Il fucile da caccia

Yasushi Inoue

Traduttore: G. Amitrano
Editore: Adelphi
Edizione: 9
Anno edizione: 2004
In commercio dal: 10 marzo 2004
Pagine: 100 p., Brossura
  • EAN: 9788845918445
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Descrizione
Quando nel 1949, il gornalista, poeta e critico d'arte Inoue Yasushi pubblica il suo primo romanzo ha quarantadue anni. In quest'opera l'autore trova nella brevità una misura ideale e, nell'oscillazione tra il detto e il non detto, raggiunge un miracoloso equilibrio narrativo. Un equilibrio difficile e impervio come il gioco amoroso che tiene legati i destini dei quattro personaggi, un uomo e tre donne, e che li accompagna nel corso degli anni senza mai turbare la calma ritualità delle loro esistenze. Eppure il romanzo è attraversato da una tensione costante, da una rabbia sorda e trattenuta che esplode alla fine, quando ogni menzogna viene svelata, ogni passione consumata e a regnare è la consapevolezza che ogni essere è abitato da una vita segreta.

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Recensioni dei clienti

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    ilGiusi

    21/09/2018 14:53:48

    In questo breve romanzo di folgorante perfezione, Inoue Yasushi raggiunge un miracoloso equilibrio narrativo, impervio come il gioco amoroso che tiene legati i destini dei quattro personaggi, un uomo e tre donne, e che, pur appeso a un filo sottilissimo, li accompagna nel corso degli anni senza mai ledere la calma ritualità delle loro esistenze. Tuttavia il romanzo è attraversato da una tensione costante, da una rabbia sorda e trattenuta che non esplode neanche alla fine, quando ogni menzogna è stata svelata, ogni passione consumata, e a regnare è la consapevolezza che ogni essere è abitato da una vita segreta, inavvicinabile. Meraviglioso!

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    Cassandra

    19/09/2018 09:15:44

    Un piccolo capolavoro che si legge in 3 ore di treno, così come ho fatto io. L'amore non è sempre semplice e delineato, anzi non lo è quasi mai. E alla fine della propria vita alle volte si sente la necessità di raccontarlo, questo amore non vissuto fino in fondo. Fosse anche solo ad uno sconosciuto.

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    Hyeronimus52

    14/10/2016 23:40:35

    Tre soli personaggi: Misugi, la moglie Midori e Saiko, la sua amante: un triangolo amoroso è l'essenza di questa magnifica gemma letteraria che si legge in poche ore ma che rimane per sempre dentro e non smette di porre interrogativi sull'amore anche se lo stesso Yasushi, lo scrittore, per bocca della coprotagonista Saiko, pone la domanda fondamentale: rende più felici amare o essere amati?.

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    Marta

    21/11/2014 23:26:21

    Delicatissimo e struggente libello. Le descrizioni e i personaggi sono dolci e al tempo stesso intensissimi. Davvero un piccolo gioiello di narrativa sull'amore, da portare nel cuore per chi ancora crede nella possibilità di mettere in letteratura questo tema evitando le banalità.

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    lina

    19/10/2012 01:48:10

    romanzo incredibilmente monco, termina laddove comincerebbe a suscitare interesse. si arriva a voltare e rivoltare più volte l'ultima pagina, increduli che il libro finisca così.

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    Loris

    31/08/2012 09:53:12

    Una poesia e tre lettere sono gli espedienti narrativi che sorreggono questo breve romanzo. La prima evidenzia la natura solitaria e inaccessibile di ogni essere umano, mentre le tre missive, scritte sulla scia di una passione adultera durata oltre un decennio, non fanno che evidenziare il gioco degli equivoci e dei fraintendimenti cui i sentimenti e le relazioni sono soggetti. Il 'serpente' che ci portiamo dentro, ambiguo e minaccioso come il fucile del cacciatore, è un compagno inseparabile, invisibile agli altri, ma a volte anche a noi stessi.

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    silvia

    21/07/2012 09:42:38

    Singolare, poetico, uno spaccato dello stesso amore raccontato da tre persone,vero, terribilmente vero ! Originale la forma delle lettere che dà la struttura al racconto. Mi è piaciuto davvero moltissimo !

