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Nicola Lagioia

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2014
Pagine: 411 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806214562

Ci sono solo due cose davvero sbagliate nell'ultimo romanzo di Nicola Lagioia. L'immagine di copertina di gusto retrò, con un'algida coppia in bianco e nero e abito da sera, non mostra legami con l'epopea fallimentare della famiglia barese Salvemini, che regge la sua fortuna sul vecchio padre Vittorio, palazzinaro di successo, e si disperde nella catastrofe della sua discendenza. Nemmeno il titolo, La ferocia, aiuta molto, nonostante l'evento che avvia la storia sia la morte violenta della primogenita Clara, sciupata dalla cocaina e dagli adulteri in serie. Nei personaggi del romanzo di ferocia vera e propria se ne vede poca, e anche quella subita dalla vittima è differita fuori scena, frutto di un errore di calcolo di vecchi ricconi ubriachi. Prevalgono, dalla nascita dell'impero Salvemini alla sua attesa caduta, i risentimenti, le antipatie, i rancori non detti e i complessi filiali irrisolti, le perversioni o, al massimo, le ambizioni di vendetta quanto mai sballate e sfocate di quello che, dal secondo capitolo in poi, emerge quale protagonista del libro: Michele, il figlio bastardo dei Salvemini, stralunato ed escluso dai meccanismi di vita iperborghesi della sua famiglia (e che ovviamente, quindi, si occupa di letteratura a tempo perso). Se di ferocia si può parlare, essa è l'istinto meccanico e gioiosamente ferino che appartiene alle molte presenze animali del romanzo, percepite nella loro radicale alterità preumana, e non come la concatenazione disordinata di violenze, affetto e follie che permea il romanzo familiare dei Salvemini. Gli attori di questo dramma non sono mossi da istinti atavici o da una violenza connaturata alla loro stirpe: invece, l'anomalia umana non può essere prevista confidando nelle norme della natura, ed è per questo che le diverse psicologie dei personaggi sono tratteggiate con una perizia imprevedibile, che è merce rara fra i narratori nostrani. A dire il vero, nel grande dominio dei mondi di finzione all'italiana, in cui i personaggi di carta sono di frequente burattini manovrati da un serioso spirito dei tempi, o da narratori-saggisti logorroici e invadenti, le creature di Lagioia brillano per tridimensionalità e precisione verosimile. Scavalchiamo pure le prime settanta pagine del libro, immerse in un'atmosfera noir in cui Clara si aggira, nuda e massacrata, su una strada provinciale in veste di "magnete e assenza di volontà", e dove le reazioni alla sua morte sono sviscerate in ogni dettaglio, connotando questa prima parte come la peggiore, appesantita da una rete di metafore ardite e da similitudini epicizzanti che pure vorrebbero fare breccia nel senso comune del lettore, e che invece ricordano un po' troppo Don DeLillo (e non è la prima volta). Quando Lagioia si addentra nella genesi dei disastrati Salvemini, il suo talento emerge più nitido. Lo spettro di una contemporaneità da decifrare è liquidato, la trappola dell'aggiornamento, che ha rovinato parecchi colleghi dell'autore, è aggirata con destrezza (fanno eccezione i lancinanti rimandi alla situazione disastrata di Taranto: una sciagura che nemmeno un romanzo può riscattare); sicché La ferocia appare piacevolmente anacronistico nella costruzione a forte chiaroscuro dei suoi personaggi: non è un caso che negli intenti dell'autore il titolo dovesse essere preso da un verso di Shakespeare. Né si può evitare di pensare, fra i tanti modelli possibili, a Dostoevskij. Come nei Fratelli Karamazov, anche qui Michele è il figlio di un'unione sbagliata e quindi mira di un odio senza appello da parte della matrigna Annamaria (mentre, specularmente, si sviluppa un legame simbiotico e necroforo con Clara; per il suo ruolo, egli ricorda quasi uno Smerdjakov senza malvagità). La sua comparsa nel nucleo familiare, che allo stato nascente era pensato come un idillio, imprime l'accelerazione decisiva al naufragio dei vari membri del clan: nei genitori inizia la diffidenza per il non voluto Michele (i cui problemi mentali nascono dopo aver orecchiato una frase crudele sfuggita ad Annamaria); Ruggero, fratello maggiore antagonista al padre, e da questi totalmente schiacciato, si chiude nella rabbiosa competizione della sua carriera di medico; Clara sviluppa un attaccamento anomalo al fratellastro, e ciò la predispone irreversibilmente alla discesa ad inferos. Lagioia conduce parallelamente queste parabole impazzite senza pretendere di risolvere l'anima plurale del romanzo con una visione autoriale univoca, inscrivendosi così in un quanto mai dostoevskiano "dialogismo" (secondo la classica lettura di Bachtin). È il pregio migliore del libro, ma anche la spia di un sospetto. Lagioia ha sensibilità e sentimento dell'umano non comuni, che hanno contribuito a farne, insieme ai suoi interventi critici e al lavoro editoriale, uno dei migliori lettori d'Italia. Purtroppo, il suo atteggiamento nei confronti della letteratura sembra improntato a un amore carico di rispetto che lo frena, toglie originalità alla sua pagina: come quando, in Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (Minimum Fax, 2001), immaginava che il suo protagonista buttasse l'autore di Guerra e pace dal balcone, dopo contrastate discussioni, rimane ancora la speranza che Lagioia impari a sbarazzarsi dei maestri, camminando solo sulle proprie gambe.   Lorenzo Marchese


