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Traduttore: E. Kampmann
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2008
Pagine: 256 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806179991
"Non c'è un balsamo in Gilead?" domandava il profeta Geremia. "Non c'è proprio un balsamo in Gilead?" insisteva l'anonima voce in The Raven di Edgar Allan Poe, e il malefico corvo naturalmente rispondeva: "Nevermore". Di quel balsamo che guarisce le ferite sono invece cosparse le pagine di Gilead di Marilynne Robinson, uno di quei rari libri capaci di sorprendere il lettore, mosche bianche in un panorama editoriale non troppo variegato.
Gilead, che nelle Bibbie italiane appare solitamente come Galaad, e che alla lettera in ebraico significa "mucchio della testimonianza", è una regione della Transgiordania, ma qui è il nome della piccola cittadina dell'Iowa in cui vive il protagonista, il reverendo John Ames, predicatore congregazionista, figlio e nipote di predicatori e padre in tarda età di un figlio giunto in extremis. Proprio al figlio, che ha sette anni, il reverendo ormai alle soglie della morte (siamo nel 1956) indirizza un diario – questo libro – che è insieme memoria famigliare, giornale quotidiano, zibaldone spirituale, lascito teologico e summa di un'esistenza.
Un'esistenza appartata, silenziosa (se si escludono i tanti sermoni domenicali) e quasi priva di avvenimenti, ben diversa da quella del nonno, profeta visionario, agguerrito abolizionista, sostenitore della lotta armata contro la schiavitù, e diversa anche da quella del padre, convinto pacifista di tendenze quacchere, in conflitto tanto con la generazione precedente quanto con quella successiva influenzata dalla speculazione filosofica europea e ormai a disagio con i dogmi indiscussi. Un'esistenza trascorsa nella solitudine e nella preghiera, fra letture di "vecchi libri" e partite di baseball ascoltate alla radio. Un'esistenza solo in tarda età illuminata dall'amore di una donna, una donna "intensa e severa", apparsa dal nulla come un angelo, o come una donna di Betania, con il suo vaso d'alabastro pieno d'olio profumato, pieno di balsamo.
La gratitudine verso Dio per questa tardiva inattesa consolazione è il tratto dominante del protagonista, il chiavistello che gli permette di posare su tutto ciò che lo circonda uno sguardo purificato, di riconciliarsi con le figure ostiche del nonno e del padre, di abbracciare nel ricordo il lontano fratello Edward (studioso di quel Feuerbach che, se per Edward è stata la via maestra all'ateismo, per John Ames è un imbattibile cantore degli "aspetti gioiosi della religione") e, infine, di accogliere e perdonare e benedire il giovane Jack Boughton, figlio scapestrato e impenitente del suo più caro amico, e per lui fonte di ansietà e gelosie senili.
Senza quasi che il lettore se ne accorga, Marilynne Robinson racconta in questo libro niente meno che la storia di un santo, un santo che non si fa annunciare da roboanti miracoli e che mai oserebbe proclamarsi tale, e l'inconsueto fascino del libro sta proprio in questo dire tutto dando l'impressione di non dire niente, con uno stile profondo e umile (molto ben reso in traduzione) che è l'esatto contrario del vuoto virtuosismo di tanti scrittori che vanno per la maggiore.
Non a caso la carriera letteraria dell'autrice è decisamente parca e anticonvenzionale: un romanzo di buon successo uscito quasi trent'anni fa, Housekeeping (1980, tradotto da Serra e Riva nel 1988 con il titolo Padrona di casa); un'accurata indagine sull'inquinamento nucleare in Gran Bretagna, Mother Country (1988); infine una raccolta di saggi, The Death of Adam (1998), in cui già compaiono molti dei temi di Gilead: il calvinismo, la tradizione puritana, la teologia protestante, l'abolizionismo. In mezzo, evidentemente, molto studio e molto pensiero, a raffinare, con la cauta cadenza di un libro al decennio, una scrittura di una densità straordinariamente lieve.
Dietro John Ames c'è il curato di campagna di Bernanos, con il suo estremo "che importa, tutto è grazia", ci sono le austere canoniche dei film di Dreyer e Bergman, magari anche le "scene di vita clericale" dei, disgraziati, pastori di George Eliot (non a caso traduttrice inglese dell'Essenza del cristianesimo di Feuerbach). Ma questo romanzo si distingue da quei precedenti per una tonalità inconfondibilmente americana. Le "rovine di un antico coraggio", la "tradizione di antiche prodezze e speranze" che il reverendo conta di trasmettere al figlio fanno pensare a una delle più grandi scrittrici religiose del Novecento, la cattolica Flannery O'Connor. Se non fosse che a Gilead il cielo non è dei violenti, e se non fosse che, a differenza di John Ames, nessuno dei febbricitanti personaggi di O'Connor ballerebbe mai un valzer stringendo fra le braccia la Lettera ai Romani di Karl Barth. Norman Gobetti

Recensioni dei clienti

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    luciano

    17/04/2016 15.52.14

    C'è una cittadina, Gilead, che è " un gruppo di case raccolte lungo poche strade" e c'è il vecchio reverendo Ames che nella sua vecchiaia ha generato, con Lila, molto più giovane di lui, un figlio. Ames è malato di cuore e sentendo che il giorno della sua vita declina verso il tramonto decide di lasciare al figlio una lunga lettera, in cui parla di sé, della sua infanzia, di religione, di principi morali... Poi c'è anche Jack, che è sempre stato la pecora nera della numerosa famiglia del reverendo Boughton, amico e alter ego di Ames. Jack, figura tormentata e psicologicamente sofferente, è ritornato a Gilead dopo vent'anni di assenza e non è ben visto da Ames. La Bibbia, però, invita alla misericordia e al perdono e Ames lo benedirà con la benedizione dei Numeri: " Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda la pace".

