettore una vivace partecipazione spirituale, cioè fatica, secondo la nota teoria leopardiana degli ardiri. C'è tuttavia alla base di questo atteggiamento anche qualcos'altro: l'impossibilità di affrontare in modo diretto i grandi temi del nostro tempo, alla maniera della poesia ottocentesca (penso soprattutto alla grande poesia dei romantici tedeschi), dire cioè fin dall'inizio, e in modo netto e chiaro, di cosa si tratta. Il mediatore di questa possibilità nella grande poesia dell'Ottocento romantico era il classicismo piegato alle nuove sensibilità del mondo moderno (Goethe, Hölderlin), classicismo che costituiva un fondo resistente - uno zoccolo duro - di modi linguistici per dire se stessi esorcizzando contemporaneamente il caos della psiche e quello circostante della storia.
Giudici per questo rimane e rimarrà un episodio di grande rilevanza in questo scorcio del secolo: perché ha dovuto inventarsi le sue rocche in un tempo in cui si passava dal discorso negativo di Montale (impassibile in alcune sue fasi come un bollettino meteorologico) al tentativo di altri poeti di rispecchiare il disordine del mondo in termini di mero disordine linguistico. Il movimento della poesia di Giudici non ha potuto essere che quello del gambero che cammina di traverso. Mai "dire", quindi, in maniera esplicita, ma "suggerire" la cosa alla nostra confusa angoscia con immagini che possono risultare opache, malgrado le subdole cadenze del canto. Questo, per la sua poesia, comportava il rischio di un certo manierismo linguistico, fatto di tic letteratissimi, di canoni ricchi di scontata unzione, ma a Giudici tutto questo era indispensabile. Tra quanti hanno invocato Noventa come loro maestro (Fortini & company) lui è il più corazzato, perché ha capito che le idee di Noventa potevano essere portate avanti non come clamorosa, protestataria pronuncia (magari attraverso l'alternativa del dialetto) ma nei modi gesuitici, sottili, che gli derivano dalla consapevolezza delle deboli armi che oggi il poeta possiede contro la malizia del mondo. Sono i modi per resistere a un'idea della modernità basata su un'eccessiva fiducia nelle poetiche, così affermando una propria legittima, meno provvisoria appartenenza alla modernità.
"Empie stelle" è in un certo senso un libro riassuntivo della musa giudiciana. Il poeta dispone le sue poesie secondo un disegno fornito di una sua coerenza contestuale, come sempre ha fatto anche nelle sue precedenti raccolte. Ma ormai la coerenza si condensa in lui nella densa significatività di ogni singolo testo, tanto ricca è la trama degli echi con cui le singole poesie si collegano al nucleo compatto e profondo, ormai noto e fondato su una lunga durata, della sua ispirazione. Due sono i temi dominanti di questo libro: le fedi e il conto che la vita retrospettivamente fa con esse. Marxismo e cattolicesimo erano due poli che sottendevano, fin dall'inizio, il mondo poetico di Giudici. "Dramatis persona" cui si assegna il compito di rappresentare la formazione cattolica del poeta è in questa raccolta Dom Tischberg, il domenicano suo confessore nei tempi della giovinezza, corrusco e impegnato esemplare di fervore tridentino. Ma ci sono anche, nella sezione De fide, i "tristes obispos bolcheviques", come detta il verso di Vallejo posto come exergo della poesia "Vescovi". Anche qui l'"obscuritas" di Giudici favorisce depistanti cammini, crea ambigue interferenze tra le immagini dell'una e dell'altra fede. In mezzo c'è una nuova solitudine che rende più rari i momenti della speranza se non nelle poesie che Giudici dedica a bambini, quasi versi d'album, nei quali però la condizione esistenziale del poeta di fronte a quelle infanzie è di consapevolezza del proprio "futuro esiguo", per cui da quei versi emana un sentimento di straziante tenerezza. In quelle poesie il discorso si scioglie, si consegna fiducioso a più aperte consonanze col proprio stato interiore. Mentre in talune poesie della sezione "Creùsa" (e nelle "Addizioni a Creùsa") che aprono la raccolta, la pratica della "brevitas" è quella stessa di "Salutz", Creùsa è un "senhal" che non dispiega totalmente il suo senso, né servono gli esametri dell'Eneide posti in limine a illuminarci, il segreto è difeso gelosamente malgrado alcune brecce si aprano qua e là.