Vincitore Premio Strega 2015

Vincitore Premio Mondello 2015 - Sezione Opera Italiana

Sai qual è la disciplina che meglio spiega il nuovo secolo? […] L’etologia. Metti una volpe affamata davanti a un branco di conigli. Corri in una piazza piena di colombi e li vedrai volare. Trovami il colombo che non vola. […] Facciamo quello che la natura ha deciso per noi.

Nicola Lagioia è tornato. Dopo Riportando tutto a casa, romanzo di formazione sulla caduta della gioventù barese degli anni Ottanta, arriva La ferocia.
C’è sempre Bari sullo sfondo, ma questa volta la storia è ambientata nei nostri giorni; si parla sempre di caduta, ma questa volta il male è dilagato e si è tramutato in ferocia, in un homo homini lupus imperante. È notte. Una giovane donna cammina sul ciglio della statale Bari-Taranto nuda e piena di sangue. Di lì a poco, travolta da un camion, la troveranno morta ai piedi di un autosilo. Per tutti è un suicidio, quello di Clara, la terzogenita di una ricca e potente famiglia barese di costruttori: i Salvemini. La sua morte recide i precari fili che tengono insieme Vittorio il capo famiglia, Annamaria sua moglie, e i figli Ruggero, Michele e Gioia.
La violenta scomparsa di Clara dà inizio, in perfetto stile Buddenbrook, alla storia del crollo di una famiglia borghese che con il proprio impero economico intrattiene rapporti foschi e complessi con il potere politico, economico e accademico.
L’incipit potrebbe quindi far pensare a un classico noir, ma La ferocia è soprattutto altro. L’oggetto dell’investigazione non è tanto la morte di Clara, quanto la sua vita. Nel romanzo sono tanti i tentativi e gli indizi che conducono alla ricostruzione della sua persona e degli uomini e donne che l’hanno circondata nel bene o nel male: in una casa in cui la comunicabilità è un requisito superfluo, in cui i genitori anaffettivi e frenetici risultano incapaci di affrontare il lutto, in un ambiente dove si muovono giudici, avvocati, ingegneri, imprenditori, medici e politici, si staglia la figura isolata ed enigmatica di Michele, il fratello minore di Clara, un bambino intorpidito e abbandonato a se stesso, un ragazzo sospettoso e rancoroso, infine un uomo che vuole far luce sulla morte di sua sorella e scoprire la verità.
Tra Clara e Michele il rapporto è asfissiante, morboso e geloso; crescono riempiendosi di attenzioni a vicenda, si mantengono in vita l’un l’altro; questo fino a quando Michele lascerà Bari per trasferirsi a Roma e tentare la carriera giornalistica. Ritornerà solo in seguito alla morte di Clara.
Ma cosa è successo realmente a Clara? Chi è diventata quella donna placida e altezzosa dopo che il fratello per cui era disposta a tutto, l’ha abbandonata?
Quella di Lagioia non è una denuncia sociale il cui scopo è quello di redimere, quanto piuttosto un ritratto di una società attuale, acuto, efficace e verosimile; descrive con minuzia la topografia di una città feroce in cui la corruzione, lo sfruttamento edilizio e tutti gli spettri che la popolano fanno da sfondo – e da contrasto – all’amore tra Michele e Clara.
Lungo l'impalcatura narrativa delle 400 pagine, si distende una ritmica similitudine tra la società e il regno animale in cui, in entrambi i casi, lo stato di natura e l’istinto sembrano prevaricare e non lasciare alternative. Ma Lagioia contrappone alla ferocia un polo opposto: l’amore. Per quanto retorico possa apparire, il rapporto tra i due fratelli, tenuto in piedi da un affetto ancestrale, riesce a fare da contraltare e a sfidare degnamente la crudeltà di ciò che li attornia in vista di un ultimo e definitivo riscatto che supera persino i limiti invalicabili dettati dalla morte.
In questo libro ritroviamo il veloce ritmo del noir con un frequente e repentino cambio di scena, flashback continui, un linguaggio spesso libero e antitetico, a cui però si accosta uno stile ricercato, elegante e coinvolgente che dona alla trama un abito pregiato da cui è difficile distogliere lo sguardo.

