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Editore: Mondadori
Anno edizione: 2017
Pagine: 150 p., Brossura
  • EAN: 9788804674832
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Le prime pagine del romanzo

Credevo che la cosa più difficile fosse vederti arrivare.
È quello che pensavo stamattina, senza che ne potessi parlare con nessuno, come sempre.
Ma credevo di riuscire a controllare le emozioni, in fondo è quello che abbiamo fatto ogni volta che non eravamo soli.
Poi invece i figli mi hanno commosso, i tuoi figli Warren, quelli che hai avuto con Beth. Mi hanno fatto piangere quando si sono raccolti intorno a te e hanno cantato Nearer, my God, to Thee. Non sapevo che avessero fede, e chissà se ne hanno, in realtà: non me ne hai mai parlato, tu queste cose le hai sempre combattute. Anzi disprezzate.
Dicono che sei stato un padre distante, ma erano belli quando cantavano e ringraziavano, ne sentivano il bisogno, si vedeva. E avrei voluto ringraziare anch’io, e disperarmi, sì, Warren, anche dopo tutti questi anni. E accarezzare la cassa come ha fatto Beth, e poi baciarla. E ricevere l’abbraccio di tutti. Ma non era né il luogo né il momento.
Padre Abram, sull’altare, ha detto che quel canto non era altro che fede: l’avresti considerato un oltraggio, Warren, un tradimento, ma i figli devono essere liberi di andare contro di noi, era uno dei cardini del tuo credo.
Il sindaco cantava anche lui, i politici devono mostrarsi sempre rispettosi, affettuosi e, possibilmente, religiosi: era un’altra cosa che detestavi. E cantava il governatore, con quella voce da basso che gli aveva assicurato l’elettorato femminile, dicevi così, prima di imitarlo alla perfezione.
Nearer, my God, to Thee
Chissà se esiste veramente un Dio che ci accoglie nel suo abbraccio. Che ci ama, e ci perdona. E lo fa perché ci ha creati fragili e imperfetti.
The sun gone down
Darkness be over me
My rest a stone

