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Ralph R. Greenson

Traduttore: S. Adamo Tatafiore
Edizione: 2
Anno edizione: 1999
Pagine: 439 p.
  • EAN: 9788833956213


(recensione pubblicata per l'edizione del 1984)
recensione di Ferraris, C., L'Indice 1985, n. 5

L'autore ci propone la lettura di una serie di articoli da lui pubblicati nel periodo compreso tra il 1947 e il 1974, che costituiscono circa la metà della sua produzione scientifica. Come ci viene ricordato nella prefazione, i suoi primi lavori del '36- '37 sono stati scritti sotto l'influenza delle conclusioni teoriche di W. Stekel e della tecnica di psicoanalisi da lui chiamata "attiva". Ma, insoddisfatto dei risultati terapeutici, Greenson cercò ed ottenne con Fenichel, un training psicoanalitico più ortodosso.
L'insoddisfacente conclusione all'applicazione dei particolari metodi terapeutici "attivi" di Stekel aveva convinto il giovane Greenson che solo in un'attenta e meno "attiva" partecipazione, il terapeuta potesse portare il paziente a capire l'origine e la portata dei suoi conflitti e a superarli. Così per tutta la sua produzione scientifica, sembra che Greenson si sia attenuto al principio che solo una terapia rigorosa, che seguisse gli assiomi fondamentali di Freud, meritasse il titolo di psicoanalisi. Non a caso il suo "didatta " per il training che lo portò alla Società Psicoanalitica, fu l'unico psicoanalista, dopo Freud, che in quegli anni scrivesse un libro sulla tecnica.
L'impostazione teorica di Greenson è di una completa ortodossia ai postulati della psicoanalisi freudiana, ignora quasi del tutto altre componenti teoriche. Solo nell'ultimo lavoro, sulla traslazione, discute le diverse impostazioni teoriche della Klein rispetto a Freud. E ovviamente vince Freud. Un esempio: citando la Segal ("La tecnica di M.Klein* in B.B.Wolman, "Manuale delle tecniche psicoanalitiche e psicoterapeutiche" ed.Astrolabio 1984), che in casi di pazienti psicotici, psicopatici e borderline, sostiene che gli analisti kleiniani seguono la tecnica psicoanalitica "con la massima esattezza", mentre gli analisti freudiani sono "costretti ad alterare la loro tecnica analitica in alcuni dei suoi aspetti fondamentali", Greenson polemizza e argomenta che non può dirsi freudiana la tecnica ricordata dalla Segal, dal momento che lo stesso Freud sosteneva inanalizzabili tali categorie di pazienti, trattandosi di "nevrosi narcisistiche" e pertanto refrattarie alla "nevrosi di traslazione ", unica condizione di analizzabilità. Posto in questi termini sembra una polemica sterile. Ma gli uni e gli altri sembrano dimenticare che, come per tutte le scienze, anche per la psicoanalisi si tratta di trovare proposizioni che spieghino i "fatti" osservati, e che servano da previsioni per i fatti che, non ancora accaduti, ci si aspetta che accadano. I principi teorici sono tentativi, di volta in volta accettati o respinti in nome della loro effettiva utilita e/o necessità a spiegare questo o quel fatto. Atteggiamento il più delle volte disatteso perchè spesso non si discute tanto se quella spiegazione sia sufficiente a rendere ragione di quel fatto, ma si discute se è o no coerente con quello che ha detto e sostenuto questo o quel personaggio. Per fare un esempio, i postulati kleiniani circa le "posizioni", schizoparanoidea e depressiva, non sono discussi in base alla loro utilità clinica (che, in ultima analisi, e ciò che conta veramente), ma piuttosto alla loro rapportabilità alla lettera dei testi di Freud.