A cura di Wuz.it

Recensioni dei clienti

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    Rosalba

    08/09/2016 19.14.33

    La trama all'inizio sembra intrigante,poi diventa ripetitiva e noiosa.Finito con tanta buona volontà

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    Domenico

    20/08/2016 16.23.46

    Abbandonato e ripreso,ripreso e poi riabbandonato, non lo so non riuscivo a comprendere niente scarsissimo è deludente

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    lettore4

    15/08/2016 12.30.23

    Una precisazione: il voto che avrei voluto dare al libro è più basso, ma di fronte a una media del 2, ho cercato di contribuire verso l'equità. Perché "La ferocia" ha molte qualità, assieme a indiscutibili difetti che già sono stati elencati da altri lettori e ai quali mi associo in parte. E' pedante? Sì, lo è. Lo stile è artificioso e involuto? Sì, talora. Ma, a mio avviso, tutto ciò non nuoce più di tanto all'intelligibilità della storia, avvincente e con un ritmo sostenuto. Direi, anzi, che in un momento storico in cui la cura formale degli autori è pressoché inesistente, questo romanzo viene a dare una speranza. Raramente l'autore si abbandona a un vocabolo trascurato o a un aggettivo banale e questa sua attenzione non è formalismo, è stimolo a fermarsi sulla frase e rileggerla per penetrare nel mondo descritto. Quindi non è affatto noioso il racconto, ben descritti sono alcuni personaggi. Non mi convincono, invece, alcuni punti e non mi spiacerebbe avere una risposta da chi ha apprezzato molto il libro: 1) gli episodi del passato: qualcuno ha capito quale sia stata la frase, detta dal corteggiatore di Clara che accompagnava lei e Michele in macchina, che ha tanto offeso la protagonista? Qualcuno ha capito che cosa sia successo di così tragico nella palestra mentre Clara usa la lampada UVA e l'uomo torna con le pizze? Piccolezze? Può darsi, ma se un autore le inserisce nella trama, ha il dovere di spiegarmele. 2) La trama e i fili che non si congiungono: mi spiegate perché Clara ha sposato Alberto? Perché in quella casa nessuno parla mai della sua morte? Perché, durante il funerale, l'amante accarezza il cadavere se è appurato che non la ama? Perché la sorella s'inventa l'account su Twitter per poi abbandonarlo= A che serve la figura del fidanzato? Mi fermo qui, ma i miei perché sono ancora tanti. Per mettere in luce un calderone di storie collaterali, personaggi inutili, descrizioni di paesaggi, animali etc che fanno gridare "E' troppo, basta!"