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    Paola

    20/03/2012 19:21:03

    Breve ma intenso,bello.sicuramente mi ha messo la curiosità di leggere altri libri di questo autore.singolare la scelta narrativa di raccontare la storia solo attraverso tre lettere.

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    Alex

    21/11/2011 16:26:00

    Tutto si muove con calma in questa rappresentazione letterale, i gesti come le parole. Anche i rumori e i suoni li ho immaginati come ovattati. Quasi a non voler distogliere il lettore nel suo viaggio accanto ai protagonisti di questo piccolo capolavoro del sol levante.

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    Annarita

    08/02/2011 23:47:39

    Che bello. In poche pagine l'autore riesce a dire molto dell'amore e ancora di più dell'animo umano. Tre lettere di altrettante donne ad un solo uomo, tre lettere che raccontano visioni diverse della stessa vicenda, parlano di solitudini che non si incontrano, di dolori che non possono essere leniti, di sentimenti che non devono essere svelati e vissuti. Bugie e segreti che soffocano la vita. Una storia d'amore che amore non è. Non può essere amore una storia fatta di menzogne, di sensi di colpa e di dolore. Un uomo d'affari, marito e amante, cacciatore solitario, finisce per essere preda; il suo fucile, oggetto di offesa, strumento di difesa dai colpi della vita, si conficca invece nelle sue carni, "scavando nello spirito solitario, nella carne solitaria di quell'uomo di mezza età". Ciò che appare non è. Storia di donne che non hanno saputo amare, comprendere e perdonare, che hanno cercato di soffocare la sofferenza nell'illusione di amori e nelle menzogne. La verità toglierà la vita, ma sarà anche portatrice di pace e serenità. L'una potrà finalmente riconoscere l'amore negato al marito e l'amore ricevuto dal suo amante. L'altra sarà capace di scegliere per amore di sè stessa ed in fondo anche del marito. E non sarà più importante trovare la risposta giusta alle domande: vuoi amare? vuoi essere amata? Se sai amare sarai amata.

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    ritamottolesesersale

    24/01/2011 14:08:04

    Questo libricino che si articola essenzialmente su un percorso di esperienza sentimentale che coinvolge 3 donne fra di loro legate da intima parentela e un unico uomo,oggetto del loro amore,ha dalla sua che non può essere completamente e liberamente commentato se non si conosce bene l'ambiente in cui i 4 personaggi si muovono,ambiente giapponese del 1949 in cui l'educazione sentimentale era rigorosamente celata da pudori e da un costume sociale severo e chiuso proprio della tradizione stessa giapponese dove i silenzi e gli sguardi sono dei valori di comunicazione che possono arrivare al cuore ed in maniera diversa.qui il gioco si consuma impertubabile in famiglia accomunata da un'unica insolita bugia,svelata poi alla fine come in un gioco pensato e con nessun ignaro del gioco stesso.E' stato pesante calarsi in quest'atmosfera falsa e uscirne consapevoli che in amore la bugia è sempre foriera di sentimenti negativi.

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    federica

    06/01/2011 14:33:14

    A dire il vero, a me questo libro non è piaciuto. Non l'ho capito e forse per questo mi è sembrato noioso, pur nella sua brevità.

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    jane

    29/11/2010 17:29:51

    Tagliente come una lama, freddo come il ghiaccio, scritto (e tradotto benissimo). Sui segreti inconfessabili che ciascuno si porta dentro fino alla morte; sull'amare/ essere amati e sulla solitudine. Un racconto senza tempo, come il Giappone tradizionale.Che meraviglia quello "haori" di seta con grandi disegni di cardi, che resta negli occhi e nella mente...

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    Gianni

    30/10/2010 09:59:04

    Quante verità può avere una storia d'amore ? tre donne coinvolte in diverso modo raccontano la propria e ognuna di queste verità ha una sua dignità, una sua ragione.L'amore svelato inteso come amore pieno e riconosciuto dagli altri, se questo manca non può essere vero amore. Questo intendo voglia dire l'autore.Semplicemente splendido.

