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Anno edizione: 2021
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La scelta del luogo, la richiesta di una compagna per condividere le fatiche, la costruzione di una capanna, poi di una casa, poi di una stalla per gli animali da allevamento. Le semine, i raccolti, la siccità, il freddo. Il paese piú vicino a una giornata di cammino. E a poco a poco, con gli anni, Sellanraa si popola. Qualcuno vorrebbe fare i soldi con le miniere, qualcuno tenterà l’avventura nelle città, ma Isak e suo figlio Sivert continueranno a passare l’aratro e l’erpice e a seminare: «Il bosco e la montagna li guardano, ogni cosa è sublime e potente, tutto ha un senso e uno scopo». In questa epopea quotidiana del colono nelle terre selvagge, Hamsun racconta il sentimento della vita contadina con uno stile particolarissimo che alterna scrittura minuziosa ed ellittica. E lo fa attraverso personaggi indimenticabili.
«"Germogli della terra" è di un'attualità sconcertante perché ci mostra il puerile senso di onnipotenza fondato su impalpabili rancori che vediamo scorrere a fiumi nelle nostre strade, siano esse reali o digitali» – Luca D'Andrea, Robinson - La Repubblica
«Provengo dalla terra e dal bosco con tutte le mie radici» - Knut Hamsun
I nemici della sostenibilità in Germogli della terra sono le imprese minerarie (straniere) che non sentono alcuna responsabilità nei confronti del territorio in cui si stabiliscono, lo sfruttano finché c’è qualcosa da afferrare e poi abbandonano i luoghi e i loro abitanti lasciando dietro di sé carcasse di macchinari e paesi fantasma in cui avevano creato un’effimera economia. Non è di investitori e di soldi che ha bisogno il paese – sostiene il personaggio di Geissler, che può essere considerato l’ideologo del romanzo – ma di uomini come Isak, che sanno usare l’aratro e andare lenti, camminare al ritmo della vita. E se al tempo del Nobel il romanzo fu premiato per la proposta di un epos del lavoro unificante (il lavoro agricolo solidale in opposizione all’alienazione di quello operaio), oggi – a un secolo di distanza – è possibile leggerlo con gli occhi di chi ha assistito al disastro dovuto allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali in nome del capitale. Dalla prefazione di Sara Culeddu
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'Germogli della terra' è una specie di city-builder tipo 'Township' per dire, dove sul pc, dal nulla crei gestione agricola e costruzione di città e commerci. Solo che Hamsun qui lo immagina nei primi del Novecento in terra lappone, e il city-builder, "il colono delle terre selvagge", lui lo chiama Isak il margravio, detto anche 'il troll di fiume'. Isak è il paradigma di come le comunità umane, sin dagli albori della civiltà, abbiano occupato e modellato il mondo seguendo l'istinto primordiale dell'insediamento e si sono evolute in una vita scandita dai ritmi delle stagioni e della Natura, addomesticandola. «Incredibile quante cose fossero comparse nelle terre selvagge: una casa, una stalla, i terreni ripuliti, e tutto in soli tre anni. Ora cosa avrebbe costruito Isak? Una nuova rimessa, una tettoia, un annesso.» Sellanraa è il nome della sua 'Township' in cui però, al di là dell'apparente placidia e semplicità di bucolica vita che ti culla durante l'agevole lettura e che può pure indurre un certo torpore soporoso, succedono cose parecchio significative e, per certi versi, paradossali: insomma, c'è del marcio in Norvegia, e Hamsun è molto abile a farlo strisciare sotto la superficie della narrazione che quasi manco te ne accorgi, ma quando ne realizzi la portata, l'effetto è greve. Solo ai grandi narratori riescono certi 'trucchi'. Per fare tu-tto ci vuole un fioo-re, ci vuole un fioo-re, ci vuole un fioo-re...
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