La foresta ancestrale. Memoria, viaggio e rito tra i kulunge râi dell'Himalaya nepalese

Martino Nicoletti

Editore: Franco Angeli
Anno edizione: 1999
In commercio dal: 1 settembre 1999
Pagine: 304 p.
  • EAN: 9788846416360
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recensioni di Beneduce, R. L'Indice del 2000, n. 07

Chi si accinge alla conoscenza di una cultura e intende farlo in modo rigoroso, contribuendo alla costruzione della relativa etnografia, sperimenta presto quanto sia difficile questa esperienza. Presto egli si sentirà immerso in una rete di riferimenti fra i quali è facile perdersi. La "foresta dei simboli" ndembu di cui scriveva Turner, quella "di piume" sui sistemi di conoscenza alla cui esplorazione ci aveva condotti Raimondo Cardona, quella "iniziatica" di Nathan e Hounkpatin, o quella "delle alleanze" di cui ha scritto di recente Stefano Allovio, sono immagini che il lettore riconosce come metafore eccellenti e quasi obbligate di quella peculiare avventura conoscitiva che si realizza nel viaggio antropologico.
Come questi compagni di metafora, La foresta ancestrale di Nicoletti rappresenta una mappa accurata della cultura e della vita quotidiana dei Kulunge Râi, uno fra i molti gruppi kirãti che si distribuiscono lungo le valli dell'Hongu e delle vicine regioni nel Nepal orientale, dove il giovane autore ha effettuato numerose missioni. Il suo interesse per le culture della regione tibeto-himalayana lo aveva condotto in passato a occuparsi del rapporto fra religione bon e sciamanismo (un suo contributo compare nel volume collettivo Tremore e potere. La condizione estatica nello sciamanismo himalayano, Angeli, 1995), e alcune tracce di quella riflessione le ritroviamo nel lavoro ora pubblicato: il significato e la struttura simbolica dei rituali funerari e terapeutici, il complesso dello sciamanismo nepalese nelle sue evoluzioni e nelle sue espressioni, il continuum di tempi e di stili narrativi fra personaggi del mito e vicende storiche che giunge a incarnarsi sin nella voce dell'informatore e nel suo stesso presente.
Che il mito non sia soltanto mnemotecnica ma anche strategia classificatoria lo avevano già un secolo fa osservato Durkheim e Mauss, e nel lavoro di Nicoletti cogliamo per intero la portata di quella notazione: sottoposto ad approfondita esegesi, il mito e i racconti kulunge si presentano infatti come un ordito che in modo sottile connette gli aspetti della vita materiale, le attività domestiche, le genealogie e il mondo degli antenati, i luoghi circostanti. La struttura abitativa rivela ad esempio l'intreccio profondo fra dimensione simbolica, divisione degli ambienti e oggetti quotidiani: alla loro collocazione, al loro uso regolato secondo l'età e il sesso dei membri della famiglia, presiede una logica minuziosa che prescrive gli assi lungo i quali costruire o abitare la casa (alto/basso, nord/sud, maschile/femminile), i luoghi dove disporre il focolare, le "pietre-guardiano" o l'altare domestico. La casa kulunge si offre ora al nostro sguardo non come un insieme di spazi e oggetti giustapposti a caso ma come l'espressione compiuta di una raffinata architettura mitica che si sovrappone come per miracolo al tempo e alle attività del vivere quotidiano: un'architettura che vede la sua ciclica presentificazione nei riti officiati agli spiriti degli antenati, i nagi, volti a preservare la salute e la prosperità o rimediare alle conseguenze di trasgressioni. Fra le più gravi quella costituita dall'oblio dei propri antenati: amnesia culturale che il rituale cura alla stregua di una malattia, e dove il farmaco è la rimemorazione, il rinnovarsi dell'antica alleanza.
Il lettore riesce a cogliere agilmente anche i problemi teorici e metodologici che affiorano nel corso della ricerca, alcuni dei quali è utile ricordare. Le analogie presenti nei corpus mitici e le prossimità semantiche sottolineate nelle culture vicine offrono ad esempio una conferma empirica di quanto l'antropologia contemporanea afferma con forza: le "culture" non sono sistemi chiusi ma sono attraversate da dinamiche di contaminazione, rimescolamenti, prestiti, e persino nei loro miti di fondazione la presenza costante e costitutiva dell'Altro (di volta in volta lo Straniero, una divinità, lo Sposo o la Sposa provenienti dal mondo metaempirico, come nel caso degli stessi kulunge) testimonia la consapevolezza solo in apparenza paradossale che l'alterità è a fondamento dell'identità culturale, dei suoi strati più sommersi, più originari: una necessità che viene qui come conficcata alla radice stessa dei racconti cosmogonici. La dialettica fra villaggio e foresta, fra spazio selvaggio, abitato da forze o entità indomate, e spazio normato, culturalizzato, oltre a individuare una dicotomia ben nota agli etnografi, suggella il principio di uno scambio incessante fra queste opposte realtà, necessario al benessere dei singoli come della comunità. Ma, sottolinea Nicoletti, la foresta si connota anche come lo spazio mitico e, nominarla opera nel pensiero kulunge uno sbalzo "indietro nel tempo (...) in cui la selva era lo scenario prediletto per lo svolgimento degli episodi che avevano per protagonisti gli antenati".