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    geffy

    01/12/2009 10:44:08

    Amare o essere amati... Più che romanzo lo definirei un breve saggio epistolare, un’intensa esplorazione degli enigmi dell’animo umano, un’analisi di sentimenti forti come l’amore e il tradimento. Il libro è articolato in tre lettere inviate a Misugi dalla nipote, dalla moglie e dall’amante. Misugi riceve la prima lettera da Shoko, la nipote, che, avendo scoperto la sua relazione con la mamma sfoga la propria amarezza per essere stata così profondamente ingannata. Segue la lettera di Midori, la moglie di Misugi, che svela di essere stata a conoscenza del tradimento del marito con la cugina Saiko sin dal primo momento e ammette che anche lei ha avuto storie d’amore con altri uomini, fosse solo per vendetta. La terza ed ultima lettera è di Saiko, l’amante. La donna, confessa di non essere stata completamente felice, durante la loro storia d’amore, in quanto lacerata dal rimorso e dai sensi di colpa nei confronti del marito. Tre lettere, tre vite, tre donne, la consapevolezza di aver passato tredici anni sotto una cortina di inganni e falsità, e il bisogno pressante di denudare la propria anima e di purificarsi raccontando la verità, unica testimonianza della comune solitudine.

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    Giusy

    20/10/2009 12:00:40

    Semplicemente stupendo!!!! Si legge tutto d'un fiato.Consigliatissimo!

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    Andrea Ferrari

    27/02/2009 11:53:14

    Semplicemente un piccolo (di dimensioni) grande capolavoro!

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    jane a.

    21/01/2009 18:28:29

    Se amate le atmosfere rarefatte giapponesi, leggetelo. C'è molta delicatezza in questo libro, ed anche tanta intensità. Ma... e se si cominciasse con l'amare se stessi? Il resto poi viene da sé...

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    Umberto

    20/01/2009 11:14:07

    Testo di folgorante bellezza e ammirevole perfezione formale. Intenso e indimenticabile. Da leggere e rileggere. Consigliatelo agli amici e regalatelo! Contribuirete a diffondere in questo brutto mondo un po' di bellezza.

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    luigi

    16/01/2009 09:30:46

    ogni commento e` superfluo:un gioiello...

Vedi tutte le 46 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Mi sono sempre lasciata ispirare dalle storie, per lo più racconti o romanzi brevi, che traevano il loro titolo da un oggetto, un particolare del protagonista magari; quella cosa materiale che offriva lo spunto per lo sviluppo narrativo, a tal punto da divenire protagonista essa stessa. (…) Il cappotto che Gogol’ aveva fatto indossare al suo Akakij Akakievic rappresentava il miraggio di un’ascesa sociale, il lasciapassare per godere di una bella vita nella buona società, ma finisce per costituire la sua rovina in una San Pietroburgo resa ancora più glaciale dalla solitudine. La giada cinese nella collana rubata a Los Angeles che il detective privato John Dalmas, sapientemente tratteggiato da Raymond Chandler, deve ritrovare, aveva fornito all’autore il banco di prova per diventare maestro dell’hard boiled e parlare di un’America nuova, popolata da loschi gigolò, sensitivi di dubbia provenienza e ricche signore che avrebbero speso le loro fortune per un buon whiskey.

L’oggetto che diviene desiderio, ricerca, tensione verso qualcosa di più grande. L’oggetto mutuato in pretesto, in occasione per superarne il limite fisico e farne qualcosa di infinitamente più esteso.

Così, quando tra le mani mi è capitato Il fucile da caccia di Inoue Yasushi, piccolo gioiello di 101 pagine edito da Adelphi, subito sono andata a leggere cosa fosse celato dietro quel titolo, così in linea con una storia negli ambienti dell’arte venatoria. Ma qualcosa mi diceva che anche il quel caso mi trovavo di fronte ad un pretesto, e quindi ho scorso le pagine. (…) Sono inciampata nella maestria di un poeta e critico d’arte, che esordisce a quarantadue anni come scrittore svelando subito ai suoi lettori il suo tocco sensibile, la sua umanità condensata in un lessico semplice e lieve. Nella spontanea freschezza di una narrazione che ricorda proprio la favola, il racconto diretto per eccellenza, stavolta destinato ai grandi, per i quali l’autore cerca di esplorare il lato oscuro dell’animo umano, di spiegarlo per quanto è possibile nella sua prevedibile irrazionalità.

