I fatti. Autobiografia di un romanziere

Philip Roth

Traduttore: V. Mantovani
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 26/02/2013
Pagine: 203 p., Rilegato
  • EAN: 9788806178956

23° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Classici, poesia, teatro e critica - Storia e critica - Narrativa, romanzieri e scrittori di prosa

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    Giuseppe Russo

    26/03/2014 15:55:37

    La sensazione che ricavo dalla lettura di questa falsa autobiografia, dopo aver letto tanti romanzi di Roth, è che fosse un esercizio di cui lui sentiva il bisogno (forse su suggerimento del suo analista, visto che in quel periodo era in cura per lo stress postoperatorio di una peritonite che lo aveva messo a dura prova anche mentalmente) ma i suoi lettori molto meno. Dal modo in cui racconta porzioni selezionate del proprio passato, infatti, non si fa luce sui momenti decisivi della trasformazione dell'uomo in autore, e nemmeno si penetra nel sottosuolo che dovrebbe contenere l'energia che lo ha spinto in quella direzione. Non che lo scopo potesse essere quello di saperne di più su di lui, ma almeno di capire qualcosa in più sulla sua vicenda di uomo, quello sì. E in sostanza ciò non accade, il che è una delusione. Sa poi di puro artificio l'idea di fingere una replica della sua creatura Zuckerman, la cui voce va ad aggiungersi al coro di quanti ciriticano continuamente l'autore; al massimo, in questo modo, si trova la conferma che Philip Roth - almeno per molti anni della sua vita - ha sentito gravare sulla sua testa in modo eccessivo il giudizo altrui. Ma anche questo era già noto! «La mia ipotesi è che tu abbia scritto così tante metamorfosi di te stesso da non sapere più né chi sei né chi sei mai stato» (p. 169), scrive il falso alter ego. Ecco, forse non è il caso di continuare un'indagine del genere che, oltre a rivelarsi impossibile, finisce per risultare inutile.

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    gianni

    13/05/2013 19:13:07

    Non è proprio il Roth al massimo della forma, ma è pur sempre Roth. Più che un'autobiografia sembra un atto di confessione, una contrizione, una resa dei conti di mezza età, da cui nessuno esce assolto. Soprattutto la sua ambizione, il suo egotismo, la sua sincerità crudele. Bellissime certe pagine familiari, un po' verbosa forse la disamina finale lasciata a Zuckermann. Roth resta il vero grande scrittore americano contemporaneo. Di qua dall'oceano avrebbe potuto tenergli testa solo un Thomas Bernhard.

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    Giuliana

    04/05/2013 13:36:26

    Non e' un romanzo ,non e'un'autobiografia,non e'di semplice lettura ma e'Lui e questo mi basta . Scrivi ancora Roth. Giuliana

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    Michael Moretta

    16/04/2013 19:45:51

    Ancora fatico a credere che non leggerò più nulla di nuovo di Philip Roth. Ancora non ci credo che uno dei più grandi autori del novecento non pubblicherà più alcun libro. Ed allora mi sono regalato un gran piacere leggendo questa prima parte della sua autobiografia, che ripercorre la vita di Roth dalla sua nascita fino al 1988, quando l'autore ha 55 anni ( la seconda parte è contenuta nel libro Patrimonio ). Il racconto è scritto come una lettera che l'autore indirizza al suo storico alter-ego, Nathan Zuckerman. In questa missiva Roth chiede consiglio a Zuckerman circa la pubblicazione del racconto dei primi 55 anni della sua vita. Vi sono descritti l'infanzia a Newark con i suoi compagni di scuola ebrei, la sempre più impellente necessità di affrancarsi dai genitori per farsi una vita privata, gli studi all'università Bucknell, la prima rivista letteraria, le sue prime relazioni sentimentali, il primo disastroso matrimonio ( la moglie è la fonte di ispirazione del personaggio di Lucy in "Quando lei era buona" ), i primi successi letterari fino al trionfo con "Il lamento di Portnoy". Troviamo il solito grande umorismo di Roth, la scrittura eccezionale di un autore sempre ispiratissimo. Tutto ciò non piace comunque a Zuckerman, che consiglia a Roth di non pubblicare questo romanzo, criticandolo aspramente per alcuni passaggi del suo libro, secondo lui troppo teneri nei confronti dei suoi genitori e di lui stesso, o troppo duri versi la sua prima moglie. Curiosa e geniale questa scelta di impostare il romanzo sotto forma di lettera al suo alter-ego, che ci permette anche di vedere un piccolo spaccato di vita quotidiana di Nathan con la sua quarta moglie Maria, nella loro casa nella campagna inglese. Il libro acquista ancora maggior significato se letto insieme a "Patrimonio". Rassegnato a non leggere più nulla di nuovo del mio autore preferito non posso fare altro che mettermi a rileggere tutta la sua immensa e notevole produzione.