Il passato di questo popolo, e il suo viaggio dalle giungle del Nepal meridionale alle aree montagnose del nord, trova dunque eco e memoria nei gesti dell'importante rito del Dedam Mayam, che prevede fra l'altro anche la cosiddetta claustrazione (clausura rituale) del villaggio, presente anche in altri gruppi del Nepal; tale chiusura si rende necessaria per rigenerare la "forza vitale", assicurare prosperità al gruppo, ristabilire l'antico patto con gli antenati. Quello delle classificazioni costituisce un altro fra i problemi più critici della ricerca etnografica, risolto dall'autore con un rinvio deciso (forse troppo) a Hallpike. Secondo quest'ultimo le classificazioni primitive, legate unicamente alle proprietà fenomeniche delle cose, si distinguerebbero da quelle scientifiche, che diversamente dalle prime sono in grado di cogliere relazioni soggiacenti alle apparenze: le prime si definirebbero dunque secondo modalità di pensiero pre-operatorie. Lasciando irrisolta la questione della staticità, a mio avviso presente anche in talune classificazioni scientifiche, rimane problematico il riferimento all'opposizione pensiero operatorio vs pensiero preoperatorio o primitivo, che rievoca discussi modelli di tipo evoluzionistico. Piuttosto, sullo sfondo di attitudini classificatorie certo peculiari e nutrite da un denso humus simbolico, noi cogliamo non tanto mere attività pragmaticamente orientate, quanto stili cognitivi più o meno adattati ai particolari ambienti di vita, estetiche differenti o, meglio: "sistemi di ragionamento" diversi (l'espressione è di Allan Young).
Fra i molti temi che la ricerca percorre dobbiamo almeno menzionare quello dello sciamanismo e delle cure. Sullo sfondo della peculiare rappresentazione della persona e delle sue istanze (forza vitale, soffi, ecc.), dei rapporti fra queste e il mondo, di ciò senza la cui conoscenza non si potrebbe comprendere sino in fondo la pragmatica e il senso dello sciamanismo nel contesto kulunge, si delinea anche una precisa concezione delle strategie terapeutiche. E se nel leggere che un trauma o uno spavento possono indurre la fuoriuscita dei "soffi vitali" il lettore sarà sospinto a cogliere analogie con altre nozioni (come quella andina di susto), nel movimento del ramoscello sul corpo del paziente ritroviamo tratti simili a quella geografia mitica della cura disegnata dal canto dello sciamano cuna (nella regione di Panama) e reso famoso da Lévi-Strauss. Il profilo guerresco e la violenza che connotano le danze rituali kulunge ricordano inoltre quella insopprimibile dimensione agonistica che oppone demoni e divinità, e che, rivolta a rigenerare il cosmo, caratterizza i culti di possessione analizzati da Jackie Assayag nel sud del subcontinente indiano. L'ordine terapeutico si sovrappone dunque senza soluzione di continuità a quello simbolico e religioso e, come per la possessione, dobbiamo forse rinunciare anche nel caso dello sciamanismo a ogni "tentazione tipologica" (Augé). Ma sono le ultime pagine quelle che, con ritmo serrato, presentano il singolare intreccio fra le attività di caccia nella foresta, i relativi culti e lo sciamanismo kulunge: intreccio che Nicoletti riprende in parte da Hamayon (studiosa dello sciamanismo asiatico) sviluppando in modo originale i nessi fra sapere iniziatico, contatto fra distinti mondi dell'esperienza e memoria culturale: la foresta, proprio perché luogo non addomesticato, diventa così il crogiolo solo in apparenza paradossale che "fonda il civile e lo mantiene in vita".
Il libro, corredato di foto e disegni, ci permette di penetrare dentro una realtà culturale complessa quanto affascinante, e insieme mostra il faticoso (quanto infinito) lavoro che sta dietro ogni tentativo di cogliere il senso profondo di una forma di vita, dei suoi precetti, dei suoi riti, del suo tempo. Forse la sensazione di coerenza della cultura kulunge che se ne ricava è eccessiva, prodotta al prezzo di rimuovere i non meno significativi conflitti, i mutamenti e le zone d'ombra che approcci diversi cercano invece di mettere in primo piano nello studio delle culture e nel rapporto che si instaura fra l'etnologo e i suoi "informatori". Ciò detto, l'opera di Nicoletti rimane un contributo prezioso e denso, assai ben scritto, alla conoscenza di un popolo del Nepal.