Categorie

Aldo Marchetti

Editore: Il Mulino
Collana: Percorsi
Anno edizione: 2013
Pagine: 214 p. , Brossura
  • EAN: 9788815247063
  L'esperienza delle fabbriche recuperate in Argentina era già stata oggetto di diverse pubblicazioni in Italia. Aldo Marchetti si è proposto di studiare e presentare questa esperienza ritenendola attuale e stimolante per riflettere sulla situazione economica e del lavoro che, a sei anni dalla crisi finanziaria mondiale, pone l'interrogativo se "nei paesi di vecchia industrializzazione si sta facendo strada la convinzione che non sia più sufficiente fare affidamento sulle dinamiche di mercato", dunque è "il momento di tracciare un primo bilancio e di formulare alcune ipotesi per il futuro". Il libro segue questo proposito: le fabbriche recuperate sono uno degli effetti delle politiche liberiste iniziate in Argentina dalla dittatura militare e completate da parte del governo di Carlos Menem fino alla crisi finanziaria del 2001. Il titolo del libro fa riferimento ad alcuni aspetti che hanno caratterizzato sin dal suo nascere la lotta per non far chiudere le fabbriche: è stata lotta di lavoratori interessati ma è stata anche lotta sociale e culturale. Tra le fabbriche autogestite c'è anche la cooperativa del Colectivo lavaca, un gruppo di giornalisti che ha dato vita a un'impresa di informazione. Scrivono sul loro giornale che la sopravvivenza delle fabbriche recuperate dipende dalla legittimità sociale conseguita e che quindi è legata all'appoggio dei "vicini, delle assemblee di quartiere, degli organismi per i diritti umani ed i partiti politici, in questo ordine". Affermazioni pienamente confermate da Marchetti che fa riferimento, ad esempio, all'azione di sostegno ricevuta dai lavoratori sia da parte dei piqueteros e delle popolazioni dei quartieri vicini contro i tentativi di sgombero della polizia sia, sul piano più tecnico, da docenti e studiosi universitari che, non a caso, hanno organizzato le esperienze di aiuto chiamandole "università aperte". Il sommovimento sociale del dicembre 2001 che portò il popolo argentino a manifestare con la forma del cazerolaso e al grido que se vayan todos ha fortemente segnato l'esperienza delle imprese autogestite. L'autore mette in luce come sia invece stato molto difficile il rapporto con il sindacato, soprattutto il sindacato storico peronista, la Cgt, che ha sempre considerate inevitabili le chiusure consigliando ai lavoratori di accettarne il fallimento. Il termine "fabbrica recuperata" è nato e si è affermato come linguaggio dei lavoratori, perché loro, a differenza dei padroni, e dei loro amministratori e tecnici, le fabbriche non le hanno abbandonate. Sono stati gli operai a dover gestire il recupero produttivo, spesso privi di quelle competenze che chiamiamo manageriali, ma con l'appoggio di esperti universitari e con una grande voglia di apprendere. Tutte le fabbriche recuperate sono diventate cooperative ma nessun lavoratore usa questo termine per definire la sua impresa autogestita sottolineando le differenze nelle forme di partecipazione e di assunzione di responsabilità. Il libro dedica una parte importante agli aspetti che ha assunto questa nuova democrazia dei lavoratori. Come tutte le cooperative anche la fabbrica recuperata deve dotarsi per legge di un consiglio di amministrazione che, in questo caso, è elettivo e dunque ripristina l'importanza della discussione e della decisione collettiva attraverso l'assemblea. L'organizzazione del lavoro viene decisa collettivamente, non ci sono capi, si decide come suddividersi i compiti e come ruotare tra le diverse funzioni, si organizzano i tempi e gli orari di lavoro in funzione degli obiettivi produttivi, il regolamento di disciplina interno è deciso e applicato dall'assemblea, il salario si configura come ripartizione del risultato economico del prodotto realizzato con il lavoro di tutti: per queste ragioni è in molti casi uguale per tutti con piccole differenze (in rari casi) in ragione delle responsabilità. L'autore che dedica una parte del suo studio alla composizione merceologica di queste fabbriche (non solo manifatture, ma ospedali, cliniche e ambulatori medici, supermercati, alberghi e servizi alla persona) sottolinea come il numero delle imprese in autogestione sia progressivamente cresciuto fino a superare oggi le duecento. In polemica con altri ricercatori sociali, ritiene che l'esperienza di queste fabbriche evidenzi il fatto che che non necessariamente siamo giunti alla fine del movimento operaio. Il termine forse desueto, sta a indicare il movimento dei lavoratori verso l'emancipazione dall'eteronomia nella gestione del proprio lavoro e nella tutela dei propri diritti. Le fabbriche autogestite argentine fanno parte di un movimento più ampio presente in America Latina (quello dei Sem Terra brasiliani) il cui futuro influenzerà gli assetti sociali e politici del continente.   Fulvio Perini