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Hiner Saleem

Traduttore: E. Necchi
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Pagine: 124 p., Brossura
  • EAN: 9788806168841
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C'è tutto il Kurdistan in queste 124 pagine scritte da Hiner Saleem. Il fucile di mio padre ci regala gli odori della magica "terra tra i due fiumi", i suoi colori, i suoni. Ma anche l'umorismo della sua gente, le tragedie, le abitudini. Questo romanzo è una rara perla. Sobrio nella scrittura ma denso nelle parole che sono scelte meticolosamente, mai a caso. Parole che pesano come macigni. O lievi quando devono restituirci fragranze e sfumature. Brevi cenni, quasi schizzi, ci offrono in apertura una delle descrizioni più sintetiche ed esaurienti di che cosa significa essere kurdo.

"Mio nonno aveva uno spiccato senso dell'umorismo. Diceva di essere nato kurdo, in una terra libera. Più tardi, erano arrivati gli ottomani che avevano detto a mio nonno: tu sei ottomano, e lui era diventato ottomano. Alla caduta dell'impero ottomano, era diventato turco. Dopo la partenza dei turchi, era tornato ad essere kurdo durante il regno di Cheikh Mahmoud, il re dei kurdi. Con l'arrivo degli inglesi, mio nonno era diventato suddito di Sua Graziosa Maestà; aveva persino imparato qualche parola in inglese. Gli inglesi hanno inventato l'Iraq e mio nonno è diventato iracheno, ma non ha mai scoperto il segreto nascosto in quell'appellativo: Iraq, e fino al suo ultimo respiro non è mai andato orgoglioso di essere iracheno; e nemmeno suo figlio, Shero Selim Malay". E nemmeno, potremmo aggiungere, i milioni di kurdi costretti a errare da decenni senza patria in Europa.

Fin dalla prima pagina del suo romanzo, dunque, Hiner Saleem, ci fa entrare nel complesso mondo di questo non-popolo, martoriato, torturato, massacrato, usato quando faceva comodo da questa o da quella potenza e quindi relegato in una sorta di oblio. Perché dei kurdi bisogna dimenticarsi. Non a caso Saleem cita la lunga lista di quello che i kurdi potevano essere (ottomani, sudditi di sua maestà, iracheni, e ancora turchi, siriani, iraniani). Se stessi, mai. O, meglio, solo a sprazzi. E questo valeva (e continua tristemente a essere vero) per i kurdi dell'Iraq come per quelli della Turchia, della Siria, dell'Iran e dell'Europa.

Il fucile di mio padre è questa tragica storia, fatta di persecuzioni, fughe, guerra, esilio, momenti di tregua, come l'ha vissuta Azad Shero Selim, che poi è lo stesso Hiner Saleem (il libro ricalca molta della biografia personale dell'autore). La sua infanzia, adolescenza, maturità sono segnate dalla tragedia del suo popolo. Ma, come tutti i bambini, Azad (che in kurdo vuol dire libertà) riesce a fuggire dai drammi quotidiani trovando rifugio in un mondo a parte. Dove sono racchiusi gli odori, i rumori, i suoni di un popolo e di una terra tra le più antiche e ricche del mondo.

Azad ricorda la madre "seduta sotto il gran gelso, nel giardino della nostra bella vecchia casa" mentre "sgranava i semi della melagrana. Io vedevo solo l'apice del panno a fiori che portava in capo". Non è difficile comprendere da dove l'autore ricavi l'abilità di regalarci in poche righe così tante immagini ed emozioni: infatti prima che uno scrittore Saleem è un artista e un regista.

Nato nel 1964, ad Aqrah nel Kurdistan iracheno, Saleem è figlio di un peshmerga (guerrigliero kurdo, letteralmente "colui che guarda in faccia la morte") che era (come nel libro) il telegrafista personale del carismatico leader kurdo, il generale Barzani (padre dell'attuale leader del partito democratico del Kurdistan, Masoud Barzani). Come il padre di Saleem, anche il padre di Azad ogni tanto sparisce in montagna con in braccio il suo vecchio fucile Brno ripetendo che "il prossimo anno il Kurdistan sarà libero". Speranza più che profezia, visto che i kurdi sono ancora le vittime dei vari regimi in cui è divisa la loro terra, parte dell'antica Mesopotamia, il fertile giardino dell'Eden biblico, racchiusa tra Tigri ed Eufrate.

L'infanzia di Azad si svolge dunque tra giochi comuni a tutti i bambini del mondo e tragedie, esodi continui e forzati. Da uno di questi esili in Iran, Azad ritorna ad Aqrah che è tempo di andare a scuola. Scioccato si accorge di non capire una sola parola pronunciata dal maestro: parlava arabo. Diversi anni dopo il padre di Azad (come quello di Sineer) acquistò un televisore e il giovane Azad si rende conto che tutti parlavano esclusivamente in arabo. La promessa che Azad fa nel libro è la stessa che Hineer racconta di aver fatto a se stesso: realizzare un giorno un programma in cui tutti parleranno solo kurdo. La storia di Azad si conclude con la sua fuga dal Kurdistan iracheno. Verso l'Europa, esilio forzato dove (ci dicono i titoli di coda) Azad si stabilirà.

Hiner Saleem, invece, la promessa l'ha mantenuta. Fuggito dal Kurdistan all'inizio degli anni ottanta, si è trovato prima a vivere in Italia, a Firenze, dove ha vissuto dipingendo quadri. Quindi si è recato a Parigi dove ha lavorato per anni con associazioni che si occupano di kurdi e ha organizzato mostre dei suoi dipinti. In quegli anni ha cominciato anche a lavorare a un libro sulle sue memorie. Ma l'attrazione per il cinema era forte. Saleem finalmente è riuscito a girare due film, Shero (1992) e A bit of border (1994). Tornato in Kurdistan Hiner non è riuscito a entrare alla scuola di cinema nazionale ("dovevi essere un membro del partito di Saddam Hussein, il Baath", ricorda), ma ha continuato a lavorare a sceneggiature, imparando anche le tecniche di regia. Il suo lavoro è risultato in un film molto apprezzato, Lunga vita alla sposa... e alla liberazione del Kurdistan che ha ottenuto numerosi riconoscimenti all'estero. È un film in cui dosate sapientemente, come in tutta la produzione di Hiner, ci sono situazioni reali anche tragiche e una comicità esilarante. Passato invece in sordina è Vodka Lemon, vincitore della sezione "Controcorrente" alla scorsa Mostra del cinema di Venezia. Un film sulla vita dei kurdi nell'Armenia d'inizio millennio, dopo la fine dell'impero sovietico.

I film di Saleem suscitano sentimenti misti e opposti nella comunità kurda in esilio, che si sente un po' presa in giro dal cinema del regista. Hiner si difende dicendo che "qualcuno mi critica per aver fatto una commedia, ma è una commedia con una causa nobile. Posso fare quello che voglio con la mia causa e con la mia bandiera, la bandiera kurda. È mia: posso usarla per coprirmi se ho freddo, posso coprirci la mia fidanzata se è nuda. Posso metterla in mano a mio fratello o in mano a mio figlio, perché apra una manifestazione. Una bandiera, come un popolo e una causa, deve vivere".