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Walter Siti

Editore: Rizzoli
Collana: Scala italiani
Anno edizione: 2014
Pagine: 222 p. , Rilegato
  • EAN: 9788817072434
    I suoi lettori abituali lo sanno: i romanzi di Walter Siti sono sempre costruiti su una rete di corrispondenze, simmetrie e rovesciamenti, a cominciare dal primo, teorico e sommo: "Fingo di non fingere". Non soltanto i singoli testi, anzi, ma proprio il disegno generale della sua narrativa si regge fin dall'inizio sull'omologia sperimentale tra le vicissitudini di un io privatissimo e quelle della società tutta intera. Compiuta la scelta strutturale, il filo conduttore è stato spesso, o sempre, quello dell'ossessione erotica; ne è venuta fuori una specie di storia trentennale del desiderio (del personaggio Walter Siti, ma anche dell'Italia postmoderna) che a ogni tratto si dirama in molti rivoli, al di sotto e al di sopra dell'eros. Exit strategy, appena uscito, non fa eccezione alla regola, anzi direi che moltiplica sia i collegamenti tra individuo e società, sia lo sforzo storiografico complessivo, affidandosi alla forma di un finto diario incalzato dalla cronaca; solo che la falsariga è adesso quella della fine del desiderio. Il che potrebbe potrebbe voler dire che è la narrativa stessa di Siti a essere a una svolta: nei dintorni di una rettifica o di un ripensamento. Prima di verificare questa ipotesi, vediamo come Exit strategy organizza i suoi riscontri. Sul piano privato dell'io, a finire è l'ossessione del personaggio Walter Siti per i corpi maschili; sul piano collettivo e storico, finisce l'onnipotenza di Berlusconi, e prova a finire anche il berlusconismo ("molti italiani sono riluttanti a uscire dal berlusconismo perché significa uscire dall'era del desiderio"). Lo sfarinamento è comune perché comune è ormai la confusione tra il bisogno di possedere e quello di essere altrove, e perché per Siti, come per Berlusconi, "il cazzo non è che una sineddoche" di un cattivo infinito. Col supporto di una protesi peniena e di un gusto spiccato per l'irrealtà "si può arrivare all'orgasmo (…) pensando ad altro, come se si scopasse l'aria circostante": non solo la vecchiaia dopata di Walter somiglia abbastanza a quella di Silvio, ma anche tra gli escort del primo e le olgettine del secondo sussistono precise analogie (e molte differenze, certo). Ma il gioco a rimpiattino tra la crisi del suddito e quella del sovrano decaduto ("l'unico politico che in questi anni abbia saputo affidarsi a una forza superiore, non meschinamente relazionale") non è che l'asse principale da cui si irradiano altre direttrici di fuga, altre forme di protesta contro la realtà ("il mondo esiste per disubbidirgli"), e, più in concreto, altre sottotrame. Innanzitutto la crisi del precario equilibrio romano, logistico e sentimentale, spinge il protagonista a trasferirsi in una Milano lugubre e introversa. Poi la crisi familiare, che lo investe su più fronti: la morte della madre sottrae Walter al ruolo eterno del figlio proprio mentre l'incontro con il giovane gerontofilo Gerardo contribuisce a farne un padre derisorio. Ma anche l'arrivo della crisi economica, gravido di allegorie: la consapevolezza di essere vissuti, tutti, al di sopra delle proprie possibilità, il ritrovarsi di colpo in uno stato di bisogno simbolico e materiale che non produce libertà, ma paura e vergogna ("mentre lo sfruttato sale sulle barricate, l'indebitato è oppresso dalla colpa"). Infine, la crisi forse irreversibile della televisione-verità (metafora-chiave a partire da Troppi paradisi), manifestantesi nel fallimento di un format a cui il protagonista è costretto a lavorare quasi suo malgrado: "come si esce da un reality che ha commesso l'errore di voler modificare la realtà?". Già: "come se ne esce"? L'interrogativo avvicina, mi pare, al senso di Exit strategy: al suo sembrare, ed essere, un libro-cerniera, un ponte narrativo verso qualcos'altro. A tenere insieme i pezzi della realtà e quelli dell'immaginazione erano stati, fin qui, i nudi maschili, e tra questi soprattutto quello del borgataro Marcello, carburante nobile per la "macchina gnostica" sitiana; ma in Exit strategy "il corpo di Marcello non genera più parole". Anche se la lingua, i personaggi, la visione del mondo di Exit strategy sono sostanzialmente quelli, straordinari, a cui l'autore ci ha