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    Clara

    09/08/2016 22.34.04

    Libro molto deludente, assolutamente non consigliato. È scritto in una maniera pesante e difficile da seguire, anche per un'appassionata di lettura come me. I personaggi sono così esagerati da essere completamente irrealistici, fuori di testa uno peggio dell'altro. L'unico aspetto vagamente interessante è la descrizione di Bari; per questo unico elemento comunque non vale certo la pena di leggere/comprare questo libro - soldi buttati e tempo perso!

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    Piera

    20/07/2016 09.33.41

    La maggior parte delle recensioni dei lettori mi sembrano negative mentre lo leggevo mi sono chiesta come fosse possibile aver vinto il premio Strega

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    MARIA ANDREINA

    08/07/2016 08.04.50

    Pesantissimo,presuntuoso,in una parola: brutto. Non sono riuscita a finirlo. Soldi buttati.

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    Domenico

    14/04/2016 21.55.24

    abbandonato molto presto e senza rimpianti. libro semplicemente brutto, inutile proseguire in una lettura orrenda.

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    Lena

    09/04/2016 23.18.38

    Il peggior libro che abbia mai letto, e io ne ho letti tanti. Se solo l'autore l'avesse sottoposto a un po' di editing... invece, lui che editor ci è, ha lasciato che la sua prosa involuta e inutilmente complicata avesse il sopravvento. La ferocia, che è poi rivolta soprattutto al lettore che incappa in questo romanzo, è la dimostrazione di quanto per vincere il premio strega sia necessario avere peso politico nella parrocchia letteraria, vale cioè più essere una personalità che scrivere un gran romanzo. Preferisco a questo punto di gran lunga Fabio Volo. A Volo almeno lo premiano i lettori. Quanti lettori premeriebbero questo romanzo? Gli amici degli amici di Lagioia?

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    Margherita

    03/03/2016 10.47.03

    Libro feroce, come feroci sono, ognuno a modo suo, i componenti della famiglia Salvemini. La prosa, che inizialmente può apparire disorientante, serve invece, secondo me, ad accompagnarti nel mondo reale e mentale dei personaggi. Credo proprio che Michele e Clara rimarranno con me per un po'.

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    Paola C

    15/02/2016 18.13.38

    Prosa pesantissima a trama confusa, più volte ho pensato di interrompere la lettura. Ora che sono riuscita con improba fatica a terminare il libro, oltre alla gioia di non dovermi più sottoporre a tanta tortura, mi è rimasto per giunta davvero poco. Lo sconsiglio vivamente.

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    ELSA

    06/02/2016 07.12.32

    Ho finito il romanzo solo perché era fissato per il nostro gruppo di lettura, altrimenti non avrei superato pag 30; e il fatto che sia uno Strega è il solo motivo per cui è stato scelto e letto. A giudicare dalle recensioni medie, forse i lettori non ne avrebbero altrimenti decretato la gloria e l'avrebbero archiviato con sollievo e senza nostalgia. Credo che questi premi funzionino da vestito dell'imperatore, visibile solo da un pubblico 'superiore', e che il desiderio di far parte di questi privilegiati influenzI più di qualche voto positivo. L'idea che un linguaggio involuto, confuso e volutamente criptico voglia essere contrabbandato per virtuosismo, non solo mi irrita, ma mi indigna apertamente. A questo proposito, il mio sospetto è che lo scrittore, se direttamente interpellato per spiegazioni su qualche passaggio, non avrebbe lui stesso idea di quel che voleva dire, ammesso che avesse voluto dire qualcosa. La ferocia, certamente connessa alle vicende e ai personaggi, è anche collegabile all'autore di cui a ogni pagina si coglie lo sforzo sovrumano di sottolineare quanto lui sia dotato di una superiorità intellettuale, stilistica e contenutistica che il povero lettore: o capisce e apprezza, o è condannato all'inadeguatezza di non capire interi passaggi, che tenta vanamente di rileggere. Da questo gioco perverso mi sono protetta considerando il romanzo come libro comico e leggendone a voce alta a mio marito i passaggi più altisonanti, circonvoluti e vuoti di significato, e ridendone insieme.