Un po’ come accade ai bambini che, attraverso le storie, si fanno un’idea del mondo che li circonda, dando un nome alle cose, ai fenomeni, ai sentimenti. Alle proprie emozioni.

Cercando di comprendere quell’universo adulto, strano e un po’ bizzarro, che si trova lì, pronto ad attenderli.


Nel panorama della letteratura giapponese contemporanea, Inoue Yasushi (1907-1991) occupa un posto a parte, difficilmente catalogabile in una specifica corrente, per la varietà dei temi che ispirano la sua vasta opera. Nato nell'isola di Hokkaido dove il padre, medico militare, era stato assegnato, all'età di sei anni venne mandato a vivere dalla nonna, una ex geisha, nella provincia di Shizuoka, perché crescesse nel villaggio di cui la famiglia era originaria. Iniziò a interessarsi alla poesia fin dalla scuola media e cominciò molto presto a scrivere brevi poemi, ma dopo la laurea in estetica e filosofia nel '36 (con una tesi su Paul Valéry) e la parentesi del servizio militare (dal '37 al '38 venne mandato come soldato di fanteria in Cina), abbandonò quasi subito la carriera letteraria per iniziare quella giornalistica. Fu solo dopo la guerra che Inoue decise di dedicarsi alla scrittura, iniziando con il racconto Il fucile da caccia, subito acclamato da critica e lettori, cui seguì una produzione estremamente vasta che gli procurò in patria la consacrazione di "tesoro nazionale vivente".

La fama letteraria di Inoue in Giappone è legata soprattutto a lunghi romanzi storici in cui ricrea, con ispirazione tolstoiana, atmosfere epiche della storia cinese e giapponese (Koshi, del 1982, una biografia romanzata di Confucio, ottenne un immediato successo tra i giovani), ma sono le opere in cui tratta di argomenti intimi, a volte autobiografici, quelle che più lo avvicinano al lettore occidentale. La solitudine dell'essere umano, la tristezza della separazione da ciò che sia ama - persone, luoghi, ambienti - la perdita di illusioni e speranze sono i temi che ispirano i suoi libri più toccanti, tra cui Shirobamba (1967), nel quale l'autore narra la sua infanzia. In Italia non si conosce molto di lui: a parte un paio di novelle apparse su riviste specializzate, finora erano stati pubblicati La montagna Hira (Bompiani, 1964), il racconto autobiografico Ricordi di mia madre (Feltrinelli, 1986), tre novelle uscite con il titolo Il falsario (Il Melangolo, 1995) e La corda spezzata (Vivalda, 2001), cronaca di una scalata.

Esce ora per Adelphi, nelle bella traduzione di Giorgio Amitrano, proprio il racconto epistolare con cui Inoue ha iniziato la sua carriera letteraria, da molti considerato il momento più poetico, l'opera più geniale, nella sua brevità, di tutta la sua produzione.

Il tema che l'ispira - l'illusorietà dell'apparenza, dietro la quale ogni individuo nasconde il segreto della sua vera natura e dei suoi sentimenti profondi - è annunciato nel primo capitolo, in cui uno scrittore, invitato a comporre una poesia per la rivista di un circolo venatorio, si rende conto, a cose fatte, che la figura assorta, quasi sofferente, evocata nei suoi versi non corrisponde all'immagine vigorosa del cacciatore che gli si chiedeva di esaltare. Al contrario, dietro la calma solenne di quell'uomo si indovina il peso di un dolore. In seguito alla pubblicazione della poesia, un certo Misugi scrive all'autore, dicendo di riconoscersi in quel cacciatore solitario, e gli invia tre lettere, da lui ricevute da altrettante donne. Dalla lettura di queste veniamo a conoscenza di un dramma segreto durato tredici anni - il classico triangolo: un uomo, la moglie e l'amante di lui - visto attraverso gli occhi delle due donne, che sono cugine, e della figlia dell'amante.