Sono versi che fanno pensare a montaliane "occasioni" dove, come in quelle, siano sottaciuti i fatti che hanno suscitato la poesia e di essi si offra soltanto l'essenziale resto di cenere che resta nel cuore. Montaliani sembrano, esteriormente, alcuni incipit come "Per scamparmi mi persi in tanto scempio" - "Corrughi i sopraccigli e ti si incide" - "Esiti in un miraggio di calura", ecc. Ma si tratta soltanto di puntelli a un discorso che differisce da quello dell'occasione montaliana perché risulta meno filtrato, meno capace di mediazioni e allontanamento. Giudici in queste poesie che si enucleano attorno al nome di Creùsa testimonia una sua autentica ferita; le "nuptiae in articulo mortis" sono quelle di chi intensamente vive un'esperienza profonda ma non vuole "conversare" con essa se non attraverso risposte di silenzio (e altrove invece la poesia di Giudici si accampa su moduli "conversanti"): "Creùsa d'oro che profano abbraccio / Mio graal e tabernacolo del cuore / Follia gentile parlami - ti ascolto / O lingua di pudore / A te rispondo e taccio". Quello che rende così intense le poesie di "Creùsa" è proprio il loro essere qualcosa di "autre" rispetto al tono abituale di Giudici; e d'altronde questi momenti di "trobar clus", ai quali Giudici arriva con sicura forza stilistica dopo l'esperienza di Salutz, appaiono isolati e spaesati rispetto ad altre poesie che li precedono e li seguono, chiuse anch'esse nel loro segreto, ma dove il linguaggio riscopre (anche se li nomina in modo straniato) gli oggetti della quotidianità.
Ci sono comunque nella raccolta almeno due poesie dove Giudici esplicita se stesso, ci offre delle chiavi fondamentali di lettura: "La vita imperfetta" e "Poesia invece di un'altra". "La vita imperfetta" è una sorta di ballata alla Villon di netto sapore testamentario. Come sempre succede in Giudici, la metrica si adegua al registro dello stile, e in questo caso il novenario ad andamento "giambico" è il verso cui Giudici affida il discorso diegetico, i modi della confessione-racconto. Sperimentato da Giudici nella sua traduzione di Pusÿkin, esso è anche il verso del "Testament" di Villon ("Je plaings le temps de ma jeunesse"). E sempre, da quando il poeta ha tradotto l'"Onegin*, quel verso si trascina dietro accenti e colores di quel testo, magari soltanto una suggestione, un'"aura", per usare una parola amata dai Novecentisti. Ma al contrario di Villon, Giudici non rimpiange la propria giovinezza per aver "plus qu'autre gallé"; Giudici vede la sua colpa nell'assenza di coraggio, nel non aver osato, nell'aver ubbidito e pagato "tributi all'apparenza": "Inerme nostro avvento umano / Essere chi non siamo stati / Essere un tempo che non siamo...".
Nella "Vita in versi" il poeta s'identificava intensamente col tempo della propria esistenza, ne spiegava i mancamenti e le frustrazioni alla luce di una situazione storica del mondo della quale egli si sentiva vittima; non vittima privilegiata, alla maniera di un poeta romantico, ma partecipe di una comune condizione, dalla quale si poteva uscire con la comune speranza di un mondo "altro" da ottenersi attraverso una palingenesi sociale. Quello che, oggi, nella "Vita imperfetta" viene rimpianto è l'assenza di un gesto individuale, la rinuncia ad agire che si è spesso identificata col disamore. Nell'ultima parte della raccolta assistiamo al riemergere dell'antico io del poeta e alla sua affabulazione nei modi più vulgati della sua musa, ma con una nuova intensità perché la confessione non è più fatta davanti alla realtà storica ma "nel cospetto dell'eterno".