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    matteo

    13/01/2016 10.13.04

    Scritto bene. Originale la trama. Lettura abbastanza scorrevole. Uno dei pochi premi Strega che sono riuscito a leggere fino alla fine.

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    teresa

    03/01/2016 08.32.10

    (...) le biografie vengono scritte prima che il debole inchiostro degli eventi le renda attive e comprensibili" È un noir impegnativo. Nella Bari bene la famiglia Salvemini è ricca e molto opaca; si legge del male tramutato in ferocia, homo homini lupus. Ben scritto e " insolito"

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    Ettore Cappa

    23/12/2015 15.31.44

    L'autore lo ritrovo nel personaggio Michele, uno scribacchino psicolabile che per affascinare il lettore s'inventa una prosa lambiccata. Esempio: p.32'il bulbo che ruggiva';p.43'Gli angeli battuti a mano sul parafuoco del camino';p.49'l'ossessione computazionale';p.64'Il lievito dei sadducei' (rifer.alla CEI). Ed è tutto così da sembrare una comunicazione verbale da salotto del'700 senza ne capo ne coda. In questo tipo di scrittura involuta e saccente si dipana una storia slegata e improbabile di ferocia familiare e disgrazie a catena. Quanta fatica leggerlo e quanti sospetti per averlo premiato!

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    alida

    19/12/2015 18.58.48

    la lettura non è stata agevole, distensiva, piacevole. anzi. non mi ha appassionata, sebbene sia ambientato nei posti in cui sono nata e cresciuta. la trama non si capisce molto bene. i personaggi non riescono a fare breccia. io ho notato molta confusione e un che di inconcludente. non ultimo lo stile. ridondante, artificioso. mi spiace, ma non lo consiglio.

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    Chiara Sav

    28/11/2015 11.26.49

    A parte la trama che talvolta inchioda alla lettura, lo stile è pesante, allucinato ... ostile. Credo si possa fare meglio.

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    Marta Losi

    26/11/2015 20.48.14

    Romanzo terribile...ma chi ha osato accostarlo ai Buddembrook? Per dirla con Machiavelli è come voler far fare ad un asino la corsa di un cavallo.... Non c'è nulla che convinca nè l'impianto narrativo, appesantito da troppi e noiosi salti temporali,nè la caratterizzazione dei personaggi, per lo più scontati e privi di spessore e nemmeno lo stile, pretenzioso supponente, involuto... Avete provato a rileggere i passaggi involuti? E' del tutto inutile ...uno spettacolo pirotecnico a pura soddisfazione dell'autore. La virata finale verso il genere noir è del tutto gratuita,una sorta di escamotage per convincere il lettore - che avrebbe voluto mollare il libro già a pg. 100 - ad arrivare fino in fondo. Meglio così ...perchè almeno a lettura ultimata si può dire con qualche argomento in più che se questo è un Premio Strega siamo proprio mal combinati in Italia anche sul versante letterario.

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    PoorItaly

    18/11/2015 09.24.06

    Ormai non si riconosce più l'artificio dalla ricerca e dalla spontaneità. L'eccesso di individualismo e narcisismo pretenzioso stanno distruggendo l'Italia in ogni campo.

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    tizzi

    09/11/2015 12.19.08

    i gusti sono gusti... c'è chi si entusiasma per lo strega a Pennacchi (da me abbandonato forse superficialmente dopo 15 pagine) e dà 1/5 a questo libro. Francamente, tra gli ultimi Strega assegnati a me sembra il migliore. All'inizio effettivamente lo stile è eccessivamente involuto, ma poi si legge bene, pretendendo la giusta attenzione e scende in profondità, affrontando temi che non sono affatto superati; a chi lamenta l'assenza di una trama rispondo (per carità, senza voler fare paragoni) che neanche Ulysses e La montagna incantata ce l'hanno

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    Bube

    06/11/2015 19.34.33

    Irritante è la parola giusta.

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