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"Da bambino credevo ingenuamente che avrei sempre avuto un padre al fianco, e la verità sembra essere che sempre lo avrò."

Philip Roth ci ha abituati a inseguire i continui giochi di specchi tra vita e narrazione disseminati all'interno dei suoi romanzi; così fitti che spesso il confine tra invenzione romanzesca e autobiografia si annulla. Roth è un uomo schivo ma non si è mai risparmiato nascondendosi dietro ai suoi personaggi, muovendosi e parlando come loro, in maniera più o meno evidente. In alcuni romanzi compaiono personaggi che si chiamano addirittura Philip Roth ma non sono Philip Roth. La trasfigurazione letteraria è inevitabile. Nathan Zuckerman, il suo alter-ego più noto e più riuscito, appare nei romanzi sia come narratore che come protagonista, complicando ulteriormente i piani della finzione. 

Anche nei Fatti, Roth si nasconde dietro il suo personaggio. I fatti non è solo un'autobiografia, ma l'autobiografia di un romanziere, e un romanziere come Roth, della cui vita reale sappiamo tutto e niente, non può certo limitarsi a raccontare i fatti. Quando ci racconta la sua adolescenza non possiamo evitare di pensare che sia uno dei suoi personaggi a parlare. Esattamente come quando dietro le storie dei suoi personaggi non possiamo evitare di pensare alla sua biografia, a lui in quanto uomo. Così, quando in apertura immagina di scrivere una lettera a Nathan Zuckerman, chiedendogli un'opinione sull'opportunità di pubblicare I Fatti, è come se volesse ribadire di nuovo la vittoria della fiction, ricordandoci che ci stiamo raccontando storie e che nient'altro conta.

In seguito a una crisi emotiva ed esistenziale che lo ha condotto all'esaurimento, Roth è obbligato a ripensare la sua vita e la sua letteratura. In questo romanzo autobiografico, dunque, interroga il suo passato cercando di stringere i fatti nel nodo di un'ipotesi persuasiva che chiarisca il significato della sua storia. 

Roth isola cinque momenti significativi della sua vita: l'infanzia felice e tranquilla nella comunità ebraica di Newark negli anni Trenta e Quaranta, circondata dall'affetto dei genitori; l'educazione alla vita americana durante gli anni universitari e i primi racconti; l'indipendenza a Chicago e il tormentato rapporto con Josie, una ragazza sfrontata, dotata di una perversa immaginazione, capace di tutto - la nemesi di Roth, eppure proprio "la ragazza dei sogni" che diventerà sua moglie, di cui racconta in La mia vita di uomo; lo scontro con l'establishment ebraico in seguito alla pubblicazione di Goodbye, Columbus; la separazione da Josie, un nuovo amore, la maturazione del talento che lo porterà al Lamento di Portnoy, il romanzo che determinò tutte le sue scelte negli anni Settanta. 
In mezzo a tutto questo bellissimo racconto ci sono le trame di tanti romanzi. Dell'anzianità del padre, Roth scriverà in un altro romanzo autobiografico, Patrimonio. Una storia vera (anche qui vediamo come il titolo giochi sul rapporto tra narrazione e vita). "Esistere significa, per me, essere il Philip della mamma, ma, nei difficili rapporti col mondo e le sue botte, la mia storia prende il via dal fatto che all'inizio fui il Roth di papà", scrive, analizzando il collegamento viscerale che lo unisce alla madre e il senso del dovere, l'ostinazione, l'illusione, il risentimento e la devozione che ha ereditato dal padre. Del rapporto con le donne della sua vita invece recano traccia quasi tutti i suoi scritti.

Chiude il libro una bellissima lettera di Zuckerman che risponde a Roth: "Ho letto il manoscritto due volte. Ecco la risposta sincera che chiedi: non pubblicarlo; te la cavi molto meglio scrivendo di me che facendo una cronaca «fedele» della tua vita. [...] Nella fiction puoi essere molto più sincero senza doverti continuamente preoccupare di fare del male a qualcuno. [...] Il tuo dono non consiste nell'impersonare la tua esperienza ma nel personificarla, nell'incarnarla nella rappresentazione di una persona che non sei tu. Tu non sei l'autore di un'autobiografia, sei un personificatore". È una lettera bellissima sulla scrittura e sul potere della finzione. Di nuovo le parole più autentiche e intense Roth le affida a Zuckerman.

Recensione di Sandra Bardotti