Nella prima lettera Shōko, la figlia, rivela lo sconcerto provato nell'apprendere, dal diario della madre, l'esistenza di una relazione illecita fra quest'ultima e Misugi, che lei chiama zio. Sentendosi tradita da tutti - dalla madre, che le ha tenuto segreto un legame così intenso da resistere per tanto tempo a un devastante senso di colpa; dallo zio, in cui nutriva fiducia assoluta; dalla zia, che rappresentava per lei un'ideale di femminilità estroversa e dinamica - la ragazza decide di allontanarsi per sempre dalla famiglia. La seconda lettera è di Midori, la moglie di Misugi, che in realtà ha sempre saputo, fin dall'inizio, della relazione del marito con la cugina, ed è vissuta nell'amarezza di un tacito patto: fingere di non vedere le reciproche colpe. Perché anche lei, spinta dal tradimento di Misugi a un crescente distacco, in più occasioni non gli è stata fedele. Ma la morte della cugina, mettendo fine alla necessità di continuare una triste farsa, ponendola di fronte allo squallore del proprio rapporto col marito, la induce finalmente a domandare il divorzio. Nella terza lettera Saiko, l'amante, che per tutto il tempo della relazione è stata oppressa dal senso di colpa e da un presagio di morte, racconta di aver capito, ora che si sente vicina alla fine, non solo che Midori era a conoscenza del suo rapporto con Misugi, ma che questo fatto lascia lei, Saiko, indifferente. E che in fondo al cuore non è riuscita a soffocare l'amore per il marito, dal quale si era separata molto presto, dopo aver scoperto che lui la tradiva. Un senso di solitudine insopportabile la travolge allora, togliendole la forza di lottare per la vita.

Tutte le lettere sono d'addio, per l'impossibilità di sopportare oltre il peso della menzogna, per l'incapacità di ricucire lo strappo aperto nella coscienza delle tre donne dal divario tra la realtà e la serenità illusoria che hanno cercato, ognuna a suo modo, di preservare. Misugi, figura di seducente drammaticità che prende corpo, come tutta la vicenda, attraverso le tre lettere, resterà solo, col ricordo del suo amore per Saiko, e forse il rimorso per il dolore arrecato.

Il tema della solitudine dell'individuo, che cela il suo vero io anche alle persone più amate, persino a se stesso, ricorre sovente nella letteratura giapponese, sia in autori della generazione di Inoue (Tanizaki Junichiro, Abe Kobo) sia in autori più giovani, molto lontani da lui per sensibilità e interessi (Murakami Haruki, Banana Yoshimoto). Cosa che non può stupire in un paese dove la dicotomia tra apparenza e sostanza costituisce, più che altrove, una delle caratteristiche della psiche collettiva. Nel racconto Il fucile da caccia, tuttavia, l'autore infonde in questo tema una rara intensità emotiva, espressa in un linguaggio nitido ed essenziale che il traduttore ha saputo felicemente ricreare. Inoue scandaglia l'animo dei suoi personaggi con una lucidità penetrante, quasi spietata, ne mette a nudo tutta la devastazione, trasmettendone in maniera lirica e immediata l'angoscia e il disorientamento. Una limpidezza che evoca le immagini di uno dei più bei film del cinema giapponese, Rashomon di Kurosawa Akira, in cui un tragico episodio viene raccontato dai tre protagonisti in tre versioni diverse, con la stessa drammatica semplicità, lo stesso pathos che troviamo nelle pagine di Inoue. Sia il libro che il film riprendono infatti un altro tema caro alla sensibilità giapponese, la consapevolezza che la realtà assume aspetti diversi, a seconda del punto di vista da cui la si osserva, e sfugge a ogni spiegazione obiettiva. Bisogna solo accettarla così com'è.

L'impressione che il lettore conserva alla fine del libro non è quindi né di disperazione, né tanto meno di condanna. L'autore non giudica, raccoglie la confessione dei suoi personaggi, si direbbe quasi che li perdoni, e soprattutto li fa amare per l'intensità della loro passione, la loro debolezza, la loro sofferenza. Per quel groviglio di sentimenti che sono al fondo dell'animo umano, sul quale ogni tanto un poeta riesce a fare un po' di luce.

A. Pastore è saggista e traduttrice letteraria dal giapponese e dal francese