Quanto avviene nella "Vita imperfetta" (l'adozione di schemi metrici che creano per se stessi atmosfera) lo notiamo anche in altre poesie di questa zona del libro, come ad esempio in "L'ultima volta" che riproduce il metro di "Foglie morte" del Pascoli (strofe di cinque settenari con l'ultimo verso tronco). Naturalmente né il linguaggio né il contenuto del componimento hanno qualcosa da spartire con la poesia pascoliana. Qua e là anzi c'è un tono da ode o da inno sacro manzoniano (e il gusto dell'enumerazione in "climax" da aria metastasiana: "I fiacchi giuramenti / I malsofferti amori / I flebili lamenti / Le tenere viltà"). E lo stesso metro, d'altronde, interferisce con quello sette-ottocentesco dell'ode e dell'inno. Ma Pascoli è presente come acuta eco musicale, soprattutto per certi tic sintattici, anche se il suono di quest'eco si presenta di diversa ampiezza, e si ha l'impressione di due violini che si stiano accordando, le cui note ora sembrino sommarsi ora divergere. Rivisitazione di canoni che sono di pretta specie formale e ricordano le "citazioni" di musicisti del passato che fa certa musica contemporanea o anche l'assunzione da parte di essi di qualche "modus" antico.
Il secondo testo cui facciamo riferimento, "Poesia invece di un'altra", e che chiude idealmente la raccolta, è una sorta di esame di coscienza della propria vicenda di poeta, costruito attorno al ricordo commosso di Giansiro Ferrata. Sulla scia di Ferrata riemergono altri volti della poesia del nostro tempo, "icone di stupito Novecento", e il poeta "con la dolcezza che si deve ai trapassati" rivede "i corrucci di Franco i candori di Vittorio...", risente "la nenia semita" di Saba, "il ruminio mondano" di Montale. Ma Giudici prende contemporaneamente atto dei limiti di quel Novecento di cui Ferrata era stato fervido interprete, del suo carattere eminentemente aristocratico, così lontano da quell'idea di poesia-canto "che voli sulle labbra di tutti", che era stata il sogno del poeta "as Young Dog": "E io che avevo ambita / Tutta un'altra poesia / Inventare un frugarmi / Con gli occhi dentro gli occhi / Guardanti occhi e guardati / Così fu che mi persi...". Torna, con l'intensità propria delle convinzioni sottaciute ma che agiscono nel profondo, il "noventismo" di Giudici, un certo suo disincantato giudizio sull'operare poetico di questo secolo: "Sublime nulla in te mia lingua triste / Da sempre amato...".
La parentela di "Poesia invece di un'altra" con "La vita imperfetta" non è sulle prime lampante, si realizza per tramiti e contatti segreti. E realizza il paradosso che questa dichiarazione di scontento, questa constatazione di negatività, rendono più alta la testimonianza che Giudici reca sul nostro tempo. Giudici d'altronde sa che per la fuga non basta lo slancio dell'anima né esiste la possibilità, oggi, di una lingua innocente che permetta di affabulare in modo diretto i sentimenti, di far appello a un'immagine esemplare dell'umano. Di qui la sua polemica con quanti pensano all'uso del dialetto come a uno strumento salvifico. Ed è singolare che da qualche anno Giudici scriva anche delle poesie in dialetto, come s'egli si ponesse in contraddizione con se stesso. Ma si veda come i corrispondenti testi in italiano non siano vere e proprie traduzioni, bensì ricchi di una propria intensa valenza, al punto da far dubitare quale dei due testi sia nato per primo. Il testo dialettale è privato di ogni pretesa di autonomia assoluta, offerto come esecuzione dello stesso pezzo in una diversa tonalità, operazione che ha luogo in testi che più sono gremiti di forme del parlato, di oggetti e volti quotidiani ritagliati dalla forbice della memoria.