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Penelope Fitzgerald

Curatore: M. D'Amico
Collana: La memoria
Edizione: 3
Anno edizione: 1998
Pagine: 260 p.
  • EAN: 9788838914591

recensioni di Zagari, L. L'Indice del 1999, n. 01

Il fascino sottilmente ambivalente di questo esile romanzo scaturisce dalla felice levità con cui fin dalle prime pagine il lettore viene introdotto nel pieno di un mondo narrativo ricco di suggestioni anche perturbanti, sempre però risolte nel fluire accattivante e sapido dell’azione.

Tratti discreti, ma che subito incidono una situazione, un ambiente, la mossa di un personaggio: e già il lettore si trova a volare oltre. Nella successione di cinquantacinque rapidi schizzi disegnati con il gusto del risvolto bizzarro della quotidianità, il lettore viene coinvolto nell’inconcludente affaccendarsi di un’angusta cerchia della piccola aristocrazia provinciale della Sassonia di fine Settecento. Il mondo della famiglia von Hardenberg ci si presenta a distanza zero nella sua arretrata staticità, animata però in superficie dal gran da fare che si danno i tanti membri della famiglia e del clan, soprattutto i giovani.

Il lettore è portato a porsi qualche domanda: tanta disordinata e insieme impacciata agitazione è solo il frutto del macchinoso funzionamento di un’invecchiata struttura familiare e sociale, capace al più di sopravvivere ma certo non di porre rimedio allo squilibrio fra condizioni quasi misere e collocazione sociale ancora di un certo prestigio? O forse tutti quei giovani cercano sì, divincolandosi, di ritagliarsi un minimo di spazio autonomo ma tutto vogliono meno che abbandonare quella culla delle loro leggere nevrosi che avvertono essere allo stesso tempo ambiente ideale per coltivarle senza troppi rischi?

Alternando primi piani e "totali", il quadro si arricchisce dei ritratti in movimento di questi giovani disadattati, patologizzati nella scrittura con cordialità e leggerezza: qualcuno appare più frustrato e represso, qualcuno quasi isterico, qualcuno sta forse per trasformarsi da pianeta che ruota ai margini di quel piccolo sistema solare in meteora o magari in fulgida stella cometa (ma forse persino Fritz – leggi Novalis –, il più singolare fra quei ragazzi, dotato come ci appare non solo di arditi umori metaforici e combinatori, ma anche di solide conoscenze scientifiche e tecniche, avrebbe giudicato troppo azzardata una così disinvolta variazione metaforica sull’ordine cosmico).

A tratti sembra di avere a che fare con una variante tedesca inventata da Penelope Fitzgerald sulla scia dei grandi romanzi d’ambiente del primo Ottocento inglese. Un tratto comunque molto tedesco è il ruolo riconosciuto alla dimensione intellettuale. Si diceva di Fritz: ma nello sfondo compaiono anche altri personaggi già allora famosi per le loro geniali doti intellettuali e artistiche: Goethe, Schiller, Friedrich Schlegel. Certo essi fanno capolino nell’affollatissima azione del romanzo illuminati soprattutto in quegli aspetti che con la misura ridotta di quel mondo sono compatibili. Eppure è anche a questo sfondo di grandi figure e movimenti intellettuali che si deve il sorgere nel lettore dell’impressione che tanta bizzarra quotidianità si iscriva in una costellazione di implicazioni più ampie, più impegnative, a volte enigmatiche.

È in genere in questa chiave che va letto anche il crescere della figura di Fritz, che è forse eccessivo chiamare protagonista del romanzo ma che certo finisce col costituirne il centro di cristallizzazione. Fritz e quel suo amore, insieme evanescente e perentorio, per Sophie, una bambina dodicenne che morrà di tisi appena raggiunti i quindici anni.

Fritz sfiora continuamente il punto di fuga dal sistema familiare e non solo per i suoi soggiorni nei centri (per altro non troppo discosti da casa) di una vita culturale pullulante di fermenti innovatori. Ancora più incisivo risulta il modo in cui in famiglia Fritz radicalizza la comune predilezione per un instabile equilibrio fra rigetto e adesione. Nella conversazione più familiare Fritz dissemina, come se colloquiasse con se stesso, fulminee riflessioni paradossali, aperçus di mondi nuovi cui si sta appena aprendo, poco curandosi se gli ascoltatori riescano a seguirlo davvero. Anzi, non sembra turbarlo nemmeno la riluttanza anche di quella bambinetta scialba e tutto sommato poco sensibile che senza troppa grazia si lascia amare, addirittura idolatrare ("romantizzare", avrebbero detto un paio d’anni dopo Fritz e l’altro Friedrich, lo Schlegel) da un innamorato in-
sistente e sfuggente, di cui lei
non aveva mai imparato a pronunciare correttamente neanche il cognome.