abituato da vent'anni a questa parte, le parole di questo libro ruotano intorno a un centro vuoto. Nella finzione romanzesca, il vuoto è l'esigenza, astratta, di una conversione. Conversione del protagonista, certo: dalla mania per i corpi-sfere a un'ascesi che provi a fare a meno non solo dell'attrazione fisica per il dio, ma della divinità stessa. O ancora, conversione da un investimento nelle "magnifiche merci", e nelle merci in genere, a una religiosità senza surrogati, ansiosa e febbrile perché ancora imprecisata ("Cado in ginocchio e prego senza sapere Chi"). Conversione dal male al bene, in definitiva, se per "male" si intende l'indifferenza al mondo e per "bene" la capacità di cambiare per amore di un altro, come è capace di cambiare Gerardo, in un passaggio decisivo del libro. In attesa di una nuova fede, comunque, ciò che resta è soprattutto autocritica, o meglio distacco dalle fedi precedenti, conformemente al precetto, esposto da Siti in Il realismo è l'impossibile (2013), per cui la rappresentazione della realtà è efficace solo se nasconde uno strato ulteriore di realtà. Realismo come approfondimento e voltafaccia. Se è vero che per Siti la letteratura è tutto, però, la vera fuga di cui tanto si affabula, in Exit strategy, potrebbe essere di tipo formale: il preparare il terreno per una sortita capace di portare l'autore fuori dalle pastoie dei quello che è ormai diventato il suo "genere". Per questa conversione era forse necessario liquidare, tirandoli in ballo tutti insieme, i fantasmi della trilogia (Scuola di nudo, Un dolore normale, Troppi paradisi) e quelli, ai primi strettamente intrecciati, dei romanzi successivi (Il contagio, Autopsia dell'ossessione, Resistere non serve a niente). La reazione allo svuotamento di cui dicevamo è quindi una saturazione narrativa di segno opposto, in parte ottenuta attraverso quelli che sembrano rifacimenti di "quadri" apparsi in libri precedenti. la morte della madre e la stanchezza per Marcello, per fare due esempi, affioravano già in Autopsia dell'ossessione, mentre il ricordo del padre sembra venire dalla Miseria dei miei, in Troppi paradisi.Alcune pagine di Exit strategy danno quindi l'impressione, a chi già conosce Siti, di un certo manierismo, di un Siti al quadrato o addirittura al cubo; mentre i lettori meno esperti potranno avere qualche difficoltà nell'identificare personaggi o situazioni passate che il libro nuovo presuppone largamente. Verso la fine di Exit strategy, ad esempio, il protagonista incontra per caso Matteo, detto il Cane, suo nemico mortale ai tempi di Scuola di nudo; trovandolo invecchiato lo associa a Marcello, oggetto del desiderio in Troppi paradisi: "l'uomo che ho amato più disperatamente e quello che ho più odiato – ormai nessuno dei due mi fa né caldo né freddo". Dallo spegnersi del desiderio e della competizione, ascissa e ordinata dei novel di Siti, potrebbe scaturire una narrativa diversa da quella a cui il nostro autore ci ha abituato: dal suo libro futuro dipenderà una parte non piccola delle sorti di questo suo libro presente.   Gianluigi Simonetti      

Recensioni dei clienti

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    corrado bia

    05/07/2014 17.14.47

    la cosa che più mi indispettisce è la riconosciuta abilità di scrittore di siti. ragion per cui non mi so spiegare la stesura di un romanzo(?) così brutto e inutile. illeggibile e pieno di banalità e parolacce fine a se stessi. peccato per tutto questo talento sprecato

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    Maria Antonietta Badalucco

    30/05/2014 22.26.56

    Questo romanzo colpisce per la leggerezza unita alla profondità delle intuizioni. Contiene verità fondamentali sull 'esistenza e sulla sincerità nei confronti di se stessi. Il linguaggio e' straordinariamente creativo con numerosi omaggi a Pasolini. Ci sono espressioni che rimangono scolpite nella mente per la loro bellezza. Una di queste: " E' la prima volta in vita mia che l'ovvietà materiàlistica mi e' nemica"

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    Monica

    02/05/2014 11.20.43

    E' la prima volta in vita mia che non riesco a finire un libro..anzi, non sono neanche riuscita ad arrivare alla metà.. Incomprensibile, volgare, sconclusionato..assolutamente sconsigliato!

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