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    marzia

    05/11/2013 17.00.49

    Raramente si incontra una scrittura così affascinante e intimista. I personaggi, pur distanti da noi, nel tempo e nella cultura, entrano nell'anima e nei pensieri. L'argomento è la vita stessa, dilemmi e domande profonde sulla fede, sulla vecchiaia, sui figli. Ritengo che farci riflettere sia il maggior regalo che questa straordinaria autrice ci fa, sempre con lucidità e disincanto.

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    Luigi

    06/05/2013 09.40.57

    Bello, ma mi aspettavo un passo decisivo che non c'è stato.

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    Claudio

    26/06/2012 22.19.29

    è probabile che io non possa considerarmi un lettore, questo libro per me è stato una noia totale

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    tiziano

    23/02/2012 20.40.07

    Mah. Libro costruito per emozionare chi vuol essere emozionato, agli altri resta ben poco: trama vista e rivista, prosa sempliciotta, noia.

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    Lanfranco

    27/04/2010 11.23.23

    Un libro sorprendente - un inizio lentissimo che sembra non approdare da nessuna parte ma che viene subito riscattato da tutte le considerazioni ed il racconto che seguono. Io sono ateo ma ho molto apprezzato la vita di questi tre 'santi'illuminati, nonnno padre figlio, predicatori che attraversano periodi bui e difficili della storia degli Stati Uniti, da fine 800 fino agli anni 50 - e che con la loro fede 'pulita' portano davvero il verbo come dovrebbe essere fatto, super partes e senza costrizioni meschine. Una scrittura superba, colta che scende davvero nell'anima.

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    Roberta

    18/09/2009 10.28.08

    Molto particolare questo racconto,una bella lettera d'amore di un padre ad un figlio che non vedra' crescere. Mi ha emozionato.

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    Roberto

    14/09/2009 21.15.37

    L'Einaudi pubblica spesso grandi cose e questa è una di quelle. Opera elegante, autenticamente profonda nel senso più proprio del termine, uno stile pacato e sereno. Una prosa controllata che racconta una storia narrata in prima di persona dal Reverendo che sa cha la sua fine si avvicina. E nostante questa consapevolezza, mette su carta un discorso lucido e luminoso, grato di ciò che ha ricevuto. La sua fede, la sua testimonianza, la sua vita. Lascia al figlio che non vedrà crescere un dono stupendo. Che un romanzo così abbia vinto il Pulitzer non deve quindi stupire.

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    Loris

    08/06/2009 11.07.49

    Splendido romanzo, uno dei migliori letti in questi anni. I personaggi sono ben caratterizzati e la struttura narrativa del memoriale permette di accostare ricordi, eventi presenti e riflessioni, senza perdere l’attenzione del lettore. Al di la’ dei (molti) meriti letterari, sono felice di aver trovato un romanzo profondamente cristiano, capace di interrogarsi su temi alti (fede, predistinazione, grazia, salvezza… ) senza ridursi a una ‘lezioncina’ teologica o a un semplicistico sermone consolatorio. Di Gilead e del reverendo John Ames mi restano l’amore per la vita, il coraggio di guardare all’esistenza con una speranza di gioia e compiutezza che non viene meno di fronte all’inevitabile evidenza del dolore e della perdita.

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    cristiana

    10/05/2009 17.21.27

    Bello da piangere.

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    stefano tozzi

    28/07/2008 19.40.09

    il romanzo è bellissimo. grazie alla einaudi per averlo pubblicato (scelta coraggiosa e senza l'occhio alle classifiche, nonostante il "pulitzer prize" del 2005). segnalo, purtroppo, un errore - piuttosto grave in un lavoro nel quale le citazioni bibliche sono più che importanti. a pag. 241, nella 2a metà, l'io narrante fa riferimento a un suo vecchio sermone. testuale: "era sulla prima lettera ai romani". la lettera ai romani è una sola (a differenza, ad esempio, di "corinzi, 1 e 2") e quindi non può esserci una "prima" che ne presupporrebbe almeno una seconda. peccato, ma si può rimediare. stefano tozzi

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    Claudio

    02/07/2008 10.31.40

    Tosto, da leggere con molta concentrazione Pochi dialoghi: è quasi tutto una lettera-testamento di questo reverendo di 77 anni al figlio di 6 che non riuscirà mai a crescere in quanto il cuore è malandato. Spunti a non finire da un vecchio nonno mezzo pazzo che ha combattuto per la libertà dei neri d'America a un padre invece pacifista, entrambi reverendi. Non è un caso che abbia vinto il Pulitzer.

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    philo

    05/05/2008 11.44.01

    Non occorre essere attento conoscitore delle scritture, occorre però molta attenzione nel leggere questo libro. Offre tanti spunti riguardanti la morale e la religione, ma non solo, ti ricorda quale deve essere il giusto rapporto con un figlio e ti fa riflettere della vita. Insomma un libro profondo che ho molto gradito.

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