Un felice intervento autoriale sulla cronologia crea lo spazio narrativo perché Fritz possa comunicare a metà romanzo alla fidanzatina e a due amiche, più perplesse che affascinate, quella storia del fiore azzurro che Friedrich von Hardenberg detto Novalis avrebbe in realtà composto solo un paio d’anni dopo la morte di Sophie. Ma intanto questo felice arbitrio storico consente alla narratrice di comunicare en passant al lettore quel tanto che le serve della sostanza auratica di quello che sarebbe diventato – almeno lungo tutto il primo secolo della ricezione – l’emblema di Novalis e di un’intera generazione romantica.

L’azione del romanzo si esaurisce con la morte di quella povera adolescente incolore e con la sua incipiente divinizzazione da parte di Fritz. Il lettore fa ancora a tempo a vedere come il giovane si reinserisce ben presto nel ritmo della vita quotidiana, ma il romanzo si conclude prima che la farfalla sia del tutto uscita dalla crisalide per trasformare Fritz nel più grande poeta lirico e in uno dei più sconcertanti pensatori del romanticismo europeo.

Scelta sapientissima, che dimostra con quanta raffinatezza le pagine leggere di Penelope Fitzgerald siano tagliate secondo un’ottica narrativa perfettamente calcolata. Il secco, spesso umoristico idillismo descrittivo dell’azione trova così la sua sponda là dove appena si comincia a intravedere un mondo diverso, dominato da tutt’un’altra logica, quella dell’"oltre". Questa logica, che poi è la vera novità del Novalis ultimo, non forza le coordinate del romanzo perché vi compare soltanto come riflesso balenante e sparente nella realtà minimalistica dell’oggi.

Nessun riduzionismo demistificatorio, dunque, ma anche nessun’enfasi cultuale, piuttosto un dosaggio molto inglese, che forse non sarebbe dispiaciuto neanche a colui che teorizzava sì la romantizzazione del quotidiano, ma anche l’incarnazione dell’ignoto nell’operosità comune della vita di tutti i giorni.

Così, senza forse neanche volerlo, il romanzo sfugge a quel dilemma un po’ professorale che ancora qualche generazione fa aduggiava gli studi su Novalis. Chi fra i due, ci si chiedeva, è quello veramente vero, il poeta del fiore azzurro o il solerte impiegato delle saline, il mistico che fa della morta Sophie la regina degli Inni alla Notte o il giovane che trova ben presto un’altra fidanzata, salvo a morire già nel 1801, anche lui di tisi, come Sophie, come due altri ragazzi Hardenberg? Per fortuna il lettore di Penelope Fitzgerald può invece meglio apprezzare il fuggevole delinearsi di paradossali prospettive su quell’"oltre" proprio perché esse gli si offrono alla lettura come variante estrema, enigmatica ma in fondo attendibile, di quel rapporto di rifiuto e di adesione alla vita che caratterizza nel romanzo l’intero clan degli Hardenberg.

A chi scrive è capitato di partecipare un anno fa a un convegno dedicato alla presenza di Novalis nell’immaginario di poeti, musicisti e scrittori di tutto l’Occidente. Il convegno si è tenuto nel castello degli Hardenberg a Oberwiederstedt (e non "Oberwiederstadt", come si legge nella traduzione di Masolino d’Amico, per altro veramente accattivante). L’atmosfera aveva un che della quotidianità un po’ bizzarra così felicemente evocata da Fitzgerald. Il castello, in quei giorni di settembre già avvolto in precoci brume autunnali, non è poi nient’altro che un palazzotto del tardo Seicento, ancora dieci anni fa così malridotto da indurre le autorità della Repubblica democratica tedesca a progettarne la demolizione, chissà se anche per scarsa simpatia ideologica per Novalis. La caduta del muro di Berlino ha impedito la caduta delle mura del palazzotto Hardenberg che ora, rimesso a nuovo, svolge con modernizzato decoro la funzione di centro culturale ed è sede dell’Associazione internazionale di studi su Novalis.

Fra i tanti nomi illustri e meno illustri che verranno evocati negli eruditissimi atti di prossima pubblicazione, un posto un po’ appartato, ma non troppo, spetterà a pieno titolo anche al romanzo di Penelope Fitzgerald.

Penelope Fitzgerald è stata salutata fin dall'inizio come a writer's writer, un autore per autori, in quanto il suo stile conciso, il suo estro così rigorosamente organizzato, il suo umorismo senza compiacimenti e la grande conoscenza della materia trattata sono sicuramente doti riconosciute e apprezzate da chi è del mestiere.
Il fiore azzurro è un romanzo di formazione, ambientato in Sassonia alla fine del Settecento che, pur descrivendo con sintetica precisione il clima culturale e sociale dell'epoca, sottende anche le domande eterne che ogni lettore rivolge ad un grande poeta per avere risposte sulla vita, l'amore, il significato delle cose e dell'esperienza.