C’erano anche i direttori dei giornali, i galleristi, gli artisti, gli attori, insomma quelli che chiamavi la serie A. Con orgoglio, noia o scherno, a seconda dei giorni.
C’era anche Meryl, non ne citavi mai il cognome, perché era di casa, e così me l’hai presentata quando l’abbiamo incontrata al Four Seasons: Meryl, come se fosse una persona qualunque. Aveva capito tutto, e noi siamo rimasti in silenzio a guardare un sorriso che non apparteneva a nessun personaggio da interpretare. Ci ha fatto sentire nudi, e per il resto della sera abbiamo fissato i giochi di luce sulle finestre pensando a quanto eravamo stati stupidi ad andare in un posto così in vista.
In prima fila c’era anche quella matta di Maria, lei proprio non la reggevi, con i suoi atteggiamenti da santa e un figlio prete. Non aveva un’aria materna, mentre ascoltava padre Abram, sembrava semmai una vecchia hippie, e ha voluto pronunciare il suo ricordo anche lei: nessuno ha capito cosa intendesse, parlava di luce e di grazia. Parole vuote, così le definivi, e alzavi la voce: slogan da fanatici, da ignoranti, che s’illudono di appoggiare su quelle stampelle le proprie insicurezze e paure. Ma eri tu a farmi paura quando parlavi così.
Chissà quanta gente ha fede, qui dentro, chissà quanto in fretta si dissolverà l’emozione di questo momento, di queste canzoni, forse già sul sagrato. Il dolore non andrà via, questo lo so, come anche il vuoto, ma cosa succederà delle parole che promettono vita eterna? Continueranno a consolarci? A tormentarci?
Dicono che anche padre Abram sia un uomo pieno di dubbi. Dicono persino che abbia avuto un’amante: ma lui la fede l’ha tradita senza mai perderla, e le parole che pronuncia sono più grandi di lui. Continuano a dirci che quanto stiamo vivendo è solo un passaggio verso la vita vera, e dobbiamo essere lieti, nulla muore per sempre.
Non te la prendere con Beth se ti abbiamo salutato in una chiesa: lo ha fatto per te, è un modo di dirti che ti ama, di darti tutto quello che ha, di proteggerti soprattutto in questo momento. E di affermare che ora spetta a lei decidere.
Molti penseranno che è stata una prevaricazione, che non ha rispettato chi eri, perché non sei mai cambiato, questo lo so, ma è una scelta che spetta solo a lei, io non ho ruolo né autorità.
Ti stupirò, lo so, forse ti irriterò, ma credo di capirla: ora che non hai la forza di combattere ha voluto avvicinarti a un mondo che hai sempre esecrato. Chissà, forse ha avuto semplicemente paura per te. O forse ha immaginato che in fondo era quello che volevi. Chissà.
Mi sono vestita di scuro, ma non troppo: non spetta a me l’onore del dolore più grande. E mi sono seduta in un banco al centro della chiesa, non troppo avanti, ma neanche in fondo: chi ha sospettato di noi, o semplicemente ha riportato le chiacchiere per riempire il proprio vuoto (è una tua espressione che ho fatto mia da tempo), giudicherebbe entrambe le scelte di cattivo gusto. Anche dopo tutti questi anni.
Ma in realtà l’ho fatto per me, Warren, ho imparato a fregarmene dei giudizi degli altri, che, come diceva qualcuno, sono il diavolo. Vedi, ora che non ci sei faccio anch’io riferimenti religiosi: il vuoto mi dà più libertà. Me l’avevi fatto conoscere tu, Sartre, anche se non lo avevi mai letto. Sapevi a memoria solo quella frase, e ti bastava per apprezzarlo. A me quella sembrava invece un’idea brutta, disperata, stavo per dire senza luce.
Anche questo mi generava paura, e mi faceva venire voglia di abbracciarti, e poi scuoterti, e dirti che avevi tutto: il tuo grande problema era solo quello.
E l’ho fatto per Beth, che ha sempre sospettato, anzi ha saputo al punto da rimuovere. Le donne si difendono così.
Le ho sempre voluto bene, credimi, e quando ha festeggiato i tuoi settant’anni, pochi mesi fa, ho sperato che invitasse anche me, dopo tutto questo tempo. O che lo facessi tu, sono rimasta l’illusa di tanti anni fa. Ma è meglio che non sia venuta, avrei solo sofferto.
C’erano tutti anche alla festa, gli stessi che ora riempiono questa chiesa. I vestiti degli uomini non sono neanche troppo diversi, siamo noi donne che cambiamo colore. E quella sera Beth ha cantato Someone to Watch Over Me, perché è la tua canzone preferita, ed è sempre spettato a lei proteggerti.
Sì, molto meglio che io non sia venuta.
In fondo alla chiesa ho visto Greta, com’è invecchiata, sembrava arrabbiata con il mondo intero, come se tutto quello che stava succedendo fosse una messa in scena sulla quale non poteva dire la sua. Ho preferito evitarla, ma lei mi ha riconosciuto, e attraversato con lo sguardo, non era il mio posto, quello.
Dietro di lei un signore vestito male: quando Beth è passata ha cercato di salutarla, ma lei lo ha fissato negli occhi e ha tirato dritto. Lui si è ritratto subito, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato. Poi, sul sagrato, è venuto a parlare proprio con me: ha un accento spagnolo e non ti conosceva. Anzi non conosce nessuno. Chissà cosa ci fa, qui. Chissà quante cose non sappiamo. Chissà quante delle persone che ti stanno salutando hanno un segreto.
La cosa più difficile l’ho capita adesso, Warren: non sono quei canti. E non è l’incenso.
O l’indifferenza di un sole glorioso, in una giornata come questa.
Non è lo sguardo di Beth, assente alla vita, o Someone to Watch Over me che ti accompagna sul sagrato di St. Vincent Ferrer.
E non è neanche la macchina che ti porta via, chiuso in quella cassa, vestito con l’abito che ti hanno messo uomini che non conosci, e dentro al quale ti consumerai fino a diventare cenere.
No, la cosa più difficile da sopportare sono io, sola insieme a te, come sempre.

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    cesare

    12/04/2017 14.24.27

    L'evidenza delle cose non viste , Antonio Monda 4 /5 Una appassionante storia d'amore tra una bella e giovane avvocatessa olandese ed il capo di uno studio legale prestigioso di New York, il padrone del mondo. Manhattan con le sue luci e ristoranti , rumori, vernissage, bella gente, attori, pittori, fanno da cornice alla struggente relazione tra Audrey e Warren. Fino a quando tutto ciò non può continuare senza colpi di scena necessari sebbene dolorosi. Si legge bene , commuove, fa capire la vita di tutti , buoni e cattivi pagg.150 aprile 2017

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